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r.e.d.s. rinnovamento evoluzione della sinistra

POLITICA, CULTURA, AMBIENTE, SANITA',
This thing was constructed on January 6, 2011.
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LA STAGIONE DELLE RIFORME
INTRODUZIONE il bisogno di riforma
La stagione delle Riforme viene da tutti identificata con il Federalismo, coniugato
in tutte le declinazioni, un tempo espresse dal suo ideatore Gianfranco Miglio, ed ora
elencate da U.Bossi. Se questo è il primo teorema delle Riforme, il secondo recita che
esse si dividono in R. di metodo e R. di merito. Tra le prime la revisione della legge
Elettorale. Né Mattarellum né Porcellum soddisfano il paese e l’elettorato nel suo
insieme. Il problema è che non soddisfano neanche i politici che devono prendere il
numerino alla Standa per mettersi in fila nelle Segreterie. La vera soddisfazione
malcelata emerge dalla Nomenklatura che finalmente con il Porcellum ha in mano la
situazione degli organigrammi scritti e soprattutto quelli non scritti del sottogoverno,
Enti parastatali e Banche. Il secondo teorema delle Riforme passa per la devoluzione.
La legge istitutiva delle Regioni risale al 1970 e faceva parte del Pacchetto Statalista
imposto da Nenni e dai socialisti all’epoca del I° Governo Moro (1963). Le sinistre di
allora consideravano la regionalizzazione e della devoluzione a quella forma
ancestrale-primitiva di Ente Locale la prima mossa per acquisire il controllo stabile nel
territorio. Ma già allora erano divise. Infatti era il PCI a controllare stabilmente
l’elettorato di sinistra con una militarizzazione alla Secchia che i socialisti mai hanno
avuto. Dalla struttura regionale, Nenni si attendeva un controllo più capillare ed
operativo della “stanza dei bottoni”. Questo è il permanente dilemma della sinistra:
come arrivare alla conquista del potere non avendo il controllo del Paese? Togliatti si
diede domanda e risposta. Capì, unico tra tutti, la marginalizzazione della sinistra
storica operaia e contadina nel territorio e lo militarizzò con cellule, attivisti, sindacati
e soprattutto con una presenza pressante nel mondo della cultura che Lui sperava
penetrasse nelle radici e nel magma stesso della Società ma non si rese conto di aver
creato una cultura elitaria, tutta nel guscio del potere e tutta fuori dal territorio e dalle
sue tradizioni.
Nenni pensava ad utilizzare le risorse statali per acquisire, tramite un
“clientelismo” di sinistra, quel consenso che mancava ai socialisti non solo per
emergere come forza di massa ma soprattutto per differenziarli dai comunisti. Il
socialismo nostrano si è sempre dibattuto entro questi confini strettissimi ed ingiusti:
la mancata convinzione con cui è stato lanciato il messaggio socialista-riformista che
il paese ha lasciato cadere nel vuoto si è incrociato con il “fuoco amico”, fatto dei
razzi Katiuscia Komunisti.Le Regioni, dunque, erano la strada per riportare il
messaggio riformista alla Turati nell’alveo del territorio e farlo crescere con una
profonda incisione socialista nella società.
Solo che la Società (Terzo Teorema) in cui si muovevano i padri questa vicenda,
era in forte espansione, da loro stessi voluta e determinata. Nel paniere dei Padri ci
sono Togliatti, Nenni, De Gasperi, Pertini, Mattei, La Pira, Fanfani e la Confindustria,
rappresentata in Parlamento da tantissimi esponenti sotto copertura, vedi Malagodi e
Merzagora. Se la crescita economica era aritmetica, quella dei consumi diventava geometrica
e quella dei bisogni esponenziale. Si è dunque creato in quei formidabili anni Sessanta lo
squilibrio tra produzione/consumi che oggi paghiamo in soldoni a causa della
globalizzazione che ci ha messo fuori dal Mercato Globale.
Che questo sia perverso nelle sue dinamiche soprattutto finanziarie, è dato per
scontato. Abbiamo a lungo tollerato che i Mercati sani tollerassero che si potesse
tollerare la presenza di affaristi indegni che hanno avvelenato gli scambi con prodotti
finanziari radioattivi e tossici. Il problema è che alla radice abbiamo affidato alla
Finanza Internazionale, ed ad essa devoluto, il compito di costituire Risorsa e di
produrre elementi correnti di risorsa economica, che si sostituissero, nella fase postindustriale,
al Prodotto.
Ecco che ne deriva la discrasia tra Riforme concepite per una società industriale,
cui è ancorata la sinistra nel suo complesso e Riforme, disincagliate dai Totem postsovietici,
che si adattino ad una Società flessibile in cui la forza-lavoro è data dal
lavoratore autonomo più che dipendente ed in cui il prodotto sia espressione della
produzione anziché dello scambio.
Sta in questi termini, anche, l’abbandono della sinistra ad una politica
sostanzialmente di conservazione del prodotto elaborato esistente ed alla sua strenua
difesa del salariato dipendente, con una azione di svincolo, anziché penetrazione
sindacale, tra le masse operaie e di piccolo cabotaggio lavorativo.
Scomparse queste ed inglobate in un più ampio sistema d’impresa non statale, la
sinistra ha perso la capacità di radicarsi perché è paradossalmente mancato il terreno
su cui radicarsi.
La mutazione della forza lavorativa è stata recepita da altre forze politiche che
hanno semplicemente sentito il polso di questa situazione, senza peraltro incidere sulla
sua capacità di mutazione e mutamento. Semplicemente registrandolo. Ecco che da
queste premesse, tutte padane, nasce la Lega e con essa il popolo dell’IVA. La
Sinistra, che spesso parla di Lega in termini di possibile alleato, specie all’interno
della destra, non comprende che la Lega è quella che l’ha battuta sul filo di lana della
rappresentatività operaria e del piccolo ceto produttivo. Forze politiche dunque non
antitetiche ma antipodiche e concorrenziali. Dunque le Riforme ora sono concepite per
la forza che produce e che produrrà meglio entrando in giuoco la riduzione delle
tassazioni per aumentare la produttività, l’investimento e la resa economica del
Popolo dell’IVA. Riforme non ad personam, non ad personas, ma ad gentem. Se Bossi
sapesse il latino, credo che capirebbe al volo.
PARTE PRIMA: le ragioni economiche
LA PICCOLA E MEDIA IMPRESA ED IL SUO RUOLO NELL’ECONOMIA
INFRAREGIONALE
Lo scopo di questa memoria è quello di presentare alcune considerazioni sul
Sistema della PMI e a margine, ma non perchè sia marginale, sui problemi connessi al
permanere a così alti livelli della disoccupazione. In particolare abbiamo sviluppato un
modello che potrebbe permettere l’elaborazione di una innovata forma di politica
industriale. Incentrata sull’insorgenza di un forte raccordo tra le Istituzioni di Governo
Locale, il territorio e il sistema produttivo locale; in una logica federalista ma
all’interno di un quadro strategico elaborato a livello centrale così da evitare il
prevalere di interessi locali rispetto a quelli generali dell’intera collettività nazionale.
Il modello elaborato si può raccordare, enfatizzandone l’efficacia, con le iniziative
già intraprese, siano strutturali quali BIC-Incubator o Poli tecnologici o di supporto
finanziario, quale i Patti territoriali, mentre sembra poterne generare delle nuove e di
crescente valenza.
Noi riteniamo, nonostante il nostro liberismo , che in questo momento sia
necessaria una forte attenzione del pubblico sul sistema della PMI al fine di risolvere
alcuni non trascurabili punti di debolezza, che impediscono di cogliere le opportunità
associabili alle nuove evoluzioni dello scenario, sino a non escludere la possibilità di
attivare delle forme di supporto anche finanziarie, purchè strettamente dedicate e
congiunturali. Ma, allo stesso tempo, siamo convinti che per impedire nuovamente
l’insorgenza della logica assistenziale o ad evitare impieghi con ritorni ben inferiori
alle attese occorra gestirli all’interno di modelli, che li giustifichino e ne garantiscano
il rispetto delle finalità.
Da più parti viene enfatizzata la new-economy, associando all’evoluzione che si
associa ad Internet un ruolo superiore a quello che possiede. Non pensiamo che
seriamente si creda a quanto viene affermato. Internet o la new-economy non hanno la
possibilità di risolvere i problemi esistenti, semmai possono generarne dei nuovi. Non
risolvono le debolezze del Sistema della PMI, tantomeno quelli afferenti
l’occupazione o i legati alla valorizzazione del territorio. Per contro generando un
Sistema Paese equilibrato ed efficiente si ha la certezza che attraverso le nuove realtà,
derivate dall’evoluzione della tecnologia dell’informazione , sarà certa l’insorgenza di
una crescente velocità di sviluppo.
RIFLESSIONI E PROPOSTE DEDICATE ALLA P.M.I. E AD UNA POLITICA
INDUSTRIALE DI AREA
1.1 Premessa
Le argomentazioni che verranno proposte rappresentano quanto conseguente ad
uno studio effettuato con il concorso diretto di alcuni soggetti del Sistema della P.M.I.
Un coinvolgimento voluto allo scopo di ridurre il rischio di elaborare un documento la
cui eventuale valenza fosse solo teorica.
L’obiettivo del nostro lavoro era quello di verificare la possibilità di attivare delle
strategie che , attraverso nuove forme di raccordo tra Piccole e Medie Imprese, in
un’ottica multisettoriale e multi-locativa, permettessero la generazione di un net work
da cui far derivare un incremento di competitività per i soggetti coinvolti ed un
vantaggio nelle diverse aree del Sistema Paese.
Alla fine ci siamo resi conto che il risultato acquisito può essere considerato
un’ipotesi strategica in tema di politica industriale per il Sistema della P.M.I.;
supportata da un modello attuativo per la cui implementazione occorre dar seguito
concreto alle dichiarazioni politiche afferenti l’abbandono del centralismo decisionale
a favore di un’idea federalista. Ed è in questo il principale limite del nostro sforzo che
viene, indipendentemente dalla sua validità, a dipendere da scelte da assumersi in sede
politica. Anche se riteniamo che vi sia una maggior consapevolezza ,rispetto al passato
, sulla necessità di dare soluzioni concrete ai problemi ma, ancor più, che debbono
essere implementate in tempo utile per non vanificarne l’efficienza ed efficacia.
Terminiamo questa premessa sottolineando come sia possibile che il nostro
modello, e la strategia per la cui attuazione è generato, possa essere accomunato a
quelli che sostengono Poli tecnologici, BIC o altre strutture del genere. Abbiamo la
presunzione di ritenere che in realtà possa risultare dominante rispetto a quelli esistenti
e svolgere, per questi, il ruolo di effettore di quella funzionalità che, salve alcune
eccezioni, non sembra aver risposto alle attese o giustificato l’impegno finanziario.
2.1 Outlook analitico
Nonostante alcuni segnali positivi dobbiamo rilevare come le improvvise
mutazioni accorse nello scenario internazionale abbiano contribuito ad indebolire
ulteriormente, nel suo insieme, il Sistema della Piccola e Media Impresa; un
indebolimento che se non risolto rapidamente potrebbe provocare l’impossibilità di
cogliere quelle opportunità ,del tutto nuove, che proprio alle avvenute mutazioni si
associano.
In termini settoriali la maggior debolezza si riscontra nelle aree dove il fattore
vincente è rappresentato dall’evoluzione tecnologica; in altre parole, e ciò a valere sia
per il sistema PMI sia delle grandi imprese, non vi è significativo presidio nelle aree
High Tech. Conseguenza, facilmente prevedibile, della miope politica di investimento,
nella non realizzazione, nonostante le sollecitazioni e l’evidente necessità, di un
preciso programma che riuscisse a raccordare, e finalizzare, l’attività dei Centri di
Ricerca Pubblici e Privati con le esigenze del mondo industriale. In tal modo
venendosi, di fatto, a vanificare anche gli investimenti , per quanto insufficienti,
effettuati. Vi è, inoltre, un perdurare ,seppure in maniera ridotta, del disallineamento
dell’offerta alle nuove tendenze del mercato. In termini di competitività e di
consistenza alla nuova strutturazione della domanda. Un fenomeno che ha interessato,
erodendole, anche le cosidette “aree di eccellenza”.
Agli inizi degli anni ’80, di fronte ad un quadro certo più grave ma in cui si
trovano i problemi che, irrisolti, hanno generato sia le debolezze sia le emergenze
dell’oggi, la scelta fu quella di favorire l’insorgenza di Poli industriali. Generalmente
per settore. Una scelta fondata sulla convinzione che attraverso l’unione di diverse
realtà industriali si potesse far esprimere quelle economie di scala necessarie per
confrontarsi con il nuovo livello di competitività. Fu,allora, considerata una risposta
innovativa e vincente; dotata di un sostegno in ambito politico a cui si associò
l’erogazione di finanziamenti pubblici.
Indubbiamente esistono giustificazioni a livello teorico e non può essere nemmeno
nascosto lo sforzo fatto a livello parlamentare per generare un clima legislativo di
supporto alla “nuova strategia di politica industriale” considerabile, per molti versi,
innovativo.
Eppure si sono registrati risultati deludenti e talvolta dei veri e propri fallimenti.
Quest’ultimi riferibili proprio ai settori a più elevato contenuto tecnologico. Un
insuccesso che, nonostante presenti differenze in funzione delle specificità dei diversi
settori, ha un fattore scatenante sempre presente. Gli interventi ,per quanto gli
estensori delle leggi che li legittimavano si fossero preoccupati a porre vincoli e
regole, furono utilizzati ,nella quasi totalità dei casi, per sanare situazioni debitorie
pregresse piuttosto che a supportare strategie si riallineamento al mercato o di
ristrutturazione organizzativa. Anche all’interno della politica dei Poli , che poteva
avere una logica, si manifestò in maniera prepotente, condizionante, l’assistenzialismo
puro con tutto il seguito di interessi che ben poco avevano a che vedere con le
necessità industriali o del mercato.
Ed è forse questo il momento di ricordare come ,per soddisfare esigenze ed
interessi di natura ben diversa da quanto associabile alla politica industriale, non
raramente si siano poste delle condizioni, per poter usufruire degli interventi pubblici,
che escludevano la maggioranza dei soggetti della PMI. Fino ai primi anni ’90 non si
registrarono dei significativi cambiamenti sostanziali, nonostante gli avvenimenti e le
dinamiche che segnavano lo scenario, in particolare quelle associabili o dipendenti
dall’evoluzione tecnologica, imponessero la adozione di nuovi strumenti analitici e di
altrettanto innovati processi strategici e decisionali. Ed è in questa resistenza al
cambiamento, quasi vi fosse l’illusione di un suo arrestarsi o comunque risultasse alla
fine meno pervasivo, che si debbono far risalire le presenti difficoltà con cui
dobbiamo, in ritardo, confrontarci.
Difficoltà che si aggiungono a quelle proprie delle dinamiche segnanti ,appunto, il
cambiamento. Dinamiche difficile da prevedere sia nel loro evolversi che nel
manifestarsi. Ancor più per la potenzialità di cui sono dotate di generare, attraverso del
tutto nuove modalità di combinazione di entità o caratteri , effettori di discontinuità e
singolarità rispetto a ciò che sarebbe legittimo attendersi.
3.1 L’assistenzialismo e la politica dell’emergenza
La politica assistenziale ,sempre deprecata anche quando di fatto sembrava l’unica
forma di strategia industriale che il mondo politico sembrasse in grado di esprimere,
può essere considerata come una perversa concezione dell’idea dell’intervento
pubblico a favore del Sistema industriale. Un’idea, quest’ultima, ampiamente adottata
dalla totalità dei Paesi Europei. Economie e sistemi Paese fondamentalmente liberisti
non hanno esitato ad effettuare interventi pubblici a protezione e rilancio di settori
industriali ,considerati strategici, ogni qualvolta risultasse evidente che non avrebbero
potuto reggere la concorrenza attraverso l’utilizzo delle sole forze del mercato. Anzi, a
ben vedere, potremmo affermare che la politica industriale dell’intera Comunità
Europea sia nata intorno a schemi di politica settoriale.
Ma se le cose stanno così quali sono i motivi per i quali le scelte italiane,
dopotutto simili a quelle adottate dagli altri partners europei, hanno generato quel
mostrum economico noto come “assistenzialismo”? Il motivo è semplice da
individuare. Nel sistema italiano gli impieghi di risorse pubbliche sono stati finalizzati
a mantenere in vita delle realtà industriali decotte, contro qualsiasi principio di
economicità e in totale assenza della pur minima prospettiva di un loro recupero al
mercato. In realtà comparando l’insieme di leggi ,che legittimavano gli interventi
pubblici, varate dal Parlamento Italiano con quelle, aventi lo stesso oggetto, degli altri
Paesi Europei non si riscontrano delle sostanziali differenze. In tutti i casi la
motivazione, dell’intervento, era di sostenere il settore produttivo interessato nella
ricerca di soluzioni a problemi relativi alla riorganizzazione, ristrutturazione,
riallineamento al mercato. Parimenti, per l’intervento, era stabilito il carattere di
congiunturalità. In altre parole dopo un predefinito periodo di tempo l’intervento
sarebbe cessato e il settore rilasciato alle leggi di mercato.
A questa similitudine formale, enunciativa, dello strumento legislativo ha sempre
fatto seguito una sostanziale differenza a livello applicativo. Intervenendo a favore di
aziende decotte, e quindi mai rilasciabili al mercato, nello scenario italiano si perdeva
da subito il carattere di congiunturalità. Così l’intervento tendeva a divenire
permanente o, in alternativa, preludeva solo la fagocitosi delle aziende, sulle quali si
erano inutilmente, in un ottica di economia, impiegate risorse , in qualche struttura
industriale pubblica. Le motivazioni ,a questa perversa concezione dell’intervento
pubblico , di volta in volta legate alla necessità di salvaguardare l’occupazione o di
mantenere presenze produttive in aree depresse. Assolutamente prive di qualsiasi
senso considerando che inducevano scelte rappresentanti solo e soltanto un costo per
l’intera comunità senza generare nessuna ricaduta nè di carattere economico nè
sociale.
Accanto alla politica dell’assistenzialismo non può essere dimenticata quella
dell’emergenza. E se, almeno nelle dichiarazioni, la prima sembra aver meno
possibilità di sopravvivenza nella realtà attuale non si può evitare di sottolineare come
la seconda sia ancora perseguita. Tanto da sembrare difficile contestare chi afferma
che proprio la “politica delle emergenze” sembra essere l’unica in grado di smuovere
il mondo politico.
Per quanto banale deve essere ripetuto che le “emergenze” dell’oggi altro non
sono se non i problemi di ieri non affrontati e risolti. Parimenti i problemi di oggi,
ignorati, genereranno altre emergenze nel futuro. Con una progressione che, se non
interrotta, porterà veramente ad una alterazione dei processi decisionali e gestionali
costringendo ad agire solo e soltanto per emergenze. Una condizione drammatica che
implica lo stravolgimento dell’ordine delle priorità nonchè l’abbandono di qualsiasi
strategia programmatica di medio-lungo periodo.
A fronte di un’emergenza occorre individuare una soluzione del tipo nunc et sint.
Una soluzione facile da applicare, che produca effetti immediati e possibilmente in
grado di generare consenso. Così ignorandosi quelle soluzioni ,seppure più ragionevoli
ed efficaci, se solo sembra che richiedano un maggior tempo per manifestare i loro
positivi effetti. Ancor più evitando di analizzare se le soluzioni adottate non siano di
tipo “patch“ e quindi, in periodo talvolta anche breve, l’emergenza si ripresenterà.
Nella realtà attuale, nella sua complessità e per le interrelazioni esistenti, esiste un
altro rischio associato all’agire per emergenze. La soluzione di un problema, di una
emergenza, in una certa area può, se non accompagnata da approfondite analisi dei
fasci relazionali in essere tra questi e altre situazioni correlate o correlabili anche per
l’implementazione della stessa soluzione individuata, può risultare l’effettore di nuove
criticità ,seppure in aree diverse, talvolta più gravi del problema affrontato.
Se appare difficile immaginare di poter mantenere il principio
dell’assistenzialismo in un mercato globale ,e con carattere liberista, lo è altrettanto
per la “politica dell’emergenza” che risulta contraddittoria alla concezione di Sistema
Paese e può, alla fine, divenirne un effettore di collasso funzionale.
4.1 Caratteri del Sistema della P.M.I.
Esaminando il Sistema della P.M.I. si colgono tre aspetti segnanti:
-la numerosità delle entità che lo compongono in presenza di una elevata
differenziazione in termini di dimensione e destinazione di attività
-la traslazione all’interno delle singole aziende delle specificità culturali
delle aree in cui sono insediate tanto da divenire, quest’ultime, generatrici della
stessa cultura aziendale
-l’esistenza ,in maniera uniforme, di strutture organizzative estremamente
flessibili e con scarsa resistenza interna ai mutamenti di scenario
Oltre alla tendenza ,quasi uniforme, a prediligere modelli organizzativi con
processi decisionali di tipo accentuativo generalmente identificandosi la leadership
decisionale con la persona del fondatore.
Caratteri tutti che rendono difficilmente dominabile il Sistema PMI e danno scarsa
speranza di successo ad una qualsivoglia scelta di politica industriale ,seppure dedicata
a questo Sistema, che non ne tenga in debito conto. La naturale conseguenza è il
delegare alle Istituzioni dei Governi Locali il compito di definire le politiche
industriali consistenti con le loro aree di responsabilità e con il Sistema di PMI locato;
svolgendosi questa funzione, ad evitare il prevale di interessi locali su quelli di
carattere generale dell’intero Sistema Paese, all’interno di un quadro di riferimento
strategico nazionale elaborato dal Governo Centrale. Insorge ,sentita come una
irrinunciabile necessità, una visione federalista anche nella gestione dei sistemi
produttivi a cui, se da un lato , deve associarsi un clima legislativo che attribuisca i
necessari poteri alle istituzioni Locali non si può trascurare, dall’altro,
l’individuazione di nuove forme di interlocuzione ,concertazione e gestione tra tutti i
soggetti coinvolti nelle problematiche industriali e nella valorizzazione delle risorse
del territorio. In altre parole occorre trasferire nel Governo Locale una visione
sistemica dei problemi in cui abbiano adeguate enfasi e comprensione di importanza
sia le relazioni endogene sia esogene.
Tornando ad esaminare il Sistema della PMI dobbiamo rilevare come vi sia una
disuniforme distribuzione sul territorio della densità di soggetti con punte di massimo
in alcune regioni e di minimo in altre. Parimenti si riscontra come in molte aree il
sistema della PMI locato abbia una prevalenza di soggetti associabili ad uno stesso
comparto industriale È questa una condizione di rischio giacchè dopotutto l’economia
dell’intera area viene ad essere condizionata dall’andamento di un solo settore
industriale. Non mancano esempi dell’insorgenza di gravi crisi, in aree che risultavano
ad elevata economia ed alto livello occupazionale, a seguito della criticizzazione di
quello che era il settore trainante. Crisi di complessa soluzione giacchè, nella
maggioranza dei casi, all’attività produttiva prevalente si associava tutto il modello
sociale,economico e culturale di area.
Indubbiamente il Sistema della PMI si è rivelato in grado di rispondere alle
mutazioni dello scenario con sorprendente tempestività; allo stesso modo ha la
potenzialità di contribuire in maniera non marginale alla ricerca di soluzioni per
quanto concerne il problema della disoccupazione; nè si può disconoscere ,nonostante
talvolta sia sembrato che si ignorasse stante la disattenzione con cui si affrontavano i
problemi della PMI, il ruolo avuto nel sostenere l’economia nazionale. Ciò non deve
indurre una ipervalutazione del sistema, tantomeno i punti di debolezza che segnano la
maggior parte dei soggetti che lo compongono. Tra questi segnaliamo
il basso potere contrattuale nei confronti dei fornitori e ancor più del
sistema creditizio. Quest’ultimo vero proprietario, stante il livello di
indebitamento, di molte imprese medio-piccole e generatore, in funzioni degli
elevati interessi passivi, di negativi squeezes sul profitto.
la difficoltà nel riuscire ad esprimere un’offerta ,anche se potenzialmente
competitiva, fuori del mercato ristretto dell’area in cui sono insediate le attività
produttive
la scarsa attività di Ricerca e Sviluppo e quindi la dipendenza per quanto
riguarda il contenuto tecnologico e dei processi produttivi e dell’offerta. Deve
essere ,a tal proposito, segnalato come non raramente all’interno delle aziende
si sviluppino idee innovative che comunque ,non potendo essere sviluppate,
siano cedute ad elementi esterni, talvolta anche al Sistema Italia, che, dopo
averle ingegnerizzate, provvedono ad immetterle sul mercato tecnologico.
Dove le stesse aziende che le avevano in origine generate potranno, a necessità,
acquisirle.
esistono barriere alla reale possibilità che soggetti della PMI possano
cogliere appieno le opportunità associate alla globalizzazione e all’avvento
della new-economy; condizione esistente anche per quanto concerne un’ipotesi
di internazionalizzazione dell’imprese sia riferita ad un’ottica mercantile sia
produttiva.
il sistema PMI italiano non è raffrontabile nè con quello tedesco nè
francese ed è probabile che, in assenza di adeguamenti strutturali e strategici, le
ricadute potenzialmente associabili all’ingresso italiano nell’Unione Europea
alla fine non risultino positive quale erano le ,giustificate, attese.
Nessuno può ignorare quale compressione allo sviluppo di impresa possa essere
associato alla esistente pressione fiscale. Così come riteniamo probabile che sia
difficile risolverla fino a quando non si giunga ad un federalismo fiscale. Per quanto
riguarda la possibilità di attivare delle risorse pubbliche per supportare il sistema della
PMI deve essere sempre presente il rischio di rialimentare il clima assistenziale.
Comunque sia il punto rilevante è, e rimane, che qualsiasi proposta di intervento
viene formulata in assenza di un modello di riferimento entro cui collocarla.
5.1 Necessità di una strategia della “Collaborazione “
La rapida evoluzione della tecnologia ,unitamente all’ampia convergenza e
sovrapposizione dei comparti che ad essa fanno riferimento, ha contribuito a rendere
indistinti i confini tra i diversi settori industriali. Una situazione che ha prodotto un
rafforzamento delle già esistenti sinergie e complemetarietà nonchè alla nascita di
nuove.
Il risultato è l’insorgere di un’ampia inter-settorialità che si traduce in forme
collaborative ai diversi livelli: dalla Ricerca e Sviluppo alla Produzione e
Commercializzazione. Ne deriva una nuova cultura caratterizzata dalla ricerca di
“relazioni forti” tra soggetti industriali diversi che,di fatto, è la vera risposta ai nuovi
requisiti richiesti dal cambiamento del contesto ambientale e competitivo.
Ciò a valere in generale. Ma, noi riteniamo, che questa del tutto nuova forma di
dialogo collaborativo, tra diversi soggetti e sistemi industriali, possa rappresentare un
buon punto di partenza per cercare di immaginare una strategia di politica industriale
dedicata alla PMI e definire un modello di riferimento.
Nel settore industriale è abbastanza frequente, tradizionalmente, specie tra le
grandi imprese, l’insorgenza di forme aggregative. Ma, tralasciando i veri e propri
accorpamenti o acquisizioni, si tratta di situazioni congiunturali indotte dalla necessità
di sfruttare sinergie o complementarietà per raggiungere degli specifici obiettivi.
Quello che noi intendiamo, parlando di “strategia collaborativa”, è un rapporto di tipo
continuativo tra soggetti industriali, prescindente la loro missione operativa o il settore
di riferimento, in grado di minimizzare i punti di debolezza, massimizzare quelli di
forza, derivare delle strategie “a reciproco vantaggio” ed infine generare uno stretto
raccordo con il territorio nei suoi caratteri economici-culturali-sociali al fine di
sostenerne lo sviluppo e l’utilizzazione delle esistenti risorse.
Al fine di
· favorire un accrescimento della capacità di innovazione articolata secondo le
seguenti funzioni:
· -generare di nuove conoscenze
· -trasferire i risultati della ricerca in innovazioni ,di processo o di prodotto, fuori
dell’ambito in cui sono ottenuti in modo da generare un patrimonio tecnologico di
sistema piuttosto che di singola impresa.
· -acquisire tecnologie innovative ovunque generate e loro utilizzazione.
rafforzare qualitativamente e quantitativamente il patrimonio imprenditoriale attraverso
insediamenti industriali di raccordo tra i già esistenti; la definizione di un modello di
riferimento entro cui sia incentivata la nascita di accordi cooperativi e joint venture;
affermando per quanto possibile il ruolo trainante della intersettorialità sia nella fase
progettuale che in quella produttiva e di strutturazione dell’offerta.
Attivare strumenti finalizzati a controllare e razionalizzare le diverse attività svolte dal
Sistema. Così da evitare il rischio di dispersione delle risorse; la ripetizione di
funzioni; l’insorgenza di anomale forme di competitività inter-sistema che, dopotutto,
rappresentano una reale opportunità solo per i competitori esterni.
coniugare il Sistema industriale con quello del territorio attraverso una Politica di
Governo dello sviluppo dell’area e di valorizzazione economica delle esistenti risorse.
L’efficacia di questi raccordi collaborativi sarà legata al fatto che non siano nè
occasionali nè deboli ma, allo stesso tempo, non dovranno generare una rigidità
all’interno del sistema giacchè si indurrebbe una riduzione di quel punto di forza
proprio del sistema PMI che ne garantisce la reattività.
Una strategia della collaborazione che dovrà essere accompagnata dall’insorgenza
di una filosofia della “compensazione”. Cioè l’accettazione che i punti di debolezza di
alcuni soggetti possano, rispetto al mercato o al confronto con differenti sistemi: quale
quello del credito o dei fornitori o addirittura istituzionali, trovare compensazione
attraverso la collaborazione con altri soggetti per i quali sono di forza.
6.1 Ipotesi per un modello di area
Da quanto detto, fino a questo momento, appare evidente come il nostro
ragionamento dovrà avere il carattere di massima generalità. Se infatti appare
possibile, e dopotutto è l’obiettivo di questo documento, fornire delle indicazioni sulle
logiche che dovranno essere poste a base della realizzazione di modelli ,entro cui far
sviluppare una politica industriale di area per la PMI, vi è perfetta consapevolezza
della necessità di una stretta consistenza di ciascun modello con i caratteri specifici
(culturali, sociali, economici, produttivi) dell’area a cui si riferisce.
Questo dovendo rappresentare un vincolo imprescindibile per gli attori che
dovranno definire il modello formalmente,renderlo operativo, e quindi gestirlo. Se non
soddisfatto ne comporterà ,indipendentemente da qualsiasi altra causa, la non
adeguatezza e quindi il fallimento.
È spesso accaduto ,nel passato, che di fronte alla necessità di elaborare dei modelli
a presidio di iniziative di politica industriale o di programmazione, vi sia stato un forte
privilegiare la parte formale rispetto a quella sostanziale. In altre parole ponendo la
massima enfasi sull’eleganza equazionale o della struttura organizzativa ma ,allo
stesso tempo, con scarsa, quasi occasionale, attenzione alla realtà .
Questa constatazione impone una raccomandazione sulla necessità che i «modelli
d’area» siano progettati nella consapevolezza del loro dover essere utilizzabili per
affrontare , e risolvere, dei problemi concreti, reali. Dovendo quindi risultare
massimamente rappresentativi
comprensibili nella loro struttura e funzionalità
chiari nella definizione delle relazioni che sottointendono e nei ruoli attribuiti ai
diversi attori
e tali da permettere una facile gestione delle complessità caratterizzanti il
Sistema d’Area a cui si riferiscono.
Parimenti riteniamo che debbano essere strutturati in forma «leggera» così da
poter essere particolarmente reattivi alle mutazioni dello scenario; organizzazioni,
quindi, dinamiche e funzionalmente aperte. Condizione quest’ultima indispensabile
per garantire l’interazione operativa tra modelli locati in aree diverse
Una politica industriale d’area assegnerà,come detto, un ruolo primario alla
filosofia della «collaborazione» tra tutte le entità del sistema di area. Ne deriva che ne
saranno «attori», e del processo decisionale e delle operatività, tutti i soggetti
rappresentanti di strutture organizzative, produttive o istituzionali, tra le quali esiste
,rispetto al modello, un legame interrelazionale che sia
1).-orientato verso un obiettivo principale comune e di interesse generale,
2)-non congiunturale.
Un sotto-insieme degli attori, individuato attraverso una selezione che risulti
tatticamente consistente alle regole attuative del «modello» di riferimento, venendo a
partecipare all’elaborazione strategica e all’associato processo decisionale e
conseguente attività di controllo, potrà essere considerato ,ma con ampi poteri, struttura
di coordinamento.
Apparentemente quest’ultima considerazione potrebbe indurre l’idea che,
dopotutto, si immagini l’insorgenza di «gerarchie» all’interno dei «modelli» di area.
Non è corretto e se ciò avvenisse risulterebbe antitetico al principio ispiratore della
«collaborazione» e allo stesso carattere che si è voluto assegnare , punto 1, al
necessario legame inter-relazionale.
Nella «collaborazione» vi è una condivisione dell’obiettivo da cui discende il
senso dell’esistenza stessa del legame «inter-relazionale» ,divenuto così non effimero,
distinguendolo da quelli di tipo puramente gerarchico, giacchè quest’ultimi non
richiedono nessun momento di comunanza di obiettivo, con il prevalere decisionale di
un attore rispetto agli altri, ma anche da quelli che potremmo classificare come di
«clan», caratterizzati non dall’esistenza di un comune obiettivo di interesse «generale»
ma solo e soltanto dall’assegnare massimo interesse ad obiettivi di esclusivo vantaggio
per i facenti parte ,appunto, del clan. Un aspetto quest’ultimo che ci permette di
chiarire quel connotato di «non banale» assegnato al legame inter-relazionale.
L’obiettivo comune dovrà avere coerenza sia con gli obiettivi specifici di ogni
singolo soggetto partecipante al modello sia con i fini istituzionali che si associano
all’espressione di una politica industriale sia con i requisiti d’area.
Da questa necessità ,di «coerenza», deriva la «non banalità » del legame interrelazionale
rispetto a quelli che possono insorgere da forme di interlocuzione tra i
diversi soggetti per motivazioni che non risultino «finalizzate» ad attività per il
raggiungimento ,in maniera collaborativa, di un comune obiettivo.
Il termine «non congiunturale» implica il fatto che al legame viene assegnato
carattere di validità non legato ad un orizzonte di breve periodo. Non si esclude che
possa essere generato in situazioni, ad esempio, di emergenza, ma si prevede il suo
mantenimento anche quando siano esaurite le condizioni che lo hanno indotto. Un
punto non di poca importanza per le implicazioni di allocazione delle risorse,
programmazione delle attività, elaborazione delle strategie e , quindi, del controllo .
Concludiamo questa esposizione con il richiamare gli aspetti di multi-disciplinarietà
e multisettorialità.
Risulterà ,il modello, multi-disciplinare per almeno due ordini di motivi. Il primo
legato al fatto di dover effettuare una rappresentazione della complessità del reale e
quindi implicando il ricorso alle tecniche di diverse discipline scientifiche (economia,
sociologia, psicologia, teoria dell’organizzazione, scienza dell’ambiente); il secondo
per l’utilizzazione di un ampia gamma di strumenti a realizzare il legame interrelazionale
( dall’attivazione di scambi di beni e servizi alla messa in comune di
esperienze ed informazioni, dalla condivisione di risorse alla insorgenza di unicità
locative).
L’intersettorialità derivando dai diversi settori entro cui le diverse entità
appartenenti al modello operano. Un aspetto che verrà ,comunque, rafforzato dalla
ricerca di individuare momenti di sovrapposizione e convergenza tra i diversi settori o
di loro complementarietà.
7.1-Entità del modello e riflessioni sul ruolo.
Dovendo individuare le categorie, i cui soggetti andranno a costituire le entità del
modello , è ovvio che vi sia un vincolo rigido connesso al comune obiettivo che è
quello di elaborare ed attuare una politica industriale di area finalizzata:
1.-al sostegno del sistema produttivo esistente,
2.-allo sviluppo socio-economico del sistema territorio,
3.-alla generazione di strumenti agevolativi per l’insorgenza di nuove attività e
alla valorizzazione economica delle risorse territoriali».
Appare conseguente che il legame inter-relazionale ,da cui deriverà la
partecipazione al modello, dovrà coinvolgere direttamente:
-gli enti di governo locale.
-il sistema produttivo
-i rappresentanti delle diverse categorie economiche e sociali
Risultando essenziale la risoluzione del problema connesso alle modalità di
coinvolgimento e la definizione delle regole da porre a base della strutturazione-
funzionalità del modello.
Per quanto concerne gli Enti di Governo Locale viene ad accrescersi il ruolo, a loro
istituzionalmente attribuito, unitamente ad una significativa autonomia decisionale.
Sarà loro responsabilità elaborare il clima legislativo entro cui poter legittimare
iniziative locali nel rispetto di quelle che saranno le linee strategiche, d’ordine generale,
definite dal Governo Centrale. Ma dovranno svolgere anche il ruolo di gestori, con
un’ottica economica, delle risorse proprie del territorio posto sotto la loro
responsabilità. Valutando quanto possa e debba essere rilasciato all’iniziativa privata e
quanto rimanere sotto il controllo pubblico. Altresì provvedendo all’insorgenza delle
condizioni necessarie per favorire le relazioni di scambio con altri Governi d’Area.
A nostro avviso essi quantomeno dovranno:
provvedere ad ottimizzare le strutture di gestione del territorio e rendersi
disponibili a coinvolgere in questa funzione altre entità del modello . Ciò per
un accrescimento delle competenze e per assicurare scelte che siano
effettivamente coerenti e consistenti con quello che è «l’obiettivo comune».
Essere coinvolti, fin dall’inizio, nelle strategie operative ,elaborate
nell’ottica collaborativa, da parte dei sistemi produttivi non escludendosi ,anzi
auspicando, l’assunzione del ruolo di garanti per progetti e programmi che
coinvolgano sistemi d’aree diverse o soggetti che non partecipanti direttamente
al modello di riferimento.
effettuare un monitoraggio dell’area attraverso strumenti innovati, e
correlati alle nuove forme di governo del sistema territorio, in modo da poter
avere continua ed esaustiva conoscenza delle risorse esistenti, della loro
utilizzazione,dei segnali di criticità del sistema,della coerenza dell’attività del
modello rispetto all’interesse generale assegnato all’obiettivo che ne giustifica
l’esistenza.
Relativamente al Sistema Produttivo facciamo rilevare come debba insorgere
-il superamento della conflittualità a favore della razionale ricerca di
trasferimento del concetto di collaborazione nelle attività di ricerca, di
processo, di acquisizione di risorse,di offerta al mercato. Con disponibilità a
rendere comune patrimonio sia le tecnologie e il Know How sia le specifiche
competenze e specializzazioni di addetti.
-una filosofia di delega e raccordo per quanto concerne la definizione di
strategie che interagiscono con il Sistema d’area o dalla cui attuazione possono
derivarsi squeezes, in maniera esplicita o potenziale, su sistemi esterni,siano o
meno entità d’area, al sistema azienda.
-la consapevole contribuzione all’insorgenza di un clima ermeneutico che
presieda all’integrazione ,culturale ed operativa, tra le conoscenze del contesto
locale con quelle provenienti, e dai soggetti produttivi acquisibili con facilità e
rapidità in funzione dei loro interscambi con il mercato nazionale e talvolta
transnazionale, dai circuiti esterni della conoscenza.
Una riflessione, finale, deve essere svolta relativamente alle «rappresentanze di
categorie economiche e sociali». Anche per evitare il rischio che da una lettura distorta
delle tesi che stiamo sostenendo non si traggano delle conclusioni ben distanti dal
nostro pensiero.
Banalizzando quanto abbiamo detto fino a questo punto si potrebbe concludere
che, a parte il modo, stiamo sostenendo la necessità che tutti gli interessati dovrebbero
avere voce in capitolo nel processo di definizione di strategie di politica industriale,
che intendiamo debba essere definita in ristretti ambiti territoriali.
La prima parte può essere contestata da quanti, e sembrano una maggioranza,
sostengono la necessità di una sempre maggior concentrazione della politica
industriale tra il Governo Centrale e i grandi interessi industriali. Di recente
aggiungendovi la concertazione con le rappresentanze nazionali di categoria. La
seconda da chi, e speriamo siano rimasti in pochi, continuano a ritenere valida la
possibilità di effettuare scelte strategiche centralizzate che possano venir calate, con
speranza di successo, nelle singole realtà locali.
La definizione di una strategia di politica industriale, ma potremmo fare
riferimento anche alla correlata e dedicata alle problematiche dell’occupazione, di tipo
tradizionale, ossia dall’alto verso il basso e caratterizzata da un prevalere dell’aspetto
burocratico rispetto a quello operativo, è insufficiente ad affrontare efficacemente , e
tempestivamente, quanto deriva dalle dinamiche e interne al Sistema Paese e dello
scenario esterno.
Una condizione che deriva sia dall’esistenti complessi vincoli burocratici,in grado
di ritardare qualsiasi ipotesi di intervento fino a farla diventare obsoleta rispetto
all’evento che l’aveva richiesta, sia dal fatto che nella elaborazione si assume un
carattere di uniformità per il Sistema industriale privo di qualsiasi riscontro nella
realtà. Assunzione che non ha senso nemmeno quando l’elaborazione viene effettuata
per singolo settore produttivo. Peraltro, in questo caso, mantenendo intatta una
visione, e utilizzando strumenti, di analisi settoriale che mal si coniuga con la
crescente spinta intersettoriale.
Noi siamo convinti che occorra un decentramento elaborativo e attuativo, con
elevato grado di autonomia sia pure all’interno di un quadro di riferimento generale
che, ad esempio, richiami le disponibilità esistenti o indichi le priorità strategiche di
interesse nazionale o l’esistenza di accordi o programmi sovranazionali da
condividere.
Da un certo tempo la stampa riporta autorevoli dichiarazioni che supportano,di
fatto, la scelta di una «cooperazione tra governo centrale e industria» nella definizione
di strategie di politica industriale. Il sindacato, che viene buon terzo in quanto ad
influenza, non esitando a prendere posto al tavolo negoziale.
Indubbiamente questo approccio è un progresso rispetto il passato ma, nondimeno,
lo riteniamo non rispondente alle reali esigenze. È non utilizzabile su scala nazionale
giacchè non in grado di gestire la complessità economica e strutturale, comprendere le
differenze di settore e/o d’area .
Contiene un’arrogante inaccettabile, storicamente, presunzione che riunendo
Governo Centrale con Rappresentanti dell’Industria e Sindacati «tutti» siano
rappresentati e quindi le decisioni assunte abbiano valenza generale e riassumano le
esigenze delle diverse Entità componenti il Sistema Paese. Nella realtà nessuno,
oramai, si sente adeguatamente «rappresentato» e meno che meno da queste
gigantesche istituzioni.
Inoltre, questa sorta di trilaterismo interno al Sistema, nonostante sia stato
costituito sulla spinta di concezioni progressiste, assume atteggiamenti e diviene, alla
fin fine, una forza estremamente conservatrice. Quando ricerca il consenso è solo per
riuscire, in qualche modo, a mantenere lo status quo, l’esistente. Possiamo
rappresentare un caso emblematico che, nel corso della Prima Repubblica ha segnato
molti momenti della elaborazione di Politiche Industriali, o ritenute tali.
I Rappresentanti di un settore industriale in declino cercheranno con ogni mezzo
di avere aiuti per restare in attività nonostante abbiano ben chiara la irreversibilità del
loro stato. I sindacati, fuori delle dichiarazioni di rito, vogliono salvaguardare posti di
lavoro e non esiteranno a sostenere la posizione dei Rappresentanti dell’Industria per
quanto possibile. Il Governo eviterà di entrare in contrasto e con i Sindacati e con i
Rappresentanti Industriali e cercherà una soluzione che possa soddisfare le aspettative
di entrambi. Così, nella maggioranza dei casi, la richiesta soddisfatta genera un peso
economico che andrà a gravare ,con soddisfazione di tutti, i contribuenti senza
apportare alcun vantaggio reale.
Per tutte le ragioni esposte siamo convinti della necessità di fragmentare il processo
in parti ,coinvolgenti il maggior numero di attori possibile. Deve avere carattere locale e
svilupparsi attraverso legami relazionali come già detto in precedenza.
A nostro avviso vi è il permanere della tendenza a considerare il sociale,
nell’accezione più ampia, come un sottoprodotto dell’economico. Allo stesso tempo,
in una lettura distorta e scioccamente radicalizzata dei principi liberisti, assistiamo
all’attivazione di iniziative che, con la scusa di voler «evitare» un regime assistenziale,
di fatto lasciano i problemi connessi alla necessità di assistenza, ch’è cosa diversa
dall’assistenzialismo, di larga parte della popolazione, senza alcuna strategia efficace a
fornire una accettabile soluzione.
Non crediamo di dover spendere troppe parole per enfatizzare come la situazione
attuale, a livello globale, sia caratterizzata da interrelazioni tra le attività economiche,
lo scenario sociale, quello ambientale, e di come i problemi e gli squilibri di un settore
si coniughino e influenzino quelli degli altri.
Ne deriva che quando parliamo di sviluppo, esattamente come nel caso di crisi,
occorre considerare il sistema a cui ci riferisce nella sua totalità con particolare
attenzione alle correlazioni tra le sue diverse entità. Anche perchè, evitando questo
approccio globale e procedendo per settori, esiste il rischio che la soluzione di uno
specifico problema rappresenti l’effettore dell’aggravamento di altri.
La fine millennio, e l’inizio del nuovo, è stata segnata da una profonda «crisi».
Ossia da una mutazione che comporterà, nel medio periodo, la probabile nascita di un
del tutto nuovo paradigma organizzativo accompagnato da innovate concezioni
dell’esercizio di governo,della gestione del sociale, dell’ambiente, della produzione e
degli scambi mercantili che vi associano.
Una crisi che, già da ora, richiede un razionale impegno di tutte le energie. Che
impone il non trascurare i diversi aspetti del sociale, di dare una nuova interpretazione al
fenomeno dell’assistenza, d’elaborare forme di intervento originali a fronte della
crescente disoccupazione, di assegnare il giusto ruolo ai problemi dell’ambiente .
Scoprendo che attraverso una gestione intelligente si possono ottenere ritorni
inaspettati a vantaggio dell’intera collettività e ben superiori a quelli che una lettura
banale e dell’immediato potrebbero far attendere.
8.1-Le regole
La costituzione di un gruppo di lavoro ,all’interno di una struttura organizzata,
costituisce una forma elementare ma sufficiente per lo studio della «collaborazione».
In questo caso la collaborazione è intesa come la principale caratteristica ed è lo
strumento che di fatto rende l’azione del «gruppo» preferibile a quella individuale.
Così come, riferendoci alle competenze diverse , non vi è difficoltà alcuna a
comprendere cosa si intenda per “compensazione” correlata alla “collaborazione”.
Dovendo individuare una teoria scientifica che abbia questi due aspetti a base
della sua enunciazione la scelta è abbastanza ridotta. Tra le poche la ricerca operativa
è la disciplina scientifica richiedente, per la sua applicazione, indispensabilmente,
l’attivazione di gruppi di lavoro a carattere multi disciplinare e con elevato livello di
collaborazione. Situazioni analoghe si verificano ogni volta che vengono affrontate le
problematiche afferenti Sistemi complessi.
In alcuni casi si è verificato come la «collaborazione» superi il suo essere uno
«strumento efficace per il conseguimento di un obiettivo» fino a divenire l’elemento
costitutivo principale da cui si deriva l’identità del gruppo.
In generale le regole «scritte» rappresentano l’insieme dei doveri e dei diritti che
ogni membro dell’organizzazione deve rispettare in funzione del suo ruolo e della sua
attività. Vi è altresì la convinzione che il mancato rispetto di queste codificazioni
comporterebbe danno sia al singolo componente sia all’intera «popolazione»
dell’organizzazione sia alla corretta funzionalità di quest’ultima. Tanto da prevedersi
forme di controllo del comportamento che deve risultare coerente e consistente
all’insieme delle regole scritte. Insorgendo forme di penalizzazione per quanti non
rispettino questi vincoli comportamentali ,e di fatto l’insieme delle regole.
Ciò a valere, lo ripetiamo, per ogni forma organizzativa. Sia essa una struttura
industriale piuttosto che un gruppo di lavoro o uno Stato.
Diverso il pattern delle regole non scritte.
In un gruppo di lavoro vi è l’elaborazione in comune di regole non scritte al fine di
garantire la funzionalità del gruppo rispetto alle possibili variazioni/perturbazioni che
possono insorgere e creare situazioni non previste dalle regole codificate e scritte.
Due osservazioni. La prima che l’insieme delle regole non scritte, a meno che non
vengano poi codificate, muta in funzione dell’insorgere di nuove condizioni a
contorno dell’attività del gruppo di lavoro. La seconda che sono direttamente derivate
proprio dalla collaborazione degli operatori.
L’esistenza di regole non scritte è dimostrabile anche in organizzazioni più
complesse, quale può essere uno Stato, ma non hanno valenza generale e sono
strettamente connesse alle esigenze di comunità locali. Potrà anche rilevarsi come
l’insieme associato ad una comunità sia fortemente diverso da quello di un’altra.
Ovviamente nessun insieme di regole non scritte potrà essere contradditorio rispetto
a quello delle codificate. Parimenti quando una regole non scritta assume significativa
valenza e validità generale è molto probabile che venga traslata tra quelle codificate.
Dopo queste rapide considerazioni introduttive crediamo di poter affermare che
nella costruzione del nostro modello di area, e ancor più nella definizione della strategia
di Politica Industriale decentrata, se potranno essere date delle regole scritte di
massima, in grado di stabilire i compiti e gli obiettivi generali, a valere per tute le
diverse aree costituenti, nel loro insieme, il Sistema Paese, dovrà essere lasciata alla
responsabilità «dei diversi attori decisionali locali» l’elaborare l’insieme delle
codificate con carattere di specificità, che completeranno quelle generali, e il far
nascere le non scritte che incrementeranno la funzionalità del modello.
Ed è importante questo secondo aspetto. Infatti l’esigenza di formulare regole non
scritte costituirà l’occasione, se ben gestita, per strutturare dinamicamente il rapporto
di «collaborazione».
I diversi attori saranno «forzati» a collaborare,ancor prima che operativamente, per
definire una regola non scritta consapevoli che il mancato assolvimento di questo
compito potrebbe costituire ,nel futuro, un limite per il raggiungimento dell’obiettivo
associato alla costituzione del modello. Acquisiranno la consapevolezza della
generalità di ciò che stanno facendo. Ossia di un compito che non si limita ad
affrontare specifici problemi ma costituisce l’insorgenza di una forma nuova di
«democrazia economica decentrata».
Ancor più , la «collaborazione» così insorta diviene strumento in grado di
trasformare un insieme di soggetti in un sistema organizzato e finalizzato al
raggiungimento di un obiettivo di comune interesse.
Trasferendo i concetti nella «globalizzazione» dobbiamo far rilevare come questa
condizione, segnante l’attuale scenario internazionale, chiede una continua
partecipazione di diversi Sistemi Paese in un’ottica collaborativa nelle relazione
economiche, d’ambiente e sociali.
In altre parole ,operare in uno scenario globalizzato implica l’aumento del numero
dei soggetti partecipanti e la generazione delle condizioni affinchè le diverse
specificità siano poste in grado di inter-connettersi e, allo stesso tempo, accedere alla
creazione ed utilizzo di un bene comune universale, nel rispetto e nella valorizzazione
delle loro specificità storico-culturali.
Crediamo che sia opportuno svolgere qualche considerazione su questo concetto
che, come vedremo, darà ancor più una ragione alla nostra proposta.
Abbiamo già fatto rilevare come da un certo tempo si assista all’insorgenza di
logiche collaborative, di accordo, sia tra strutture industriali sia tra sistemi paese.
Logiche indotte dalla necessità di affrontare specifici problemi ,o dallo sviluppo di
strategie per il conseguimento di ben stabiliti obiettivi. Una situazione che evidenzia
come ci si sia resi ben conto, da parte della totalità dei decisori dei diversi sistemi, che
nessuno possiede tutte le risorse necessarie per affrontare il futuro.
Il Macro Sistema Mondiale può avere adeguate risorse ma nessuna sua Entità, per
quanto dotata di valenza significativa, può ,oggi dichiarare di poter agire in maniera
autonoma.
Vorremmo anche far rilevare come in molti casi questa esigenza di interazione
collaborativa superi il fattore ideologico e riesca a mettere in secondo piano gli
interessi specifici ,dei partecipanti, quando possono rilevarsi limitativi per l’insorgere
del rapporto relazionale.
Da quanto precede se ne può dedurre che, dopotutto, la nostra tesi ,per un
approccio innovato alla definizione di strategie di politica industriale, altro non
rappresenta se non la proiezione del concetto di globalità in ambito locale e quindi,
attraverso la ricompattazione strategico-funzionale delle realtà delle singole aree, la
sua costruzione in ambito nazionale.
In tal modo, attraverso un decentramento, riuscendo ad ottenere il manifestarsi di
una stretta interconnessione tra la democrazia politica, la democrazia economica e la
democrazia sociale. Ancor più, a nostro parere, evitando il perdurare di almeno due
situazioni che hanno dimostrato la loro capacità d’essere effettrici di profondi ,e gravi,
squilibri d’ordine sociale, economico e ,quindi, politico. Con rischio per la stessa
stabilità del Sistema Paese.
Ci riferiamo al fatto che, in un’ottica centralista e di tipo tutorale,la collaborazione
e la concertazione, come avvenuto, possano esaurirsi in accordi bloccati tra interessi
forti con la conseguente emarginazione dei soggetti più deboli. Parimenti, ed è la
seconda situazione conseguente dalla prima, che la soluzione dei problemi dei
partecipanti agli accordi avvenga a scapito degli esclusi
Con questo non vogliamo ignorare il rischio che anche nella generazione di
modelli d’area, nella delocalizzazione della democrazia economica e sociale, possano
manifestarsi situazioni analoghe. Ma riteniamo che ,per la minor complessità del
sistema locale, esistano le condizioni per un più puntuale controllo e l’immediata
individuazione di anomale interpretazioni delle finalità di modello, di non
perseguimento degli obiettivi comuni quanto di quelli di specifico interesse per alcuni
soggetti.
Tornando al nostro principale discorso,sono da considerarsi come regole di valenza
comune, indipendentemente dai caratteri specifici delle varie aree, quelle relative alla:
-certezza. La individuazione di una qualsiasi forma di intervento non
rappresenta, fino a quando non si traduce in atti operativi, la soluzione di alcun
problema o la definizione di una futura strategia. Può essere premessa di
soluzione o di definizione strategica. In alcuni casi, purtroppo, solo un mezzo
come un altro per rimandare il dover affrontare il problema. Nella situazione
che stiamo descrivendo deve essere ,sempre, assicurata la «certezza» che
qualsiasi iniziativa ,una volta enunciata e approvata, avrà esecuzione e nei
tempi previsti. Per questo dovendosi, per ogni caso, provvedere a definire gli
attori che coinvolge, la necessità di risorse per le diverse fasi di
implementazione,la loro disponibilità e la reperibilità di quelle mancanti. La
copertura finanziaria necessaria per ogni attività, le ricadute sullo scenario
economico e sociale.
-responsabilizzazione. Vi sono due aspetti che devono essere rilevati e
affrontati. Il primo strettamente connesso alla necessità che tutti gli «attori»
siano responsabilizzati su quanto viene ad essere collegato alle loro scelte. In
particolare sulla generalità degli obiettivi di modello , anche se possono
implicare talvolta degli obiettivi specifici. Il secondo aspetto è invece d’ordine
funzionale-organizzativo. Abbiamo in precedenza fatto osservare come non
riteniamo che, stante la filosofia collaborativa, debba insorgere un regime di
rigida gerarchizzazione ma, allo stesso tempo, non è nemmeno ipotizzabile che
non vi siano strumenti destinati ad individuare comportamenti in contrasto con
i principi che sono alla base del modello o dedicati al raggiungimento di
obiettivi a vantaggio solo di alcuni attori.
-controllo. È essenziale, sia per accrescere il fattore consenso/fiducia sia
per evitare anche il rischio dell’insorgenza di fenomeni anomali quali quelli
che hanno segnato ,nel passato prossimo, le politiche industriali –divenute
momenti di assistenzialismo-e anche gli interventi al recupero di aree di crisi.
Ci riferiamo, tanto per essere espliciti, ai fenomeni di distrazione delle risorse o
di elusione o distorsione delle ragioni poste a base dei diversi interventi. Allo
stesso tempo ,il controllo, appare necessario per avere la garanzia che inattuazione-
ogni processo di intervento risulti monitorizzata. Ovviamente
dovendo il controllo risultare trasparente rispetto alla totalità degli attori
coinvolti.
9.1-Distretto Integrazione Sistemi (D.I.S) e regole «scritte» di funzionalità.
Dovendo tratteggiare un insieme di «regole scritte» a valere per i modelli che si
intendono elaborare nelle varie aree, a supportare l’espressione dell’innovata forma di
politica industriale, occorre dare un denominazione più esplicita a quella che, fino a
questo momento, è stata indicata semplicemente come «struttura».
Noi definiremo come «D.I.S.-Distretto Integrazione Sistema»
l’organizzazione composta dalle entità del sistema d’area (che ne esprimeranno la
funzione operativa), dagli «attori» che parteciperanno direttamente al processo decisionale ,
da «nuove entità » in grado di svolgere servizi
In questo siamo di fronte ad un Iper-Sistema (seppure locale) risultante da una
«giusta composizione», rispetto alla teoricizzazione della democrazia decentrata in
materia politica-economica-sociale, di sistemi pre-esistenti . Una «giusta
composizione» che originerà ,a sua volta, altre entità.
Sarà un Iper-Sistema integrato ,giacchè tra le diverse sue parti potranno essere
riscontrate relazioni forti. Tra queste assumendo una posizione prevalente e
generalizzata, ossia che non risente delle caratteristiche delle entità che coinvolge ,
quella «collaborativa».
Allo stesso sarà aperto, ossia interattivo con altri Iper-sistemi analoghi. Una
interattività, come vedremo successivamente ,che porterà alla generazione di
aggregazioni funzionali di più ampio carattere. Tanto da poter parlare di apertura con
disponibilità collaborativa.
Appare naturale attribuire al DIS il compito di:
-predisporre il disegno strategico di politica industriale, sociale ,
economica, nella sua area di riferimento, provvedendo a definire,in relazione ai
diversi aspetti,gli obiettivi di carattere generale,le priorità,le modalità
attuative,le risorse necessarie,il vantaggio derivante all’area.
-promuovere e coordinare iniziative per una strategia di ristrutturazione e
riorganizzazione dei sistemi produttivi d’area ,favorendo l’affermarsi di una
filosofia intersettoriale ,di cooperazione, di sinergia e complementarietà. Ciò
sia tra le entità appartenenti agli specifici sistemi produttivi, sia tra i sistemi
produttivi, sia tra questi e quello socio-culturale. Dovrà altresì definire strategie
e promuovere quanto necessario per poter incrementare il livello di
economicità e di competitiva dell’offerta esprimibile verso i mercati.
-favorire l’insorgenza di strumenti per l’acquisizione di risorse non
presenti nell’area. Per quanto riguarda quelle finanziarie, necessarie alla
realizzazione di progetti e strategie,dovrà interfacciare sia il circuito del credito
ordinario sia porre qualsiasi entità dell’area in grado di poter usufruire delle
esistenti disponibilità d’area, nazionali e comunitarie.
-individuare un quadro di riferimento strategico-finanziario entro cui
collocare programmi di Ricerca e Sviluppo .Per questo assumendo il ruolo di
coordinamento e d’ottimizzazione delle attività. Allo stesso tempo definendo le
modalità per un accesso, alle generate opportunità , da parte dei diversi soggetti
del DIS.
-realizzare e gestire uno «Sportello Dedicato» finalizzato a mettere le
diverse entità del DIS ,e del territorio, nella condizione di poter conoscere la
disponibilità di risorse,le modalità per la loro acquisizione,i programmi avviati
e la possibilità di parteciparvi,la disponibilità di altre entità ad accendere forme
di collaborazione o momenti sinergici a fronte di specifiche
necessità,l’esistenza di opportunità mercantili su mercati esteri, opportunità di
lavoro,indicazione di nuove iniziative di cui si avverte il bisogno nel territorio
interessato dal DIS o in altri con cui la stessa struttura interfaccia. Lo
«Sportello Dedicato» rappresenterà un mezzo, oltre che documentale, per
favorire una logica di razionalità economica nel territorio. Dovrà inoltre
contribuire a rendere trasparente la gestione di risorse e minimizzare i livelli di
interlocuzione tra le diverse entità del Sistema.
-favorire la partecipazione dei diversi soggetti a programmi di valenza
nazionale o transnazionale provvedendo a gestire le modalità e a supportare
l’esecuzione delle richieste formalità.
-farsi promotore di accordi con Consorzi scientifici e Centri di ricerca sia
pubblici che privati ,nazionali o europei, per progetti di ricerca aventi obiettivi
consistenti con quelli fissati per lo sviluppo del Sistema Territorio o che
possano generare contributi tecnologici ,di prodotto o di processo,dalla cui
disponibilità il Sistema possa ricevere impulso ad incrementare la sua
competitività
-elaborare e coordinare programmi di formazione dedicati al
raggiungimento di almeno tre obiettivi
1-incremento delle competenze esistenti; 2-generazione di nuove figure
professionali per quanto di necessità al sistema; 3-contribuzione all’acquisizione di
competenze da parte dei disoccupati per il loro inserimento nel mercato di lavoro.
Per quanto concerne quest’ultimo aspetto dovendosi intendere la realizzazione di
corsi ad hoc creati rispetto ad individuate opportunità. In generale l’attività di
formazione dovrà essere continuativa.
-monitorare, con continuità, il Sistema Territorio in modo da individuare la
necessità di nuove attività per lo sviluppo di forme d’economia ; elaborare
strategie di inserimento e di supporto delle nuove iniziative.
10.1-Il Sistema territorio, il DIS e la partecipazione
Il Sistema territorio può, con massima generalità, può essere considerato come
frutto dell’unione di tre sotto sistemi non disgiunti: quello produttivo, il sociale,
l’istituzionale. A nostro avviso gli altri sotto-sistemi possono essere considerati in
questi che definiremo di «primario livello».
Nella descrizione del nostro modello si è provveduto più volte a sottolineare come
la»filosofia della collaborazione» rappresenti il collante di base. Allo stesso tempo
implicandosi che vi sia, da parte delle diverse entità , la consapevolezza dell’esistenza
di obiettivi comuni in modo forte condizionanti anche la possibilità che vengano
raggiunti, con positività continuativa, quelli particolari interessanti l’attività specifica
di ognuna.
Per quanto riguarda il sottosistema produttivo si è fatto esplicito riferimento alla
P.M.I., includendo in questa anche il comparto artigianale e del commercio, per
almeno tre ordini di motivi:
-la maggior presenza nelle diverse aree;
-la reattività alle mutazioni dello scenario;
-i caratteri distintivi dell’organizzazione di ogni soggetto;
-l’esistente intersettorialità;
-la stretta aderenza tra cultura d’area e di impresa.
La prima domanda che può sorgere è relativa al ruolo attribuibile alle grandi
imprese, là dove esistono, nel nostro modello d’area. Noi riteniamo che possano avere
una particolare valenza se verranno a raccordarsi con tutto il sistema ,all’interno del
modello, evitando il perseguire, come avvenuto nel passato, la politica di
«condizionare» sia l’economia sia la cultura d’area rispetto a quelli che sono i loro
fini. Per quanto ,inoltre, possa risultare, in funzione della natura di «grandi imprese»,
la loro strategia dilatata rispetto al vincolo di localizzazione è evidente come l’attività
risenta fortemente, nel suo manifestarsi, dei fattori caratterizzanti il Sistema d’area.
A nostro parere le grandi imprese possono, e debbono, rappresentare un vero e
proprio nodo della rete produttiva territoriale da cui le altre realtà produttive possano
ricevere impulso al superamento di quelli che sono i loro punti di debolezza insiti nella
stessa natura d’essere soggetti della PMI.
In particolare:
-carenza quali e quantitativa delle risorse impiegate nell’attività
innovativa in presenza di una insufficiente produttività degli investimenti
effettuati
-non adeguate capacità manageriali e organizzative che si traducono in
manifesta difficoltà ad introdurre innovazioni gestionali e organizzative,
nonchè ad esprimere un livello significativo nel comparto commerciale
-impossibilità ad esprimere le economie di scala nella misura richiesta dal
nuovo clima di mercato e ridotta disponibilità di gestione finanziaria.
Da parte della Grande Impresa potrà ricavarsi stimolo e un modello di riferimento
nella attivazione della strategia dedicata alla generazione di strutture
organizzativo/funzionali più flessibili e con minor resistenza al cambiamento.
Considerando il Sistema d’area si è già fatto rilevare come sia difficile effettuare
un «dominio esaustivo» della totalità dei soggetti. Basta per comprendere
quest’aspetto fare riferimento al sub-sistema della PMI. Ne deriva la necessità di
definire un criterio di individuazione dei soggetti promotori del modello. Un criterio che
prende origine dalla definizione dei «Pivot d’area».
Intenderemo come Pivot d’area ogni soggetto che presenti caratteri tali da
facilitare l’insorgenza di un clima collaborativo e di consenso . Questo carattere
potendo essere strettamente riferito al suo settore di appartenenza e d’attività quando
ad altri.
Ne deriva che il sistema dei promotori sarà costituito da
-istituzionali (governo locale, sindacati..)
-pivot d’area:
Dal momento della promozione si deriveranno;
-il coordinamento di modello;
-la realizzazione del DIS.
Il «coordinamento di modello» implicherà:
-definizione delle strategie di politica industriale e sociale
-svolgimento dei processi decisionali
-attivazione del controllo d’attività e del monitoraggio
Per quanto riguarda il DIS le funzioni saranno derivabili dalle esigenze dell’area
rispetto a quelli che abbiamo definito, nel paragrafo precedente, essere dei principi
generali.
Sia nella fase di definizione delle strategie d’area, sia nello svolgimento di attività-
siano produttive o commerciali o di ricerca-emergeranno la necessità di momenti
collaborativi inter-aree. Anzi riteniamo che sarebbe una singolarità negativa se ciò non
avvenisse. Naturalmente specificando come ,questa collaborazione tra aree diverse,
non debba rappresentare un vincolo minimizzante l’autonomia decisionale delle aree
coinvolte nel momento interattivo. Ma allo stesso tempo rappresentando come la
mancanza ,peraltro innaturale giacchè appare difficile immaginare che in un’area vi
siano risorse ed entità di tale natura da renderla totalmente indipendente dalle altre, o
la limitazione al loro manifestarsi porterebbe l’insorgenza di fenomeni disarmonici e
quindi di negatività a livello economico e sociale nel Sistema italiano.
A tal proposito è forse utile sottolineare come la compattazione del territorio ,
inteso come sistema e quindi le strutture produttive-sociali-culturali rappresentandone
delle entità, attraverso dei DIS induca la generazione di due livelli relazionali. Il primo
costituito dalle relazioni esistenti, o indotte dal DIS stesso, all’interno di ogni area; il
secondo da quelle funzionali-operative tra i diversi DIS a cui si accompagnano quelle
naturali ed istituzionali delle rispettive aree. In realtà questo secondo livello è già
esistente sebbene sfruttato raramente, in maniera occasionale, e con un forte carattere
di ridondanza. Un’affermazione che induce a sottolineare come, attraverso la
razionalizzazione dei rapporti e la loro univoca definizione, sia necessario operare una
ottimizzazione dei fasci relazionali ,vuoi del primo che del secondo livello, in termini
qualitativi e quantitativi. Un risultato in buona parte ottenibile dalla corretta
definizione dei diversi processi operativi e decisionali. A cui farà seguito, per
necessità ed induzione, un positivo riverberarsi sulla funzionalità della Pubblica
Amministrazione Locale.
Alla fine risultando anche difficile il permanere della logica dell’emergenze.
PARTE SECONDA: LA DIS-E SOTTOCCUPAZIONE
1.2 Premessa
Riteniamo opportuno svolgere qualche considerazione sul problema della
disoccupazione anche perché la generazione di una compattazione del territorio
,attraverso la generazione di disocuupazione , può creare le condizioni per attivare
alcune interessanti iniziative .
Non vi sono voci discordanti sul fatto che il problema della esistente
disoccupazione debba essere trattato con estrema serietà e attenzione , di facile
comprensione i coinvolgimenti d’ordine economico e sociale , nonchè il fatto di
rappresentare un fattore di elevata potenzialità disgregatrice del Sistema Paese, che vi
si associano.
Ma a parte le dichiarazioni rimane l’ impressione che si agisca nella
consapevolezza di non essere in grado di trovare una concreta soluzione e quindi, di
fatto, altro obiettivo non vi sia se non quello di prendere tempo. Un obiettivo
perseguito con strategie costruite in modo da tentare di contenere le tensioni che al
problema si associano.
Il problema della disoccupazione è affrontato in maniera non corretta già nel
momento dell’analisi statistica. In senso stretto la qualifica di disoccupato viene
associata a chi non svolge nessuna attività lavorativa. Ma questa è una visione
riduttiva del problema. Tutti coloro che svolgono una qualche attività lo fanno con
l’obiettivo di soddisfare delle esigenze che, nelle diverse priorità, sono state in qualche
modo ben categorizzate dal Maslow.
Possiamo considerare come disoccupato chiunque, pur svolgendo un’attività
retribuita, non riesce a soddisfare quelli che sono i bisogni più elementari? Difficile
trovare una differenza sostanziale tra chi non ha lavoro e quanti lo hanno ma,
comunque, sono costretti a vivere in condizioni border line rispetto alla soglia di
povertà.
Accettando questo si deve condividere anche il fatto che non ha alcun significato
indirizzare giovani disoccupati verso lavori socialmente utili o altre storie del genere
con il solo obiettivo di riempire le loro giornate.
Questo non vuol disconoscere la necessità di un crescente impegno nelle
problematiche del sociale o la validità delle iniziative di volontariato. Anzi il nostro
augurio è che vi sia sempre maggior risposta alla richiesta di disponibilità ad assistere
i più deboli consapevoli che questi hanno bisogno di un bene prezioso quanto non
suscettibile di transazione economica:la solidarietà umana. Ma il partecipare a questa
missione deve essere una scelta , libera e cosciente, non truccata, e quindi forzata, da
anticamera di chissà mai quale futura prospettiva di lavoro.
2.2. Lavoro & Reclutamento.
Gli intoccabili ed i bistrattabili
Il mondo del lavoro che sia avvia alla fase globale deve fare i conti con sacche di
aree di lavoro locale, un mondo cioè inadeguato a proiettarsi nella globalizzazione per
numerosi motivi:
innanzitutto una fase di recessione culturale che annovera una notevole e poco
considerata fascia di semi-analfabetismo ( 35 % della popolazione italiana con un
15,4% nella fascia di età compresa tra i 16 ed i 25 anni, 22% nella fascia di età tra 26 e
35 anni) contro i circa 2 milioni di analfabeti..L’80% circa dei giovani del
Mezzogiorno sotto i 25 anni non conosce altra lingua straniera, a fronte del 15% della
media nazionale. Tale elemento appare fortemente limitante per un processo di
inserimento nel mercato specializzato globale ma tuttavia crea forti pulsioni verso i
mercati locali.
Occorre fare una “fotografia” delle aree di intervento produttivo del Paese utili
anche a porre l’accento su quelle sacche di emarginazione lavorativa che induce la
necessità di intervento della politica in genere inquinante.
L’agricoltura, che alla data del Censimento del 1951 assorbiva il 42,2% della
popolazione attiva, ne assorbe agli inizi degli anni Novanta solo il 7,6%. I lavoratori
agricoli passano da 8.261.000 a 1.630.000, diminuendo di quasi sette milioni: oltre
otto lavoratori su dieci hanno lasciato l’agricoltura dal dopoguerra a oggi. I lavoratori
del terziario sono più che raddoppiati, passando da 5.027.000 a 12.092.000.
Nell’industria invece l’entità del cambiamento appare più modesta: i lavoratori
industriali sono aumentati di 1.311.000 unità, passando da 6.290.000 a 7.601.000, ma
la loro incidenza percentuale è variata di poco. Tale passaggio, da un’economia basata
sull’agricoltura ad una basata, invece, sull’industria e sui servizi, è avvenuto in ritardo
rispetto agli altri paesi europei ed in un tempo ridotto. Dalla disoccupazione del
dopoguerra si passa a una disoccupazione urbana, al cui interno avranno un peso e una
visibilità crescente i giovani alla ricerca di un primo lavoro, i nuovi sottoccupati in
attività precarie e, nel periodo più recente (a partire dalla recessione degli inizi anni
Novanta), i nuovi disoccupati industriali. Nello stesso periodo è cambiato anche l’asse
territoriale dello sviluppo. Dopo un lungo periodo di intensa crescita industriale, è
emerso un nuovo ruolo delle regioni con alta diffusione della piccola impresa e
dispersione produttiva. La trasformazione post-fordista dell’economia, con il declino
della grande fabbrica e l’affermarsi della specializzazione flessibile, si embrica
anch’esso con le problematiche territoriali dello sviluppo. Malgrado ciò,. la
disoccupazione non è mai scesa al di sotto di una soglia ritenuta accettabile, restando
tuttavia caratteristica delle regioni meridionali. Nonostante lo sviluppo accelerato che
il nostro Paese ha conosciuto e che gli ha permesso di divenire uno dei paesi più
industrializzati al mondo, il sistema economico non è mai stato idoneo, neppure nei
momenti più favorevoli, ad assorbire le forze di lavoro disponibili. Zone con alti tassi
di attività si alternano a “macchia di leopardo” con aree caratterizzate da arretratezza e
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sottosviluppo con tassi di disoccupazione fra i più alti d’Europa ed in particolare nel
Mezzogiorno. All’interno della circoscrizione meridionale poi, vi sono differenze
rilevanti con una tale disomogeneità che non può non imporre una seria riflessione. Vi
sono aree, come le regioni del Nord-Est e alcune aree del Centro come la Toscana e le
Marche, che al di fuori di qualsiasi disegno di programmazione politica nazionale,
hanno saputo crescere e svilupparsi risolvendo in massima parte la disoccupazione,
divenendo fra le zone più ricche del Paese; al contrario, altre aree da sempre
considerate svantaggiate, in primo luogo il Mezzogiorno, (con il suo milione di
disoccupati sotto i 32 anni) nonostante le risorse impiegate, non sono riuscite ad
avviare analoghi processi di sviluppo.
In questo contesto disomogeneo l’inquinamento della politica non poteva non
essere prevedibile: specie nel Mezzogiorno il processo di occupazione ,limitato al 6065%,
occupa una sfera prevalentemente pubblica, pubblico impiego appunto, ove il
processo di referenza politica ( o raccomandazione) è determinante nella fase di
reclutamento. Ciò condiziona in una fase successiva la scelta politica che obbedisce
alla appartenenza diretta o mediata da processi di favore.
Malgrado le ottimistiche previsioni del Ministero del lavoro che prevede per il Sud
una crescita media annua dell’1,7% tra il 1995 ed il 1998 ed una riduzione del tasso di
disoccupazione , grazie a 450 mila posti di lavoro in più, vanno riconsiderate due
questioni:
il criterio di distribuzione di queste nuove assunzioni, se cioè continui il processo di
occupazione pubblica piuttosto che l’introduzione nel mercato di piccole e medie
imprese, alla luce della fase attuativa della Legge 488;
il ruolo della distribuzione “a pioggia” dell’intervento statale che accentua la fase
dell’inquinamento della politica nel mondo del lavoro.
Dunque noi invochiamo criteri diversi per il reclutamento nel mercato locale e
globale:
innanzitutto la trasparenza nella fase di reclutamento nel mondo del lavoro, specie
nel pubblico;
in secundis una fase di perequazione tra occupazione nel pubblico e occupazione
nella piccola impresa (lavoro autonomo) che garantirebbe una più equa distribuzione
della produzione rispetto ai consumi.
Il problema della disoccupazione è sociale ed economico; allo stesso tempo
rappresenta la dissipazione di risorse culturali e di capacità .
È da ritenere seria una politica che si basa sul susseguirsi di corsi di
formazione fatti nella consapevolezza che non comporteranno, per i
partecipanti, l’avvio ad una attività lavorativa ?
Merita anche il perdere un solo minuto qualsiasi proposta che, utilizzando
l’arma del decreto,ribadisca la necessità di risolvere il problema
dell’occupazione?
Quale senso ha che il governo, forse sotto la spinta di valutazioni d’ordine
pubblico, si dichiari pronto a varare stanziamenti per l’occupazione nel
Meridione? E per il Nord? Il Centro?
Il problema è,almeno questo, ben definibile: risolvere la disoccupazione significa
generare posti di lavoro che abbiano una dignità e una retribuzione. Una retribuzione
in grado di permettere un adeguato livello di vita sociale ed economica. Ciò a valere
per il Nord ,come per il Centro o il Sud.
Nel breve periodo non è ipotizzabile che si possa giungere, all’interno del Sistema
Italia, ad assorbire una parte significativa degli attuali disoccupati. Parimenti vi sono
forte perplessità sul fatto che la situazione possa non peggiorare nel futuro. Il trend di
crescita della domanda di lavoro è ben maggiore dell’offerta. Allo stesso tempo,in
mancanza di una adeguata pianificazione, vi è un forte disallineamento tra le
competenze richieste e quelle offerte. Tutto questo comporta un delta positivo nelle
dinamiche disoccupazionali.
Alcuni vincoli forti ,derivanti dalle condizioni imposte al Sistema Paese Italia dal
Macro Scenario, sono alla possibilità che si adottino le misure che, nel passato, hanno
rappresentato,per fini partitici, la risposta alle tensioni associate alla disoccupazione.
Non vi potrà essere nessuna forma di politica assistenziale. A meno che non si
voglia generare un conflitto in sede comunitaria e, ma questo non credo
preoccuperebbe molto il mondo politico visti i precedenti, stravolgere il quadro
economico-finanziario del Paese.
Allo stesso modo, non potrà essere incoraggiata, con qualsivoglia facilitazione,
una politica di insediamenti industriali in aree di crisi occupazionale,pur gravi, se non
risulterà evidente che, questi insediamenti, possano avere un’effettiva logica
industriale.
La Pubblica Amministrazione,in ogni suo settore, non ha bisogno di aumentare il
numero dei suoi addetti ma semmai di provvedere, e rapidamente,
all’implementazione di tutte le nuove tecnologie che possano incrementarne l’efficacia
e l’efficienza della sua espressione di servizi al cittadino. A questo obiettivo dovranno
essere destinati gli eventuali nuovi investimenti,necessariamente da associarsi ad una
politica di riduzione del personale e di specializzazione di quello residuo. Quindi
anche questo settore, da sempre una sorta di job incubator alimentato da
raccomandazioni e favoritismi partitici, non potrà rappresentare una qualche risposta
occupazionale.
Il Sistema Industriale ,sia pubblico che privato, dovrà sempre più provvedere ad
elevare la competitività dell’offerta. Questo implicando interventi ad incrementarne
sia il livello qualitativo sia, inevitabilmente, a comprimere ogni fattore che possa
innalzare il prezzo sul mercato. Ne deriva la attuazione,crescente, di strategie tese ad
effettuare il trasferimento delle unità produttive in Paesi dove sia più contenuto il
costo del lavoro ed investimenti in tecnologia di processo e in automazione di funzioni
per ridurre la necessità di presenze umane.
Questo non vuol dire che a).-non vi sia la possibilità di impiantare nuove aziende
nelle aree di maggior crisi occupazionale; b).-escludere, per il futuro, opportunità
occupazionali all’interno della Pubblica Amministrazione; c)-affermare il non
assorbimento da parte del Sistema Industriale. Vuol dire semplicemente avere
consapevolezza dello scenario entro cui si dovrà cercare una soluzione al problema
occupazionale.
3.2 Disoccupati trasformati in imprenditori?
Non possiamo trascurare la sollecitazione,nella ricerca di una qualche soluzione
accettabile al problema «lavoro», appoggiata all’esistenza di agevolazioni concesse
nel quadro dei programmi comunitari, che viene fatta affinchè vi sia, da parte di chi è
alla ricerca di una occupazione,la scelta ad iniziare attività autonome. Non esistendo la
possibilità di avere un lavoro dipendente si accetti il rischio e ci si trasformi
imprenditori.
Questo implica che si dovrà avviare un’attività o che produca beni o che esprima
servizi. Un’attività, quindi, che dovrà confrontarsi con il mercato e le sue leggi. Un
mercato, almeno all’inizio, abbastanza limitato, certo non globale, ma non per questo
privo di un principio : quello della competitività .
Infatti, nonostante le agevolazioni, qualsiasi attività dovrà risultare redditizia.
Ossia riuscire a vendere ciò che produce,siano beni o servizi, e ottenere un profitto.
Nella maggioranza dei casi, e non usiamo il termine totalità giacchè vogliamo
lasciare aperta la porta anche ad improbabili accadimenti, riteniamo che la scelta nel
definire quale attività svolgere sarà legata ai caratteri dell’area in cui si riterrà di
insediarla.
Quindi, in qualche modo, verrà a dover tener conto,già in fase di valutazione,dei
fattori che ne potranno facilitare il successo o ostacolarlo. Dovrà cioè risultare
coerente con il suo micro-scenario.
Ma esiste una qualche strategia in grado di supportare questa ricerca di coerenza
che è poi un primo passo per evitare il fallimento a breve della nuova iniziativa
imprenditoriale?
Non sono in grado di svolgere questo compito le Camere di Commercio e
l’Associazione Industriali. Forse non è nemmeno di loro competenza. Tantomeno le
Regioni, le Province o i Comuni. Per quanto si sforzino con l’apertura di sportelli o
l’insediamento di commissione. Tentiamo di svolgere un ragionamento che possa
fornire una qualche indicazione utile.
Vi è stato un periodo in cui i geologi denunciavano la mancanza di una «mappa
geologica nazionale» da cui si potessero trarre le necessarie informazioni a prevenire
alcune forme di catastrofi naturali. La richiesta, nonostante noi non abbiamo la
minima competenza nel settore, ci sembrò ragionevole. Come lo è quella che ha
portato alla corretta definizione delle aree a rischio per i movimenti tellurici. Abbiamo
la convinzione che in ambedue i casi si sia operato in una logica strettamente sistemica
e con un approccio operativo di insieme.
Non crediamo che studiando un’area si siano ignorati i caratteri di quelle contigue.
Anzi la forte impressione è che sia stato fatto esattamente l’opposto. Ossia siano state
ricercate le interconnessioni, definiti i momenti di interdipendenza e quanto altro .
Viene da chiedersi quali siano le ragioni che non hanno mai portato ad
immaginare di svolgere un lavoro simile ma con l’obiettivo di definire, all’interno di
ogni area regionale, la natura dei sistemi economici esistenti e ancor più le risorse
disponibili ma non sfruttate economicamente.
Attraverso la utilizzazione di adeguati strumenti analitici sarebbe possibile
individuare i settori di attività predominanti, il loro livello di eccellenza, la possibilità
di insediarne altri similari o se esistono domande di attività sinergiche o
complementari. Quanto sia presente, o sviluppabile, una filosofia di raccordo tra
imprese, di collaborazione con nuove forme imprenditoriali.
Parimenti si evidenzierebbero le risorse esistenti ma non sfruttate:da quelle
artistiche alle ambientali,da particolari momenti culturali ad attività artigiane. O, come
più spesso avviene, solo parzialmente sfruttate, ed in maniera non economicamente
razionale.
Una procedura di analisi dei caratteri delle entità ,e delle relazioni che le rendono
interdipendenti, di un sistema considerato «chiuso». Ma appare evidente come subito
dopo sarà indispensabile passare ad analizzare e definire i rapporti in essere o che
possono attivarsi con gli altri sistemi . In questo modo potendosi comprendere i
cammini economici esistenti e , se del caso, attivarne di nuovi.
Un metodo di analisi da cui si potranno avere quelle indicazioni indispensabili per
favorire in un’area ,con probabilità di maggior successo, nuove attività oltre che
supportare le già esistenti.
Ma vi sarà come primario risultato una vera e propria evidenziazione di dove
occorre intervenire, e come farlo, all’interno di un disegno strategico
organico,consistente con i caratteri distintivi delle diverse aree e i flussi di
interrelazione. Oltre a fornire le reali priorità ,per area e settore, che potranno risultare
non congruenti con quelle usualmente accreditate.
Non sfugge come immediatamente conseguente sarebbe la necessità di ridefinire
le reti di interlocuzione con un prevedibile apporto positivo alle dinamiche
occupazionali.
Nel linguaggio usato dai politici sono presenti espressioni traslate dall’arte
militare. Si parla spesso di «guerra alla disoccupazione», ma non è possibile
combattere una guerra senza, perlomeno, essere dotati delle informazioni necessarie a
definire i campi di battaglia e le forze del nemico.
Sarebbe non corretto il lasciar credere che attraverso un’operazione come quella
tratteggiata si possa pensare di risolvere il problema della disoccupazione. Ciò di cui
abbiamo parlato serve solo e soltanto a supportare una delle strategie , quella
dell’attività indipendente, attraverso la quale si possono generare delle opportunità
occupazionali.
Strategia dotata di fattori riduttivi il rischio d’attività. E riteniamo che sia quella
più seria da perseguire. Una strategia consistente al concetto di DIS
4.2 Disoccupazione,globalizzazione e flussi migratori.
Il secondo aspetto che deve essere incoraggiato,nella lotta alla disoccupazione, è
connesso alla globalizzazione.
Occorre, specie per i più giovani e per gli specializzati, far presente che la
globalizzazione è un concetto ben più ampio di quello che si può comprendere dal
modo con cui ne tratta il mondo politico e parte di quello industriale.
Non deve essere associabile solo alla possibilità di internazionalizzazione delle
industrie, sia in un approccio mercantile sia in quello produttivo. Giacchè comprende
ogni aspetto del nostro vivere. Da quello economico-finanziario al culturale; dal
sociale alle problematiche d’ordine ambientale. La globalizzazione è tutto questo su
scala planetaria. O almeno dovrebbe esserlo. Il mercato si globalizza, ma anche la
povertà, le necessità di aiuto, ed infine, per restare nel nostro tema, la disoccupazione.
Ed è importante considerare questo aspetto.
Un aspetto che dilata il problema, ma a cui si associa,anche, la possibilità di nuove
dinamiche nella ricerca di un’attività lavorativa. Occorre,in questa accezione del
problema, ridefinire ,e sviluppare adeguate politiche di supporto, il concetto di
emigrazione sfrondandolo di tutto il ciarpame demagogico e lacrimevole di cui è stato
ammantato.
Una rapida analisi delle città italiane, tedesche, inglesi,francesi evidenzia come la
popolazione sia ,negli ultimi anni, aumentata a causa dell’incremento del flusso
immigratorio. Indiani, africani, cinesi, albanesi, turchi, curdi è un flusso inarrestabile
di persone, di ogni razza e condizione culturale e sociale, attivato dalla necessità di
sfuggire alla guerra o alla miseria. Un flusso di persone alla ricerca di una qualche
opportunità che credono di poter trovare nei cosidetti Paesi Industrializzati.
Il comportamento di costoro è corretto, in perfetta coerenza con il concetto di
villaggio globale e di globalizzazione. Piuttosto che accettare di vivere realtà che
offendono la loro dignità d’esseri umani,riaffermando il loro status di cittadini del
mondo ancor prima di un qualsiasi Stato,o per l’impossibilità di risolvere nel loro
paese d’origine i problemi di natura economica ,e quindi in una volontà di reagire ad
una condizione di indigenza, si recano in un’altra parte della Terra.
Forse non conoscono le teorie sulla globalizzazione o il fatto che si «vive» in un
villaggio globale ma senz’altro si comportano come se ne fossero ben consapevoli e
veri protagonisti. In pratica chiedendo, spesso contro ogni logica e possibilità, di poter
avere ,là dove abitano, certezze per il loro futuro.
Abbiamo già fatto rilevare come le analisi ,svolte dai maggiori osservatori del
mercato del lavoro, dimostrino l’esistenza di un crescente disallineamento tra offerta e
domanda. Sia in termini quantitativi sia qualitativi. Ciò a valere senz’altro su uno
scenario, dopotutto, ristretto quale quello italiano.
La situazione muta immediatamente nel momento in cui l’analisi si dilata fino a
comprendere le necessità, ed opportunità, esistenti in uno scenario mondiale.
Da questa considerazione deriva la convinzione che debba essere attivato
immediatamente un programma che preveda, ed assista in maniera adeguata, la
possibilità di movimenti migratori verso altre Nazioni, altri mercati del lavoro. Un
programma che coinvolga, come cercheremo di illustrare, competenze diverse a livello
istituzionale e generi le premesse,reali, per evitare che dopotutto l’emigrato italiano di
oggi abbia un destino, incerto e difficile, quale quello dei suoi predecessori agli inizi
del secolo.
Prima di tutto,rispetto al precedente storico, vi sarebbe una diversità in termini di
fascia d’età dei cittadini coinvolti e di livello culturale. Non dimentichiamo che ci
stiamo riferendo a persone con istruzione mediamente superiore , molti laureati e
alcuni specializzati, ed età intorno ai trentacinque anni. Persone per la maggioranza
delle quali la vera barriera,perlomeno nella fase iniziale, sarebbe rappresentata dalla
scarsa conoscenza di lingue straniere. Una conseguenza della disattenzione con cui,
nonostante le professioni di europeismo, viene,da sempre, affrontata questa parte della
formazione scolastica nel nostro Paese.
Così se per il futuro appare auspicabile che nelle scuole di ogni ordine e grado si
inserisca l’insegnamento di almeno due lingue straniere, possibilmente tra quelle
maggiormente parlate nel mondo, con metodi che ne permettano un apprendimento
reale ,al presente non si capisce perchè da parte pubblica non si provveda alla
istituzione di corsi continui, semmai finanziati attraverso Fondi per la Formazione, per
l’insegnamento di lingue straniere perlomeno a neo diplomati e neo laureati.
Tra l’altro sarà noto che in tutti i concorsi europei è richiesta la conoscenza di
almeno una lingua aggiuntiva rispetto a quella del paese d’origine. Il non superare
questo handicap porrà sempre gli italiani in condizioni di non poter usufruire
nemmeno di quelle opportunità che, per quanto limitate, sono offerte in sede dell’U.E.
Ma la conoscenza delle lingue, per quanto rappresenti una condizione importante ad
accelerare l’inserimento in un paese straniero, non basta. Occorre generare una
struttura di riferimento istituzionale con almeno due obiettivi. Il primo di carattere
informativo, il secondo di assistenza.
Non è immaginabile che i cittadini possano, da soli, disporre di informazioni
adeguate sulle opportunità esistenti in altri Paesi o in Organismi Internazionali. Ne
deriva la necessità di istituire un servizio informativo, di facile fruizione, che in
maniera chiara ed esaustiva rappresenti, con continuità, l’insieme delle diverse offerte
di lavoro. Auspicabile un’attività che non si limiti ad acquisire informazioni ma che le
ricerchi o, quando è possibile, concorra alla generazione dell’opportunità.
Così potrebbe tenere stretti contatti con le aziende italiane operanti all’estero in
modo da avere visibilità delle loro esigenze o di quelle di eventuali collegate oppure ,a
fronte dei diversi protocolli di collaborazione ,scientifica-industriale o di assistenza
sociale, che vengono stipulati dal nostro paese, studiare all’interno dei diversi accordi
internazionali vincoli che prevedano l’impiego di nostro personale specializzato.
Non intravediamo particolari difficoltà a rilasciare queste informazioni ai
potenziali fruitori, tantomeno ad associarvi i parametri necessari, agli interessati, per
effettuarne un’adeguata valutazione. Una volta effettuata la scelta l’interessato
dovrebbe poter ricevere dalla «struttura» tutto il supporto ,anche legale, necessario per
poter rendere operativa la sua decisione.
Un supporto da svolgersi sia in Italia sia nel Paese estero dove si è manifestata
l’opportunità di lavoro. Per questo, di concerto con il Ministero degli Esteri,
all’interno delle diverse Ambasciate e Consolati dovranno essere istituiti uffici
interfaccianti la nostra struttura e con specifico mandato di assistere ,continuando il
supporto iniziato in Italia, i nuovi «emigrati» con continuità.
Sarà anche opportuno, prima dell’emigrazione, fornire agli interessati , attraverso
percorsi formativi dove ciò appaia necessario,tutte le informazioni più essenziali sul
Paese di ricevimento. Informazioni d’ordine sociale, culturale, religioso, politico.
Oltre, naturalmente, a quanto necessario perchè l’emigrante possa,in qualsiasi
momento,contattare chi, rappresentando la struttura di supporto nel Paese di
ricevimento,possa coadiuvare il suo inserimento.
5.2 Disoccupazione e migrazione interna
Abbiamo già fatto rilevare come, a nostro avviso, non sia nemmeno ipotizzabile
che la disoccupazione possa trovare una soluzione significativa dal Sistema Produttivo
Italiano.
Comunque se vi potrà essere l’espressione di una certa offerta questa deriverà
senz’altro più dal sistema della PMI che non da quello della Grande Impresa. Con un
apporto crescente se il Sistema PMI verrà potenziato e maggiormente correlato al
territorio. Appare, altresì, indubitabile che una maggiore attenzione alle problematiche
della PMI ,all’interno di una dedicata politica industriale,potrebbe rappresentare un
effettore di crescita ,in termini qualitativi e quantitativi, dell’offerta occupazionale.
Quello che vogliamo qui rilevare è come,nel nome della demagogia , si eviti
accuratamente di svolgere un ragionamento serio sulle ragioni che hanno portato
alcune aree del Paese a poter essere definite di eccellenza, per la consistenza del
sistema PMI in esse insediato, rispetto alle altre. Se ciò venisse fatto ci si renderebbe
conto di come i fattori che hanno permesso lo sviluppo del tessuto produttivo PMI
nelle Marche piuttosto che nel Veneto non sono replicabili, nelle aree più depresse.
Per quest’ultime occorrerà studiare nuove forme di insediamento consistenti con i
caratteri culturali, ambientali,sociologici, e in grado di sfruttare economicamente le
risorse effettivamente esistenti.
Non crediamo che sia più perseguibile la politica del sollecitare insediamenti
industriali nelle aree depresse solo e soltanto attraverso l’istituzione di benefici
finanziari o veri e propri finanziamenti pubblici.
È una strada che non ha dato esiti positivi. Ha comportato la dissipazione di
risorse pubbliche, generazione di strutture industriali a priori prive di un futuro e, in
ultima analisi risultando l’effetto più negativo, ritardi nell’elaborazione e attuazione di
una vera, realistica, perseguibile, consistente, politica industriale del territorio.
Così se da un lato appare ragionevole pensare di attivare ogni possibile strumento
a sostenere le aree di eccellenza e i sistemi produttivi che vi sono insediati dall’altro si
deve elaborare, e perseguire, un quadro di riferimento entro cui collocare le politiche
di sviluppo di quelle depresse. Uno sviluppo che non potrà nel breve periodo
raggiungere livelli tali da far ridurre le attuali condizioni di emergenza economica ed
occupazionale.
Ne consegue la necessità di incoraggiare flussi migratori interni. Questo potendo
avvenire sia attraverso una adeguata opera di informazione delle opportunità esistenti
sia con l’attivazione di sostegni alle aziende che nel quadro delle loro assunzioni
riservino una quota a personale proveniente da aree depresse.
Conclusione
Il Sistema Paese Italia deve affrontare una sfida senza precedenti che:
-investe simultaneamente tutti i settori e impone profonde modificazioni
d’ordine istituzionale, economico, sociale, strutturale
-si manifesta in una fase di emergenza e di bassa crescita
-impone la necessità di accettare un confronto internazionale mentre,
all’interno della Nazione, vi sono criticità irrisolte ognuna delle quali può
risultare dotata di un rilevante potenziale per compromettere il rapporto del
Sistema italiano con gli altri Sistemi Paese.
A nostro avviso esiste la possibilità di individuare strategie vincenti ed in grado di
permettere al Sistema Italiano di effettuare quel salto di qualità da molti avvertito
come non più dilazionabile.
PARTE TERZA IL PIANETA’ SANITA’ ED ASSISTENZA
SANITÀ MODERNA ED EFFICIENTE
1.3 Premessa.
Oggi ci si domanda in quale modo la decentralizzazione dello stato assistenziale
possa coniugarsi anche con la responsabilizzazione diretta da parte delle regioni della
questione ospedaliera-assistenziale,ciò che in sintesi potremmo definire federalismo
sanitario. Forse tra tutti gli aspetti degni di evoluzione in senso federale,il pianeta
sanità è quello che più si dimostra suscettibile di tale sviluppo. Ciò in pratica si può
sintetizzare con la formula della tassazione regionale sulla salute in funzione della
propria necessità affinchè derivino risorse commisurate ai redditi della singola
regione.
2.3 Le Aziende Ospedaliere
Lasciando quanto sopra che si rivela allo stato attuale solo ipotesi di lavoro e
ritornando alla nostra realtà quotidiana,si deve osservare che la spesa sanitaria subisce
lievitazioni progressive soprattutto per l’inadempienza della realtà ospedaliera.
Essa,solo di recente con l’istituzione delle Aziende Ospedaliere,ha cercato di arginare
un fronte di spesa che più lievitava maggiormente scontentava l’utente per totale
incapacità di soddisfazione dei bisogni. Le cause di ciò non sono di facile
individuazione ma certo alcuni fattori possono essere primari. Innanzitutto l’incapacità
delle regioni a fronteggiare il disavanzo che viene colmato con i fondi di sussistenza
statale. Ma soprattutto appare evidente l’incapacità di formulare ed attuare Piani
Regionali Sanitari dotati di risorse commisurate alle necessità. Nè i diversi
ordinamenti delle Regioni a Statuto Speciale hanno risolto il problema,perchè ad
esempio in Sicilia,il fabbisogno sanitario è la principale fonte di disavanzo ed in
Lombardia malgrado l’ampio ricorso alla sussidarietà, è pari all’80% dell’intero PIL
lombardo.
Un altro problema di difficile soluzione è il rapporto Università-Regione nei
capitoli di Convenzione ospedaliera,non risolto neanche con lo sviluppo degli Istituti
di Ricerca. Ancora vi è da dirimere in qual modo possono svilupparsi I Dipartimenti
ad Attività Integrata (DAI) ed integrarsi con quelli universitari di cui sono spesso
doppioni. Ed ancora resta da chiarire se il criterio di istituzione dell’Azienda deve
essere in relazione al rapporto densità popolativa /numero posti letto o se invece non si
debba soddisfare un progetto di qualità sanitaria che individui prima le necessità
socio-sanitarie del territorio e la sua domanda di salute e successivamente si adoperi
per adeguare la richiesta sanitaria con strutture di pubblico intervento.
Un altro problema deriva dalla spesa per le Convenzioni con strutture private ai fini
diagnostici (uso di TAC e attrezzature radiologiche) o terapeutiche ,come spesso
succede nel caso della cardio-chirurgia. Indipendentemente da necessità locali,il
malcostume trae vantaggio soprattutto da casi come questi ultimi con perdite che si
aggirano tra i 2 ed i 3,5 mila miliardi annui.
Ed ancora la scarsa prevenzione delle malattie ai vertici della mortalità,tumori e
malattie respiratorie,obbligano ad una prevenzione che,se non attuata,comporta perdite
in termini di circa 20 milioni di giornate lavorative con una spesa complessiva che si
aggira attorno ai 15-20 mila miliardi annui.Come si vede da questa rapida summa,il
“buco” sanitario può dipendere da cause legislative,da conflitti Stato-Regioni,da
incongruenze che evocano la necessità di fissare un piano di sviluppo regione per
regione e di tracciare una politica regionale della sanità.
Immigrazione e politica sanitaria
Uno dei problemi emergenti è dato dal tasso di immigrazione il cui censimento è
ancora in fieri. I dati più recenti stimano attorno le 800 mila unità annue ma è logico
ritenere che il dato sia molto al disotto della reale portata,stimata sui 2-2,5 milioni. La
massa immigratoria si spinge nelle città più grandi nella misura del 40% così tra
Milano, Roma, Torino, Genova si distribuiscono circa 960 mila unità. Data la
prevalente provenienza da Paesi del terzo mondo ad alto tasso di malattie infettive,si
rendono opportuni controlli sanitari ad hoc. Ciò rende il fabbisogno di posti letto o
day-hospital maggiore di quanto attualmente non sia. Così a Roma il fabbisogno di
posti-letto potrebbe salire rapidamente da 150 a 180/100 mila unità,mentre allo stato
presente esso è stimato sui 120.
Indipendentemente dalla necessità ospedaliera,occorre ricordare che per queste
finalità nel passato i Consorzi Provinciali Antitubercolari avevano ottimamente
operato nel e per il territorio,con controlli efficaci su la popolazione circa la malattia
tubercolare. Poichè, tra gli altri problemi, l’immigrazione odierna presenta anche
quello del controllo sanitario, perchè non ripetere quella fortunata
esperienza,applicandola in situazioni come questa?
Proposte operative
Il grave dissesto della sanità italiana non dipende dunque da eccesso di spesa
quanto soprattutto da maldistribuzione della spesa,con evidenti carenze sul piano
organizzativo dell’ offerta sanitaria rispetto la domanda.
Per ovviare questo problema la cui risoluzione porterebbe ad una contrazione della
spesa,per una sua migliore utilizzazione,la proposta è duplice:
· da un lato agire nel senso dello sviluppo della prevenzione sul
territorio,costituendo in ogni regione registri epidemiologici atti a rilevare la necessità
epidemiologica sulle malattie più diffuse e dominanti. È ormai noto che in i dati
indicano una diversità in ogni regione sulle malattie dominanti,così in Toscana è
emergente la patologia dismetabolica,in Lombardia quella relativa ai tumori,in Puglia
e Sicilia le malattie respiratorie croniche. Concentrare,dunque,la ricerca
epidemiologica con opportuni Osservatori consentirebbe di “mirare” la spesa sui
problemi più assillanti per quella data popolazione.
Ad esempio alcune strutture possono essere dedicate al territorio con appositi
interventi epidemiologici o di screening di massa come da noi proposto per i Servizi di
Fisiopatologia Respiratoria che dovrebbero dedicare il 50% della propria attività ad
indagini di massa sul territorio allo scopo di prevenire nelle categorie a rischio (vigili
urbani,addetti alla distribuzione di carburanti etc.) le principali malattie respiratorie.
· un secondo punto che faciliterebbe la contrazione di spesa è dedicato ad un
progetto di informatizzazione dei posti letto esistenti,facilitando da un lato la ricerca
dei posti letto per le urgenze. La sua realizzazione è tuttavia legata ad una migliore
ristrutturazione in Dipartimenti delle principali Specialità (vedi DDL allegato) ciò che
ovvierebbe al fenomeno della migrazione ospedaliera. Infatti,malgrado siano
demandati i compiti sanitari alle Regioni,si assiste tuttora al fenomeno di migrazione
dei malati verso altri Centri,con notevoli aggravi sulla spesa di convenzione. In pratica
servirebbe ripartire il DRG in capitoli di interesse-gravità della patologia da
diagnosticare e/o curare e ripartire le piccole patologie in Centri di Prima diagnosi
territoriale, quelle di media gravità in Ospedali Regionali ed infine quelle di interesse
complesso negli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico ( IRCCS).
In definitiva razionalizzare la spesa sanitaria con più ampia delega
regionale,significherebbe ridurre le sovvenzioni da solidarietà nazionale,erogare
progetti sanitari commisurati alle esigenze delle singole realtà epidemiologiche locali
e quindi ,salvando l’intervento pubblico nella prevenzione e cura,operare
indirettamente tagli di spesa e risorse da destinare ad altre finalità.
3.3 Il Modello Formigoni di una Sanità Privatistica
Durante la campagna elettorale, che sempre di più utilizza il sistema informatico e
lo eleva a mezzo di diffusione politica di massa, capita di imbattersi nei siti dei
candidati presidenti come Roberto Formigoni, l’ispiratore principe del modello
sanitario sempre più privatizzato. Una delle finestre reca il seguente titolo:”Spesa
sanitaria: basta mistificazioni. Un sistema sano con i conti in regola”.
La finestra è corredata di tabellina, di seguito qui riportata, (fonte
www.formigoni.it), che indica il Miracolo a Milano: la regione che investe fino
all’80% del suo PIL in sanità ha un avanzo pro-capite! Un’analisi più approfondita
della tabella segnala che, ad esempio, prendendo quattro regioni amministrate dal
Centro-Destra ( Piemonte, Liguria, Lazio e Sicilia) il disavanzo medio pro capite è
pari a -103 euro/anno/p.c. mentre analizzandone quattro in carico al Centro-Sinistra
(Campania, Toscana, Emilia Romagna, Sardegna) il disavanzo è pari a -112.25.
Sostanzialmente un disavanzo non dissimile che non può essere invocato come
discrimine.
Malgrado ciò, secondo l’ottica di Formigoni, le Regioni con minore disavanzo sono
Lombardia Puglia e Calabria, le altre più prodighe sono quelle amministrate dalla
sinistra.
Come tutti sanno il c.d. modello Formigoni è quel modello sanitario ispirato ad una
offerta sanitaria sempre più privatizzata, nella speranza di poter aumentare la qualità
del prodotto, la sua distribuzione e la sua accessibilità. Un modello nel quale la
componente pubblica si va assottigliando sempre più e viene progressivamente
sostituita dal contributo privato che si ripartisce a sua volta in due componenti: quella
privata assoluta, costituita dalla contribuzione del cittadino alla spesa diagnostica,
terapeutica e farmaceutica e quella privata relativa, costituita dalla introduzione nel
settore sanitario da una quota parte assicurativa privata che contribuisce al rimborso
sub-totale, a fronte della contrazione di un rapporto assicurativo.
Una sanità dunque nella quale gioca in massima parte la contribuzione individuale,
dettata dal proprio reddito.
Un modello sanitario dunque nel quale chi più possiede, in termini di reddito, più
facilmente accede ai servizi ed alla loro qualità. Quindi una sanità non per tutti ma per
pochi. In questi termini, è più facile per un amministratore aumentare il livello di
offerta sanitaria, la cui spesa massimale si scarica prevalentemente sulle convenzioni
con privati. Ossia: la quota finanziaria destinata ad uso ed investimenti pubblici viene
invece utilizzata per assicurarsi l´offerta sanitaria (diagnostica, terapeutica e
farmaceutica) di enti privati. Questi ultimi implementano sì l´offerta pubblica ma
riducono le possibilità di sviluppo del pubblico (in effetti da anni sono venuti meno gli
investimenti) proprio per poter rendere concorrenziale l´offerta della struttura privata.
E´ dunque gioco facile, scaricando i costi sulla diretta tasca del cittadino, affermare
poi che la Regione Lombardia non ha disavanzo/pro capite. Ma nella tabella mancano
due colonne: la spesa privata diretta e la spesa privata indiretta, contratta tramite
termine assicurativo.
Diverso il discorso per le Regioni del Centro-Sinistra. Laddove l´offerta sanitaria è
massimamente pubblica, come Toscana, Campania ed in buona parte Emilia-
Romagna, il disavanzo medio innanzitutto non differisce sostanzialmente da quello
delle Regioni amministrate dal Centro Destra, qui di seguito
Piemonte -117; Liguria -101;Lazio-104; Sicilia-90, in euro/pro capite contro
Toscana-84;Campania -163;Emilia-74;Sardegna-128.
Solo che in queste Regioni l´offerta sanitaria è equipollente in ordine alla qualità
del prodotto e soprattutto alla concorrenzialità con le altre aree del paese. Infatti è
proprio in queste aree che si registra negli ultimi anni un carico di pendolarismo
sanitario che consente l´afflusso di pazienti da altre Regioni più disagiate. Basti
pensare ai poli sanitari di Bologna con l´Istituto Rizzoli, di Firenze con Careggi, di
Napoli con il Cardarelli etc. Tutte strutture di Alta Specializzazione in quanto IRCCS.
Malgrado questo, le liste d´attesa sono entro i limiti oppure ai margini di poco
eccedenti, diversamente da quanto avviene a Roma e Milano, ove si trascorrono dai 5
ai 6 mesi per una TAC. Tale logica perversa è facilitata dall´introduzione del DRG che
ha favorito un incremento di prestazioni, in modo concorrenziale tra Azienda
Ospedaliera Pubblica ed Aziende private indipendentemente dalla logica di
programmazione e dai piani di programmazione sanitari.
Si assiste poi al fenomeno sempre più diffuso dell´introduzione dei Ticket,
forfetario e non relazionato alla tipologia d´intervento. Questa disparità regionale ( il
ticket è obbligatorio nel Lazio e non in Toscana) serve solo a penalizzare le classi più
povere che così pagano la sanità quattro volte: con le aliquote di imposizione alla
fonte, con i ticket, con la spesa farmaceutica privata, ed infine con il ricorso alla
medicina specialistica privata ( in fase diagnostica e soprattutto in fase terapeutica). Ed
il tutto a fronte della presunta e ridicola riduzione delle imposizioni fiscali che è stato
possibile attuare anche e soprattutto in relazioni ai maggiori costi addizionali regionali
che si scaricano poi sul capitolo di spesa della sanità.
Dunque la Sanità, secondo il modello privatistico, diviene un processo di
fatturazione e di surplus finanziario come recita la Tabella di Formigoni. Quello che
non dice la Tabella è in quale direzione vengono reinvestiti gli utili, la tipologia di
programmazione sanitaria. Il sistema di finanziamento a prestazione (DRG) ha
aumentato le prestazioni non giustificate, ha di fatto aumentato la spesa, e ha ridotto l
´importanza degli interventi per la prevenzione, così come per la riabilitazione. Ne
deriva che in un sistema siffatto, Milano ha un grande ventaglio di esempi, il
fenomeno della soddisfazione degli interessi privati finisce con il confliggere con gli
interessi della collettività e prelude a casi di patente corruzione e malcostume, nel
migliore dei casi.
In Lombardia poi la spesa è cresciuta ed il suo eccesso è stato ripianato fino al 2001
facendo mutui per 1234 mln di €, dal 2002 introducendo un´addizionale IRPEF per un
gettito annuo di 320 mln di €, dal 2003 con ticket sui farmaci e pronto soccorso per
altri 200 mln di € annui.
Allora, da tutto questo emerge con forza che le prossime elezioni amministrative
dovranno svolgersi tenendo l´occhio fermo sul Pianeta-Sanità che costituisce una delle
più importanti attribuzioni di poteri alle Regioni ed al contempo uno dei capitoli più
importanti del discrimine tra politica solidaristica e politica liberista.
4.3 Obiettivo: Light Welfare: come coniugare la spesa con gli interessi della
collettivita’
Se da un lato appare necessario un riassetto dell’intera materia sanitaria, va
anche detto con chiarezza che la sinistra, una sinistra moderna ed europea, ha per
troppo tempo trascurato questo settore, ritenendolo impropriamente marginale. Le
ricerca quasi ossessiva della produttività ha impedito che si sviluppasse l’aspetto
più qualificativo della sanità ossia le sue implicazioni sociali. Perdere di vista
questo obiettivo significa la più grave sconfitta che la sinistra possa subire. Oggi,
previdenza e sanità , pilastri portanti del welfare, sono da affrontare con una
politica che abbia i seguenti scopi:
rilanciare una politica di modernizzazione della sanità e conferirle un progetto di
qualità. Questo comporta lo sviluppo della politica di prevenzione e la
territorializzazione della offerta sanitaria;
considerato che nel 2015 i nostri ultra sessantacinquenni saranno circa 20 milioni,
considerare che la domanda di salute sarà tale da costituire una nuova “gobba” del
profilo di spesa. Dunque, per i nostri anziani si porrà il problema pensioni e quello
della cura.
Ne deriva che la spesa per previdenza ed assistenza si embricano fino a costituire
un problema limitante lo sviluppo.
Assistiamo con reale sconcerto a posizioni che da un lato indicano per la
sanità e l’assistenza tagli indiscriminati e talora irrazionali, dalla chiusura dei
centri di assistenza ospedaliera agli aumenti delle contribuzioni e dall’altro una
proposta del “non toccare”. La nostra posizione, alla luce dei dati esposti, è
profondamente diversa: essa segnala la necessità di interventi mirati su almeno
quattro punti:
razionalizzazione della spesa con criteri di priorità, in funzione della crescente
domanda, data anche dall’aumento dell’età media.
armonizzazione dell’offerta sanitaria in funzione delle necessità territoriali e
regionali, affrontando il tema cruciale del ruolo del Dicastero che da organo di
controllo centrale deve diventare elemento di coordinazione dell’intervento periferico.
Affrontare dunque il problema della responsabilizzazione regionale dell’offerta
sanitaria vuol dire affidare alle regioni il compito di sovraintendere alla spesa sanitariain funzione delle necessità epidemiologiche locali. È proprio su questo tema che si può
operare una sperimentazione politica sul federalismo; ne discende la necessita di
perequare l’offerta sanitaria in modo da evitare il “pendolarismo” di pazienti che
affollano enti o ospedali di grandi centri o di rinomata portata, ciò che comporta
allungamento delle liste di prenotazione da un lato e povertà di afflusso nei centri
territoriali.
il divario Nord-Sud raggiunge una sua massima espressione nella divaricazione che
interessa la qualità dell’offerta di salute e che implica il problema della formazione
professionale. La demotivazione ad operare in centri ospedalieri e di ricerca del Sud
obbliga i giovani operatori sanitari ad un’emigrazione spesso non controllata , così che
non è infrequente rilevare ottime strutture del Sud poco operative per mancanza di
qualificazione professionale e sovraffollamento nei centri del Nord che invece
richiederebbero maggiore attenzione sul profilo strutturale.
Ne consegue che il problema sanitario si intrecci indissolubilmente con quello della
ricerca e della cultura medica di qualità non armonizzate nel Paese.
recupero e contenimento della spesa per i farmaci, in modo che essa riduca latendenza attuale, sempre più a carico del cittadino. È questo un nodo non solo di spesa
ma assume anche una valenza politica: fin tanto che il Dicastero privilegerà le
necessità di profitto dell’industria farmaceutica, nè assistenza nè prevenzione saranno
a buon mercato.
iniziare una volta per tutte l’azione di prevenzione, se si pensi che le giornate
lavorative perdute per malattie sociali e da comunità costano circa 10 mila miliardi
ogni anno.
risolvere il problema-strutture, proprie e convenzionate ,come nel caso delle
Università mediche, nei confronti del sociale. Da un lato si assiste ad un
organizzazione sanitaria avulsa dai problemi del territorio e dall’altro a centri di
ricerca che operano isolatamente, privi di coordinazione e di indirizzo. La verifica
delle strategie si rende dunque indispensabile per riportare un minimo di validità nel
riassetto dell’universo sanitario. Ottimizzare le risorse non è solo un problema di
controllo della spesa ma lo strumento per ristabilire priorità negli interventi. Si impone
dunque un programma di riconversione degli indirizzi dei vari Enti in questione,
Aziende Sanitarie Locali, Università, CNR ed Enti di Alta Ricerca (IRCCS). A
ciascuno va dato il suo preciso compito, riservando alla centralità
dell’Amministrazione il ruolo di coordinamento tra strutture centrali e periferiche.
Dare a ogni ente un suo preciso indirizzo, significa ottimizzare le risorse, umane ed
economiche, migliorarne il rendimento e facilitare l’operazione centrifuga della sanità.
L’offerta di salute dunque va migliorata nei strutture centrali, migliorando il
rendimento degli enti di ricerca e distribuita al territorio. Naturalmente tutto questo
pone problemi nella gestione, oggi ingabbiata da un eccesso di burocratizzazione:
andranno studiate modalità e modelli di gestione che sollevino lo Stato e snelliscano le
procedure con formule miste nelle quali largo ruolo avranno le realtà locali e
cooperative.
La nostra posizione dunque è chiara: intendiamo sviluppare un concerto di proposte
nelle quali siano contemperate le esigenze della domanda sanitaria e i conti dello
Stato, poichè se mai si dovesse prevenire ad un riassetto dei sistemi di gestione questi
saranno notevolmente inferiori ai 100 miliardi attuali. Ridurre la spesa per la salute è
in controtendenza con altri Paesi ove essa è in crescita (negli Usa di ben 5 volte quella
italiana). Ciò significa che una posizione politica possibile è quella di una
ristrutturazione globale dell’assistenza che comporti risparmi e non tagli.
Se dunque assumiamo che assistenza e previdenza presentino profilo
d’intreccio e poiché il dibattito odierno verte anche sul TFR, la cui cifra
complessiva si aggira sui 200 mila miliardi, la nostra proposta può se non altro
contribuire al dibattito sul tema. Le ipotesi di lavoro sono lo slittamento del
TFR in busta paga (scenario A) ovvero la capitalizzazione ai fini contributivi ,
ciò che comporterebbe un fondo pensione integrativo.
Tuttavia riteniamo che esiste un terzo scenario (scenario C) cui si perviene per una
serie di passaggi logici:
l’età media è in continua ascesa: toccheremo nel 2014 il top dei 20 milioni di
ultrasessantenni, 86% dei quali in fase di pensionamento o prepensionamento;
malgrado i continui progressi, ben il 74% degli ultrasessantenni presenta stato di
malattia e quindi la necessità di ricorso alla spesa ospedaliera o farmaceutica;
la gran parte dei pensionati capitalizza il TFR per ottenere un plus agevolativo ed
aggiuntivo per la terza età;
si deduce che se tale operazione viene fatta dallo Stato si risparmiano alcuni
passaggi, con un godimento di benefit da parte dello Stato stesso.
In pratica, la proposta è quella di una capitalizzazione di almeno il 50% del TFR
complessivo (100 mila miliardi), che ben o male corrispondono all’intero capitolo di
spesa per la sanità, ai fini contributivi assistenziali. Lo Stato cioè si comporta da buon
padre di famiglia, assicurando al proprio cittadino una certa cifra ma destinandola
direttamente alla contribuzione assistenziale, almeno nella sua quota capitalizzata.
I vantaggi assicurati sarebbero i seguenti:
resterebbe nelle casse dello Stato il 50% del TFR capitalizzato ai fini assistenziali;
il pensionato godrebbe effettivamente di un 50% in meno di TFR, ma si vedrebbe
corrisposta una quota parte in trattamento assistenziale le cui forme possono essere
suddivise in fondi assicurativi o esenzioni dai ticket sanitari;
tale agevolazione sanitaria si riverserebbe sui pensionati nel loro complesso,
assicurando un maggior benefit per i pensionati al minimo pensionistico;
capitalizzando il TFR nel suo 50% (100 miliardi) , si otterrebbero mediamente
circa 6 mila miliardi di interesse attivo che incrementerebbero l’attuale capitolo di
spesa della sanità, riversandosi tra la spesa farmaceutica e quella ospedaliera.
In pratica attraverso una destinazione già prefissata non si farebbe altro che
investire in assistenza senza mortificare i diritti e le necessità del cittadino ma
sollevandolo addirittura di ogni problematica relativa all’investimento del TFR,
evitando così il trasferimento di questi fondi ad Enti Privati (Banche, Assicurazioni) ai
quali si rivolgerebbe il cittadino pensionato per investire il suo TFR. Senza
dimenticare un altro vantaggio dato dalla più equa ripartizione dei fondi che si
riverserebbero in parte sulle classi di pensionati meno abbienti.
PARTE QUARTA
MANIFESTO PER LA SALUTE DELL’AMBIENTE
Noi uomini e donne del mondo e del nostro paese non accettiamo più l’incuria e la
disattenzione nei confronti dell’ambiente che viene ucciso ogni giorno.
Ogni anni perdono la vita 8 milioni di cittadini, quasi la città di Londra, per i
cambiamenti climatici, 300 mila cittadini europei a causa dello smog,.
1.4 Pianeta Italia
In Italia 4 milioni di soggetti soffrono di bronchite cronica, 5 milioni di asma
bronchiale, circa 60 ammalati muoiono ogni giorno per cancro polmonare. In totale,
circa 12.000 soggetti muoiono ogni anno per cause direttamente dipendenti dallo
smog. Per una città come Milano, si registrano 750 ricoveri d’urgenza l’anno per lo
stesso motivo, 2 al giorno e muoiono circa 3500 persone/anno, circa 10 al giorno. In
complesso Milano spende circa 800 milioni di euro/ogni anno per malattie respiratorie
da traffico, ivi incluse le giornate lavorative perdute, la spesa sanitaria, farmaceutica
ed ospedaliera e gli eventuali indennizzi. In definitiva ogni anno paghiamo 7-8
miliardi di euro per malattie da smog.
Un terzo dei tumori infantili è dato da leucemie, acuta e cronica, con un incremento
pari al 78% annuo.
L’aspettativa di vita di un lavoratore della strada ( polizia municipale, operatore
ecologico, autoferrotranviere) è di–7,6 anni rispetto ad un coetaneo che svolga altro
lavoro. Il rischio di malattia cardio-vascolare è del +36%.
2.4 Il fallimento del protocollo di Kyoto
Si stima che la concentrazione atmosferica di anidride carbonica sia aumentata del
35% dai tempi della rivoluzione industriale del XIX secolo e del 20% dal 1958. Tra
combustione e deforestazione in soli 100 anni abbiamo prodotto il 50% dell’intero
ammontare di CO2 prodotto in dieci milioni di secoli. Basti pensare che Oggi i vulcani
rilasciano in atmosfera circa 130-230 milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni
anno, ma questa quantità rappresenta solo l’1% della quantità di anidride carbonica
totale liberata in atmosfera dalle attività umane. Premesso che l’atmosfera contiene 3
milioni di megatonnellate (Mt) di CO2, il protocollo prevede che i Paesi
industrializzati riducano del 5% le proprie emissioni di quel gas. Il mondo immette
6.000 Mt di CO2, 3.000 dai Paesi industrializzati e 3.000 da quelli in via di sviluppo.
Per cui con Kyoto dovrebbe immetterne 5.850 anziché 6.000, sul totale di 3 milioni:
dato l’elevatissimo costo della riduzione è facile capire perché il protocollo non abbia
raggiunto grandi adesioni. Con 449 milioni di tonnellate/anno secondo gli ultimi dati
resi noti dalla IEA (International Energy Annual), l´Italia è dodicesima in emissioni di
anidride carbonica. Dalla mappa emerge che i paesi in via di sviluppo stanno entrando
nei primi posti dei grandi emettitori mondiali. La Cina, per esempio, è al secondo
posto dopo gli Usa e prima della Russia. L’India è al quinto posto, dopo il Giappone e
prima della Germania. La Corea del Sud è al nono posto dopo la Gran Bretagna e
prima di Australia, Francia e Italia. Sud Africa, Messico, Iran e Brasile si posizionano,
invece, dopo l’Italia ma prima della Spagna che è scivolata al 18/o e che precede
Arabia Saudita e Indonesia.( mappa in dettaglio delle emissioni totali di anidride
carbonica al 31/12/2003, i valori sono espressi in milioni di tonnellate per anno:1)
Stati Uniti 5.750; 2) Cina 3.323; 3) Russia 1.522; 4) Giappone 1.180; 5) India 1.026;
6) Germania 840; 7) Canada 592; 8) Gran Bretagna 552; 9) Sud Corea 451; 10)
Australia 410; 11) Francia 407; 12) Italia 449; 13) Ucraina 388; 14) Sud Africa 378;
15) Messico 363; 16) Iran 359; 17) Brasile 346; 18) Spagna 341; 19) Arabia Saudita
329; 20) Indonesia 300; 21) Polonia 268; 22) Olanda 256; 23) Taiwan 230).
3.4 Emission trading
Il problema è costituito dunque dal fatto che per nessun Paese viene imposta una
limitazione nelle emissione di gas serra ma semplicemente un sistema di mercato, più
o meno elastico, perché ciascuno potrà acquisire quote da Paesi ai quali è concesso il
surplus di emissione, come l’Ucraina, o Paesi dotati di ampie riserve forestali che
concedono quote in vendita a Paesi che hanno raggiunto il deficit per surplus di
emissione.
In questo libero scambio di libero mercato, si fa per dire, vi è un pesantissimo
condizionamento delle multinazionali del petrolio o delle Holding di manifatture
pesanti (Industria Automobilistica-Toyota, Chrysler-Daimler, VW, Ford, General
Motors-le c.d Cinque Sorelle). Ci sono dunque Paesi a diverse velocità, ciò che
condizionerà il prossimo sviluppo industriale. In tutto questo l’Unione Europea che
pure ha anche già fissato in quaranta dollari la sanzione per ogni tonnellata di gas
emessa illegalmente, non sembra avere una politica univoca. Vi sono Paesi virtuosi, o
meglio a ciclo industriale riconvertito, come la Gran Bretagna che ha fissato per il
2005 il target del -12% ma ha già raggiunto il -14% e la Germania che con il suo
-18,5% si avvicina al traguardo prefissato per il 2007 del – 21%.
L’Italia, che si trova in una classifica che la vede dodicesima con ben 449 milioni
di tonnellate emesse, ha ratificato il Protocollo ma non ha messo in pratica nessuna
politica energetica per limitare le emissioni di CO2 e, ora che il documento diventa
vincolante, il governo rifiuta di impegnarsi oltre e dichiara di preferire gli accordi
bilaterali con Paesi come Cina e India, puntando sull’acquisto di crediti
I Paesi, che abbiamo passato in rassegna, sono tutti d’accordo di trattare per ora le
questioni relative alle emissioni c.d. pesanti cioè, attività nel settore energetico,
installazioni di combustione con capacità termica superiore a 20 mw, raffinerie di olio
minerale,forni a carbone, produzione di ferro e acciaio, industria del cemento, calce,
vetro, ceramica .
Si rimanda ad una Conferenza ad hoc, la trattazione delle emissioni dell’Aviazione
(Aviation Emission) che al momento non vengono imputate né subiscono delle
restrizioni, pur essendo cresciute del 40% dal 1990 al 2000 ed in Europa ricoprono il
12% delle emissioni. Non è casuale questo ritardo poiché si offre all’industria
aeronautica americana (la Boeing di Seattle, WA) l’opportunità di mettere sul mercato
i nuovissimi 7X7, 767,757, dotati di minori consumi ed emissioni. In gioco c’è anche
il Consorzio Europeo Airbus ma in buona seconda posizione.
In sintesi il fallimento del Protocollo si deve attribuire ad una sola causa: se inquini
paghi e quindi reciprocamente se paghi puoi inquinare
5.4 Le nuove centrali elettriche
A fronte di ben 122 richieste di progetti presentati ai sensi della Legge 9 aprile
2002, n° 55, solo 21 sono stati accettati. Tuttavia la loro distribuzione è indicativa:
otto centrali dovrebbero essere costruite nel nord, in tutta la fascia subalpina, quattro
in Emilia e 9 nel sud, trascurando il centro (Lazio,Abruzzo e Campania che insieme
sono una domanda di ben 14 milioni di abitanti). Ergo, la offerta energetica è solo in
funzione delle macroaree industriali e soggiacciono a leggi di mercato dell´industria
pesante. Se ne deduce ancora che appare verosimile una espansione in questi nuovi
progetti delle emissioni serra. Di questi progetti avanzati sono: 1 a cantiere fermo, 8
inattivi, 4 in recinzione, 8 in attività di lavoro. Il totale di energia attesa è pari a 12.637
di megaWatt. La disponibilità totale è prevista per il 2008, la domanda attuale è di
17.897 Megawatt in attesa pronta.Le attuali 60.000 Megawatt alla punta del consumo
sono già insufficienti. Né il ricorso al carbone darebbe migliori risultati: Un esempio
recente: la riconversione a carbone delle centrali Enel di Civitavecchia e di Montalto
di Castro ha scatenato un’ondata di proteste da parte dei comitati locali anche perché la
situazione sanitaria dell’area interessata è già critica per l’alta percentuale di tumori,
leucemie e patologie infantili come l’ asma bronchiale. Basti pensare che una Centrale
a ciclo combinato o turbogas da 800 megawatt produce PM10 pari a 200 mila
vetture/die mentre a carbone la medesima inquina quanto 500 mila vetture/die.
6.4 Lo stile di vita: la vettura come totem
Ogni mattina assistiamo, tra le ore 8 e le 9, ad un volume di traffico italiano paria
22 milioni spostamenti che coinvolge circa il 75% dell’intero parco auto. In ogni città
italiano, con minime differenze, il volume di spostamenti privati con auto raggiunge il
tetto dell’80%, ogni giorno mediamente un italiano trascorre 2 ore in auto. L’offerta di
trasporto pubblico si riduce sempre di più in proporzione ad una domanda crescente
per lo sviluppo del terziario avanzato che richiede flessibilità e movimentazione di
merci materiali ed immateriali. Un esempio per tutti. Se poi si considera la rete viaria
metropolitana di superficie e profonda, per la percezione diretta della nostra
insufficienza, basta operare un calcolo che indica il rapporto tra superficie lineare di
rotaia e numero di utenti o abitanti. In pratica l’indice di utilizzo pro capite. Ne deriva
che la massima disponibilità europea alla città di Parigi con 17 centimetri lineari e la
minore disponibilità a Roma con 0,8 centimetri di rotaia/pro capite. I 150 milioni di
Euro assegnati dalla Legge Finanziaria (2004 e seguenti) a Roma, quando anche
fossero tutti destinati alla mobilità ed alle infrastrutture relativi, coprirebbero la spesa
di soli 10 km di metropolitana profonda a 35 m., 15 chilometri a profondità 45 m., e
22 di metropolitana leggera.
7.4 Aumento delle malattie da stile vita.
In Europa l’obesità infantile costituisce un problema sociale, è in continuo aumento
e, in molti Paesi europei, un bambino su cinque è affetto da obesità o soprappeso. Ciò
è dovuto in massima parte allo smodato uso dei veicoli negli spostamenti in luogo
della bicicletta. Basti pensare che il suo in Italia per gli spostamenti è limitato allo
0,2%. Lo stesso dicasi per l’aumento del diabete che ha raggiunto in Italia quota 2
milioni e che è in parte dovuto alle abitudini alimentari ed alla sedentarietà.
8.4 L’acqua risorsa di energia e salute
Lo stato delle cose oggi indica che l’1.1 miliardi di persone non possono
raggiungere o disporre di acqua potabile sicura, 2.4 miliardi di persone non hanno
accesso ai servizi igienico-sanitari fondamentali. Il consumo di acqua dolce si è
sestuplicato tra il 1900 e il 1995 più del doppio del livello di crescita della
popolazione. Circa un terzo della popolazione mondiale già vive in Paesi considerati
ad emergenza idrica, ossia laddove il consumo supera del 10% il totale dell’offerta. Se
questo trend dovesse continuare, 2/3 della popolazione della terra vivrà in queste
condizioni nel 2025. Oltre il 40% dell’umanità vive in cattive condizioni di igiene a
causa della mancanza d’acqua. E solo a causa di infezioni dovute a contaminazioni
batteriche dell’acqua, come quelle provocate dal batterio Shigella, muoiono 2,2 milioni
di bambini ogni anno.
In Italia circa 50 miliardi di metri cubi d’acqua sono ogni anno a disposizione di
cittadini, industrie, aziende agricole e per tutti gli altri utilizzi. Pur ricco d’acqua, il
nostro è un territorio vulnerabile dove alluvioni e siccità, che si sono moltiplicate negli
ultimi 15 anni, rendono spesso troppa o troppo poca la risorsa. Per garantire a tutti
questa risorsa, noi chiediamo che:1. vengano applicati compiutamente i principi e le
norme sanciti dalla Direttiva Quadro Acqua 2000/60/CE, garantendo una
partecipazione attiva degli utenti, ai processi pianificatori e negli organi collegiali;
definendo una strategia di azione chiara, coerente ed efficace per recuperare il ritardo
accumulato;2. rilanciare il ruolo delle Autorità di Bacino e/o distrettuali come soggetto
centrale per garantire il governo e la distribuzione delle acque e per la redazione del
Piano di gestione dei bacini idrografici; 3. favorire una efficace integrazione tra le
politiche internazionali di gestione e tutela della risorsa idrica, rappresentate dalla
Direttiva 2000/60/CE e quelle agricole.
ALDO DOMENICO GIUSEPPE FERRARA
ATTIVITÀ SCIENTIFICA: laureato in Medicina e Chirurgia a Milano, Specialista in
Malattie Respiratorie ed in Fisiopatologia Respiratoria. Dal 1986 è Titolare della
Cattedra di Malattie Respiratorie nell’Università di Siena. Negli anni Settanta ha
lavorato alla Tufts University di Boston (Mass.) e successivamente al Karolinska
Institutet, Huddinge. E’ Autore di 240 tra pubblicazioni, 2 Trattati e 11 Monografie, in
massima parte sulle broncopatie croniche ostruttive ed asma;
ATTIVITA’ PUBBLICA· Consulente Scientifico del Ministro della Sanità per i
problemi dell’Inquinamento Atmosferico (1981-83);iscritto al P.S.I., sezione
Massarenti di Milano dal 1980 al 1992; Consigliere di Zona Centro Storico (Zona 1)
di Milano dal 1980 al 1985; candidato per i VERDI alle Elezioni Europee del 1999 (V Collegio).·Consulente
della RAI, ha curato alcune trasmissioni su tematiche ecologiche. Camera dei deputati, XI legislatura,19921994,
ha collaborato con G. Gambale, stilando quattro disegni di legge, di cui due convertiti, sulla
prevenzione del danno ambientale. Presidente del Premio Nazionale Lucas sul motore Diesel (1996),
Coordinatore Scientifico del Gruppo Europeo sulla Qualità dell’aria nei veicoli. Consulente dei Vigili Urbani
di Roma, (OSPOL, S.U.L.P.M.) per la salute respiratoria. Direttore Editoriale del mensile “TITOLO”,
dell’Associazione “per la sinistra” (1997-1999) presieduta da Sergio Garavini.· Presidente del Centro Studi
Ambiente Economia Ricerca (CESAER).·Coordinatore della Campagna nazionale “Onda Pulita” contro
l’elettrosmog.· Autore del Libro Bianco “Ambiente Atmosferico & Salute Respiratoria” e del Volume
“Sicurezza Stradale e qualità dell’aria in auto”. Editorialista su “ Avvenire dei Lavoratori” –Zurigo.
Editorialista radiofonico.
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