r.e.d.s. rinnovamento evoluzione della sinistra

CULTURA, AMBIENTE, SANITA’, GIUSTIZIA
This thing was constructed on April 17, 2008.
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LA SINISTRA RI-FACTA O DIS-FACTA ?

Premessa dell’autore

Questo volume è una testimonianza ed il frutto di tre anni di collaborazione con la Newsletter dell’Avvenire dei Lavoratori, il giornale della Federazione Italiani Socialisti in Svizzera. Il lettore, di qualsivoglia propensione politica, potrà leggerlo senza controindicazioni. Non ritengo infatti di averlo scritto da medico, né da docente universitario e neanche da non politico, quanto piuttosto da cittadino.

Il titolo si richiama a Luigi Facta (1861-1930), uomo politico piemontese legato a Giolitti, Ministro delle Finanze nell’immediato periodo dopo la Grande Guerra e soprattutto ultimo Presidente del Consiglio (febbraio-ottobre 1922) prima della dittatura fascista. Perché Facta? Perché è l’ultimo epigono di un mondo risorgimentale e liberale che, non adeguato ai tempi, fu soppiantato non solo dalla dittatura fascista ma soprattutto da chi ne permise l’ascesa, una monarchia decadente ed una dinastia imbelle. Poichè non vogliamo che la nostra sinistra abbia il ruolo di Facta, molti dei seguenti passi saranno dedicati a spronare una classe politica da rinnovare, in certi casi ab imis.

Il Volume è dedicato ai compagni e amici che mi sostengono e a chi ritiene che la politica sia troppo seria per lasciarla fare ai politici. Ma poiché anche il cuore è rosso e batte a sinistra, la dedica personale è per i miei figli Giuseppe, Silvia, Enrico.

un’altra storia

Se potessimo avere una bacchetta magica e la usassimo a fini politici, sono certo che molti di noi chiederebbero di far resuscitare i nostri Padri fondatori della Repubblica fondata sulla Resistenza, di sicuro antifascisti, di quelli cioè che mai andrebbero alla sede dei costruttori romani con i post-fascisti-picchiatori, rassicurando su le sorti edilizie di Roma. In secundis chiederebbero, sempre molti di noi, più falce e più martello nella politica italiana (da usare neanche come simbolo), giacché la politica medesima appare sempre più in deriva appena controllata.

La futura nascita o esordio del partito democratico, la cui caratura si prospetta magma insussistente anziché partito di massa e come tale rappresentante degli ideali e delle necessità dei lavoratori, ci lascia, più che insoddisfatti, esterrefatti. E dobbiamo gridarlo forte, senza le piccole balbettate riluttanze di molti compagni che non potranno neanche vedersi collocati nel socialismo europeo. Ecco già il primo tradimento: dall’internazionalismo socialista, dopo un rapido passaggio al socialismo europeo di cui non è rimasta traccia, subito alla democrazia clintonian-globalizzata ed arresa alle banche armate.

1. Ma a ben vedere la storia recente insegna che un’altra scelta è possibile. Prendiamo a prestito un esempio politico italiano, neanche lontano, che inizia con la stesura dell’Appello all’Unità della Sinistra che Sergio Garavini concepì nel 1995 dopo l’uscita dal Partito della Rifondazione (PRC). Ne scaturì l’Associazione “per la sinistra”, che, pur essendo presente in molte Regioni italiane, non ebbe la capacità organizzativa di costituirsi in soggetto politico. Era il periodo che noi avevamo definito delle “due sinistre”, una di interlocuzione parlamentare e l’altra più radicale. In quella fase si riteneva possibile uno spazio politico di confronto e quasi fattibile l’operazione-partito di cerniera che poi nel 1998 fu costituito, con ben altre premesse, da Cossutta nel PDCI.

L’associazione “per la sinistra” raggruppava compagni, in parte provenienti dal PRC ed in parte di nuova acquisizione, tutti accomunati dalla voglia di trovare “un rifugio politico” laddove si fosse riconosciuta la scelta diessina in controtendenza quasi revisionista e quella del PRC esasperante nella chiusura ad altri contributi plurali della sinistra. L’obiettivo era l’attenzione dei compagni e di coloro che non si riconoscevano più nei DS, nel D’Alema della guerra in Kossovo, e nell’operazione Cossiga-Cossutta.

Tre erano i motivi politici fondanti: a) il primo se il rapporto con il PRC dovesse restare nel limite di una pura comunicazione e collaborazione, e spesso di polemica fra insediamenti politici diversi anche in prospettiva, e realizzandosi, quando possibile, solo nell’ambito di specifici impegni e obbiettivi determinati. b) oppure, se malgrado una effettività diversità, impegni e obiettivi comuni potessero diventare piattaforma organica, lavorando per porre le basi reali di una comune autonomia di soggetto politico, di una sinistra alternativa reale, per produrre una nuova partecipazione nel paese; c) ricostituire le basi ideologiche per una nuova trasformazione politica di lotta contro le politiche economiche capitalistiche e globali che, già in quegli anni, evidenziavano una particolare virulenza nella disaggregazione sociale e nelle divaricazione delle classi: i ricchi sempre più ricchi in contrasto con nuove crescenti fasi di povertà ed emarginazione.

Dall’altro lato, l’iniziativa bellica in Kossovo era cartina di tornasole dei problemi che avanzavano (l’euro, l’Europa delle banche, le emarginazioni dei migranti di massa) senza trovare risposte nelle politiche tradizionali delle sinistre moderate: si pensi al carattere che doveva assumere l’Europa; alle esigenze di soluzione per la pace e per la salvaguardia dei diritti dei popoli nelle situazioni di tensione acuite dalle guerre, dai Balcani e poi all’Iraq. Né minore era la portata delle regole da imporre ai processi di globalizzazione; del riproporsi di temi ambientali di importanza fondamentale (si pensi alla disattenzione verso il Protocollo di Kyoto dei gruppi petroliferi egemoni, quelli che poi daranno il via alla guerra in Iraq) al ripresentarsi dell’efficacia ed efficienza delle strutture pubbliche sociali e culturali.

Il problema dello scontro contro le politiche economiche ci ha accomunati nella ricerca di un processo evolutivo e costitutivo di una reale alternativa politica e sociale che parta dalla disgregazione degli attuali insediamenti di partito e di gruppo ed abbia come obiettivo irrinunciabile la soluzione all’enorme problema del disfacimento del partito originato dal movimento operaio. Non sciogliersi, ma muoversi!

2. Lo stato dell’arte della politica ci lascia largamente insoddisfatti e perplessi. Insoddisfatti per la natura del processo politico che, al momento attuale, vede protagonisti cartelli elettorali e schieramenti di natura francamente conservatrice, indipendentemente dall’appartenenza e che “in nuce” portano verso l’attuazione di fondamenti diversi anche da quelli riformisti, ossia al c.d. partito democratico. Una politica cioè improntata ad un chiaro liberismo, al servizio della sussidarietà che inevitabilmente porterà il privato, con i suoi interessi, a sostituire lo Stato nelle sue funzioni principali di offerta dei servizi al cittadino-consumatore-utente. Basta rileggere i tanti scritti di Michele Salvati, la cui penna ha concorso alla definizione del manifesto del P.D.

Una forte presenza delle forze moderate di centro e la stessa confusa organizzazione dei DS impediscono che si parli addirittura di “sinistra” ovvero di “socialismo”. Il termine sempre più utilizzato è “riformismo” che altro non è se non una presa di distanza dai valori francamente marxisti, accattivante dei ceti centristi e moderati. Manca dunque quella impronta solidarista che vede lo Stato al centro della politica nell’erogazione e nell’offerta dei principali servizi cui la stessa Costituzione si ispira. L’elenco altro non è che diritti-negati come sanità, istruzione, ricerca, la stessa mobilità oggi ineludibile prerogativa dell’economia post-industriale e premessa per lo sviluppo economico pianificato e paritetico, tutti diritti fondamentali all’esistenza, alla cittadinanza, alla partecipazione ed alla qualità della vita.

3. La frammentazione. Non è a caso che la presenza della sinistra di oggi, nel Paese e non solo in Parlamento, non è commisurabile con quel patrimonio di forze degli anni Settanta quando l’intera sinistra social-comunista valeva il 47-50% (PSI 14% e PCI 33%). É stato disperso un grande patrimonio non solo di forza elettorale, poi frammentata, ma soprattutto di capacità ideativa ed ideale che oggi non si scorge neppure all’orizzonte remoto.

Molte di queste limitazioni nascono dalla legge elettorale che nella sua più recente modifica ha visto un mix di proporzionale e maggioritario con una evidente departecipazione dei cittadini ma soprattutto un cedimento della sinistra, o di quel che oggi rimane, alle tentazioni liberiste lasciando disperso un patrimonio solidaristico e di classe ripreso solo da Rifondazione e comunque prima della sua deriva governativo-istituzionale.

La nascita della Lista Unitaria, poi Ulivo poi PD lascia intuire che il percorso unitario sarà difficile perché nasce da pessimi auspici ed possibile solo con un progetto, di collaborazionismo con le destre.

La esclusione di altre forze politiche che facevano parte dell’Ulivo indica una conventio ad excludendum, non importa per colpa di chi, che fa una sommatoria di voti ma non necessariamente un suo potenziamento. Questa deriva viene giustificata dal falso obiettivo di intercettare i voti dei moderati di centro e rappresenta il leit-motiv della inarrestabile marcia della sinistra verso un centro moderato e socialdemocratico.

Quanto sopra evidenzia l’antitesi e non la sintesi, non solo ideologicamente ma anche e più semplicemente ideale, delle forze messe in campo, che da riformiste e laiche si avviano a diventare Partito Democratico con una evidente revisione del loro passato di sinistra. Per ultimo l’Ulivo nelle recenti consultazioni conquista solo il 31-33%, cifra che da solo il PCI conquistò nel 1976, dunque viene lecita la domanda: dove sono finiti quei voti?

Il ruolo che altre forze che pure si ispirano ai valori del socialismo appare oggi marginale e poco convincente. Il PDCI costretto a lottare per un’esistenza politica non assicurata da una sua identità precisa mentre Rifondazione che, fino ad ieri, appariva costretta al ruolo della sinistra radicale ed incapace di crearsi una identità di lotta propositiva, oggi appare confusa nella pratica politica, presa dal suo nuovo ruolo istituzionale. Esiste dunque la necessità di un processo coagulativo a sinistra che si fondi sul principio dell’alternativa di lotta.

4. I programmi. Se queste sono le premesse relative agli schieramenti oggi presenti in Parlamento e nel Paese, va ricordato che da tempo si invoca una politica più aderente alle esigenze del cittadino, più consone agli impegni programmatici , anche europei, una politica delle “cose da fare”, in cui le esigenze delle classi siano messe in primo piano, attraverso una sorta di rivoluzione copernicana che veda il cittadino al centro della politica delle scelte e non più il guscio di potere dei alcune forze politiche dominanti. Ma quale cittadino? Noi intendiamo avere come target del nostro operato politico-marxista un insieme di classi sociali,ora definite come il proletariato ed il sottoproletariato, ma anche il piccolo risparmiatore, il ceto-piccolo non necessariamente anche borghese, tutti oggetto di sistematico attacco economico e imbrigliamento sociale da parte delle classi prevaricatrici ed abbienti. Si ritiene altresì che la nostra lotta dovrà mirare ad una efficacia nella produzione del reddito ma soprattutto alla sua reale distribuzione tra le classi meno privilegiate. Una nuova politica dei redditi non più verticalizzata ma longitudinale nel tempo ed orizzontale nella sua distribuzione.

Dalla politica dei redditi, alla politica della solidarietà, tutto questo oggi appare dimenticato e sepolto in una cortina di un vero e proprio cupio dissolvi.

Abbiamo davanti problemi di grande portata, quasi epocale, innanzitutto il ruolo dell’Europa delle banche, con tutto ciò che di obblighi e sacrifici ciò comporta. La presenza del mercato globalizzato ci impedisce un ruolo di primo piano innanzitutto per la mancanza di quella preparazione specifica tecnico-professionale che i nostri giovani hanno, rispetto a quelli della stessa generazione di altri paesi europei. Ciò ci obbliga ad un serio ripensamento in termini di istruzione e collocazione nel mondo del lavoro. Ed anche a rivedere il nostro ruolo nel tradizionale mercato europeo, basti pensare all’impatto negativo della nostra agricoltura, prima di arrivare ad una realizzazione economica antiglobale di superamento della fase europea, incerta e di profilo decisamente anti-marxista. Ma c’è largo margine per un contributo di tanti compagni, sia espresso nel territorio sia nella stessa elaborazione tattica, che diventa fattivo nel senso di un ampliamento del ventaglio delle opzioni propositive, ciò che non limita anzi aumenta lo spettro delle opzioni di lotta politica.

5. Le politiche neo-Consociative. La nascita del Governo Prodi e le modalità con cui esso si proietta nel panorama politico, anche europeo, danno adito ad una serie di riflessioni sulla composizione della sinistra italiana e sul suo ruolo. Quando il mondo era bipolare durante la “guerra fredda”, nel parlamento italiano erano contrapposti partiti di massa che rappresentavano le anime del paese, quella popolare-cattolica e quella social-comunista. Tuttavia, se ai tempi di Togliatti, Rodighiero di Castiglia poteva scrivere che “avrebbe indossato scarponi coi chiodi per prendere a calci il Signor De Gasperi…”, qualche anno più tardi con il rinnovo generazionale del gruppo dirigente comunista, quelle espressioni e quella mentalità politica avrebbero lasciato il passo ad una rivisitazione riformistico-borghese della politica dei due partiti di impronta marxista, il socialista e quello comunista. La lunga marcia di avvicinamento al potere e la progressiva evoluzione in senso borghese hanno instancabilmente proceduto senza ostacoli, uno solo dei quali, l’assassinio di Aldo Moro, avrebbe potuto (e stava per) assestare una drammatica battuta d’arresto. L’incontro-scontro tra le due anime del paese è avvenuto in parlamento, nelle sedi istituzionali ed nel confronto su tematiche di rilevante attualità politica, per quei tempi. Basti pensare al ruolo svolto dai cosiddetti miglioristi (tra cui l’attuale Capo dello Stato Giorgio Napolitano e Napoleone Colajanni) che sotto la spinta di Giorgio Amendola furono determinanti nelle scelte economiche, specie in periodi di grave crisi energetica e industriale. Fu il periodo della riconversione industriale, nel segno di una marcata azione di contrafforti economici a favore delle imprese private, la Fiat innanzi tutto, con la promozione di una politica di riassetto industriale. Il risvolto non fu solo positivo perchè purtroppo servì anche da preludio allo sviluppo di complessi parastatali, quelli della chimica e del settore energetico, nati più allo scopo di creare le premesse tangentizie che lo sviluppo occupazionale ed industriale. Il ruolo della sinistra, che, con Togliatti, fu dell’incontro della masse, mai dimenticando la funzione di lotta della classe operaia, fu derubricato a “pungolo” nei confronti del governo fino all’enunciazione della distinzione tra “sinistra di governo”, quella socialista, e di “lotta” quella comunista. Venne anche enunciato il concetto di “alternanza” sostanzialmente diverso da “alternativa”, presto messo in soffitta. Stabiliti i ruoli, la sinistra rinunciataria della lotta di classe scoprì la vocazione governativa, esplicitata poi nel mutamento degli assetti dirigenziali ed anche simbolici come la modifica di denominazione da PCI in PDS. Alla luce di fatti odierni viene anche da pensare che il ruolo di Rifondazione Comunista sia tramontato con la scomparsa dei dirigenti storici e con la progressiva marcia prima cossuttiana, ora anche di Bertinotti, verso le stanze (dei bottoni) sin dal Governo Cossiga-Cossutta. La presenza organica della Rifondazione Comunista nel governo Prodi e nelle istituzioni lascia un vuoto a sinistra che deve essere colmato da una o più forze che si assumano l’onere di una politica delle masse. Il contesto politico e sociale che si delinea è segnato da uno sfondo di pesante crisi di competitività del capitalismo italiano e di dissesto aggravato del bilancio pubblico. Appare evidente che il quadro di governo sia segnato da elementi di fragilità, dagli imprevedibili effetti di prospettiva. Ma la coalizione ulivista cercherà di superare la fragilità degli equilibri parlamentari con il ricorso al più largo sostegno di tutti i poteri forti della società italiana (la grande industria, le grandi banche, innanzitutto, insoddisfatte dal rendimento di Berlusconi ed infine la burocrazia statale) entro una politica di nuova concertazione con l’insieme degli apparati sindacali e delle sinistre rappresentate nella coalizione (in primis RC). Si può già prevedere che questa concertazione, vagamente consociativa, possa ruotare attorno ad un programma di risanamento finanziario del debito pubblico ma non si possono escludere le consuete elargizioni di risorse pubbliche alle imprese (10 miliardi di riduzione del cuneo fiscale e nuove detassazioni del capitale), sullo sfondo di una perdurante crisi di stagnazione e di un’accentuata difficoltà nell’uso della leva fiscale sulle rendite. Ne conseguirà una nuova stagione di sacrifici che graverà sulla classe dei lavoratori dipendenti e dei piccoli autonomi. Il “governissimo” è dunque nelle cose: non per la presenza surrettizia della CdL in qualche Ente o Commissione parlamentare ma perché il tratto politico-economico fallimentare, che la CdL ha fornito, ha fatto sì che essa, nelle cose politiche, venisse sostituita da quei poteri consolidati che stanno emergendo come contrafforti del Governo Prodi. Allora, se il consociativismo politico e culturale degli anni Settanta del compromesso storico appare oggi come un processo di inevitabile incontro culturale tra due generazioni a confronto, tra due sfere della società in perenne valutazione comparativa, quello attuale è cosa diversa che ben altre cose lascia presagire. Una sistematica occupazione del potere per un processo di garanzia del consolidato, una difesa ad oltranza dei poteri costituiti, una sistematica abiura della lotta di classe e delle classi prevaricate. Il consociativismo è dunque relativo e funzionale ad un processo di omologazione della sinistra italiana alla fase di governo, seguendo orme consolidate di derivazione governativa dei dirigenti dei partiti operai. In questo, la nascita del partito democratico va vista come funzionale ad un disegno di tale ordito che ci appare francamente destruente e liquidatorio della lotte sociale. Vi è comunque la necessità di adeguare ed integrare le istanze attuali con i metodi di lotta operaia, né si può dimenticare che il processo internazionalistico di superamento delle frontiere della lotta operaia deve fare i conti con la globalizzazione che alla fine del XIX secolo era ben lontana. Ora invece negli ultimi due decenni si è intensificata la competizione fra i monopoli capitalistici internazionali alla ricerca della conquista di nuovi spazi di profitto e mercati con una nuova spartizione del mercato mondiale. La maggiore mobilità geografica conquistata dal capitale ha accentuato la concorrenza all’interno del proletariato a livello internazionale. Assistiamo dunque ad un processo competitivo tra i lavoratori, oggetto di sfruttamento delle forze produttive, con i lavoratori a più buon mercato. La stessa fenomenologia delle migrazioni, paradossalmente, facilita questo meccanismo autofagico e competitivo deostruente. Nei paesi arretrati si aggrava la condizione del lavoratore per il fallimento della piccola produzione e della produzione agraria,mentre nelle metropoli si manifesta un marcato arretramento dei diritti sociali. Perdita del minimo di sostentamento significa accentuare e far perdurare la perdita del diritto elementare che diviene merce di scambio con la sopravvivenza. A ciò consegue l’instabilità politica che porta alla guerra per il bottino e quindi anche il diritto alla pace viene perduto. Tutta questa fase di instabilità si può limitare solo con un processo di espansione e rafforzamento della protesta politica per i diritti elementari perduti e per la necessità ineludibile di render questo paese “normale”, quale primo passaggio verso un processo di realizzazione del progetto francamente marxista senza che ci si debba vergognare.

Per un avvenire socialista

Non ritroviamo nell’attuale sinistra una connotazione politica convincente ed aderente ai principi ideali ispiratori della continuità marxista. Troviamo al contrario che l’attuale sinistra obbedisca a tendenze di progressiva deriva verso un centro moderato che le fa perdere ogni carattere di identità che dobbiamo invece recuperare per mantenere la memoria storica.

Pertanto queste righe sono rivolte a tutti coloro che della sinistra hanno un concetto di identità socialista, di politica solidarista e di necessaria abiura di ogni forma di revisionismo politico che porti verso una concezione liberal-qualunquista, quella che in definitiva ha portato l’attuale destra berlusconiana al potere.

In una fase politica segnata da continui tentativi di cambiamento, l’ipotesi del Partito Democratico orienta verso il progressivo allontanamento dal principio socialista della società e verso l’accettazione di una società pluralista governata dal mercato globale. Pertanto chi fa riferimento ai principi socialisti e marxisti deve trovare punti di comunanza politica piuttosto che elementi di disunione, legati soprattutto alla distinzione storica tra processi socialisti e sua evoluzione verso il comunismo. Le fasi storiche che hanno segnato questa divisione, divenuta poi contrapposizione, devono cedere alla necessità di operare una politica di fronte comune di fronte al dilagare del liberismo, della disarticolazione della struttura stessa della Costituzione, nata dalla Resistenza e su principi antifascisti. La rivisitazione storica della Costituzione può essere fatta con naturale adeguamento di alcune parti speciali ma lasciando integra la parte generale dei principi.

Ad essi ci rifacciamo in questo documento, facendo riferimento alla comunanza tra temi marxisti e principi ad essi ispiratesi quali le tematiche di:

· Un nuovo internazionalismo pacifista che ci veda impegnati attivamente nel recupero delle risorse umane del terzo e quarto mondo ( attualmente 214 milioni di bambini non raggiungono i 5 anni per mortalità infantile), in netta contrapposizione alla globalizzazione che deve essere vista come processo di governance politica e non solo economica. Ed inoltre questo deve costituire superamento della fase statica di un europeismo privo di anima strutturale politica.

· lavoro, occupazione e sviluppo. Questo principio passa per il crinale dei meriti e della meritocrazia in una società moderna dove i giovani devono essere tutti posti in grado di manifestare le proprie valenze, senza che possano studiare o lavorare solo quelli che hanno i mezzi. Lavoro per tutti coloro che lo meritano, indipendentemente dal censo o dalle possibilità economiche e privilegio per gli indigenti.

· concetto di Stato e diritti negati. Lo stato come regolatore ed organizzatore dei servizi essenziali, che devono essere ribaditi per tutti e non per pochi, riaffermazione del principio di compartecipazione delle Stato alle attività produttive e di sua attività nel mercato non più libero ma regolato.

· servizi ineludibili ed affidati alla gestione collettiva. Essi sono sanità per tutti e non per pochi, istruzione fino all’età dell’ingresso nella forza-lavoro, specie per i nuovi cittadini immigrati, trasporti efficienti che migliorino la qualità della vita, del terziario e della flessibilità lavorativa. Assistenza e Welfare regolata dalla collettività statale in contrapposizione a quella localistica, periferica cui non possono essere demandati (vedi Titolo V della Costituzione) servizi di interesse pubblico-collettivo.

Le forze della sinistra autentica devono trovare, in una piattaforma ideale più che programmatica, gli elementi costituenti un processo di ricostruzione e rivisitazione del marxismo degli anni 2000, in vista della grande sfida contro il mercato globale, quale asse centrale della politica capitalista ed imperialista, vedi governance del mondo. Questo processo involutivo, che Carlo Marx aveva preconizzato, si è imposto come dittatura di singole holding industriali e lobbies politiche, con la naturale partecipazione della componente religiosa, che ha fatto da leva su alcune istanze di prevaricazione.

Tutto questo processo di progressivo dominio di pochi sui tanti popoli del terzo e quarto mondo fa sì che il 22% della popolazione occidentale abbia le leve di comando sul restante 78% per quanto attiene energia petrolifera, risorse idriche e di alimenti.

Ciò si pone in assoluta antitesi ai principi internazionalistici del socialismo movimentista che non accetta che il riformismo passi per la lesione dei principi ineludibili, quelli dei diritti inalienabili alla salute, istruzione e qualità della vita.

Si realizza così un principio che non è accettabile, quello degli intoccabili, pochi, e dei bistrattabili, i più.

Su questi temi primari, si deve costruire un processo federativo di forze che trovino meccanismi di intesa su principi condivisi, lasciando da parte i temi di contestazione ed visione storica che appartengono al passato e che potranno far parte di un processo storico di là da venire ma che non deve essere contestualizzato al presente.

(gennaio 2007).

1. la politica che verrà.

Dai blocchi del dopoguerra si è passati ad una più indistinta fase politica, non più segnata dalle contrapposizioni ideologiche ma dalla prevalenza dei fattori economici. È stata la vittoria del dollaro e dei poteri forti che hanno portato in Europa la grande alleanza economica identificata più nell’euro” che nella unità Europea.

Paradossalmente quel periodo è stato contrassegnato in Italia da una forte aggregazione politica basata sul proporzionale ma nel mondo la contrapposizione dei blocchi era segnata da un bipolarismo ineludibile imperialista ora statunitense ora sovietico. L’Italia dunque marcia con una velocità minore, se solo in questi anni la riforma dello Stato viene interpretata come riforma esclusivamente maggioritaria che, per aderenza ai tempi ,avremmo dovuto avere proprio negli anni precedenti al 1989.

Oggi la situazione politica italiana ha superato invece la teoria dei “due blocchi” e la contrapposizione maggioritaria nasce forse unicamente da una contrapposizione di uomini più che di programmi, di agenda politica più che di idee. Appare evidente una mancanza di progetto politico che superi la fase pregressa e che si avvii ad interpretare le necessità del Paese.

Analogamente a un processo di sviluppo del tipo anglosassone, e se vogliamo squisitamente democratico, si desidererebbe una più accentuata partecipazione non più delle masse operaie e popolari ma della intera collettività. Uno dei grandi risultati del rivoluzionarismo presovietico, ma sempre bolscevico e quindi leninista, è stato paradossalmente raggiunto in questi anni. Esso consiste nel superamento delle classi e nel raggiungimento di parametri di vita accettabili per le classi operaie e contadine. La stratificazione sociale, l’economia post-industriale che si avvia a forme di terziarismo avanzato e non, un più accreditato benessere hanno dato vita ad un processo comunque sia di sviluppo al quale tuttavia non sono estranei sia il superamento della fase economica industriale sia la relativa incidenza della fase contadina relegata ad ambito non più socialmente incidente ma solo territorialmente incidente.

Oggi il benessere stratificato deve tuttavia fare i conti con un processo inarrestabile che è quello dell’emergenza del terzo e quarto mondo nel processo di globalizzazione. Si sta cioè creando un’immissione di popolazione in eccesso numerico o quantitativo, da qui la necessità di accoglierli, quanto in difetto di sviluppo post-industriale e culturale. Nei fatti uno dei problemi principali delle collettività emarginate che sbarcano in Italia è quello dell’inserimento sociale che passa per la cruna dell’ago dell’inserimento culturale di base, ossia la conoscenza della lingua e degli usi del paese che li ospita.

La globalizzazione economica sta strangolando molti paesi e non solo quelli in via di sviluppo: ha emarginato la nostra esportazione industriale, ha ridotto il numero di industrie pesanti utili, dalle acciaierie ai manufatti ferrosi, ha ridotto cioè la potenzialità del processo di conversione industriale del paese in atto dagli anni settanta. Così la nostra capacità produttiva è limitata ai manufatti, al terziario, alla moda ed a quanto è consentito alla innovativa e pur fervida fantasia adattativa italiana.

Da quanto sopra derivano molteplici considerazioni: innanzitutto la necessità di reinserire nel processo e tessuto lavorativo quegli operai dismessi e licenziati che non solo soffrono per mancanza di posto di lavoro ma che è difficile recuperare per mancanza di adattamento culturale ad altri lavori. Mostrano cioè un difficile atto di conversione verso nuovi processi produttivi. Ne consegue un disadattamento sociale con gravissimi conseguenze sul piano della vivibilità della micro- e macro-collettività.

Una nuova fase politica sarà dunque possibile quando saranno risolti questi problemi che innanzi tutto sono culturali e che impongono un nuovo tipo di approccio già nel processo di riforma della scuola che è il primo punto di vera riconversione sociale. Preparare i giovani d’oggi alla realtà socio-economico di domani, post-industriale e sicuramente innovativa nel senso che tutte le categorie sinora conosciute saranno diverse (dal posto di lavoro fisso, al tipo di lavoro mobile e non solo fisicamente) è la vera sfida che gli anni 2000 ci propongono.

2. l’appartenenza

Il denominatore comune politico sembra sempre più l’appartenenza, all’area del potere, alle sedi della gestione della cosa pubblica, con l’aggravante di disperdere il grande patrimonio del partito di massa, che, radicato nel territorio, sapeva esprimerne le necessità ed i bisogni. Ne è derivato un grave conflitto tra la società civile e l’area del potere con una divaricazione sempre maggiore tra quello che un tempo era il Paese reale ed il Paese legale. La classe politica, questa classe politica non riesce a rappresentare la gente da cui è espressa e la pubblica opinione, orfana di una classe dirigente, si rifiuta di esprimerla, astenendosi dal voto. Un conflitto che origina da un circolo vizioso: non si va a votare perché la classe dirigente è evanescente, la classe dirigente è evanescente perché ci si rifiuta di scegliere. É singolare che quest’analisi è già nota, il politico ne ha preso atto ma non riesce o non vuole uscire dal circolo vizioso ora descritto né dal guscio del potere.

Se dunque è questa la democrazia, appare fortemente incompiuta: vuoi perché non espressiva di tutto il Paese, vuoi perché potrebbe essere solo una fase di transizione verso una più completa evoluzione degli schieramenti.

Noi non siamo affatto certi della differenza tra i due schieramenti, afflitti dallo stesso problema di rappresentatività ed incapaci di rappresentare il Paese.

Il metodo politico è quello di raggiungere il potere in quanto tale e non in quanto possibilità di rendere un servizio al cittadino. La stessa legislazione sulle peculiarità del Sindaco consente uno spoiling system totale con accesso a gradi di potere che impediscono nel prosieguo il ricambio. Incastonare la politica nella pubblica amministrazione ed asservirla ad essa, è stato il meccanismo di controllo e gestione della cosa pubblica proprio a partire dall’amministrazione degli Enti Locali, gangli vitali dei serbatoi di voti. Politica dunque come scambio, politica come affare. Differenze tra i due schemi o schematici cartelli non ve ne sono. Sono schemi che consentono di intravedere l’impossibilità della gente comune di accedere alla partecipazione ed alla politica: solo chi dispone di mezzi consistenti può permettersi l’ingresso in politica.

3. risorsa giovani

Nel mondo frammentato di oggi, ove la non partecipazione alle scelte costituisce un problema per la democrazia, ben un terzo degli astensionisti è dato da giovani tra i 18 ed i 28 anni.La molteplicità di immagini sulla realtà giovanile rende evanescente questa categoria, a differenza di quanto registrato negli anni ‘60 e ‘70 quando la generazione di giovani costituiva una categoria visibile ed idonea ad incidere sulla cultura. Se i giovani non sono più attori di innovazione culturale e di democrazia, la responsabilità va attribuita alle forze politiche che ne impediscono la partecipazione attiva alle scelte del Paese.Il ritratto è dunque “in negativo”, sull’uso delle droghe, sulla micro e macro- criminalità mentre la maggior parte del mondo giovanile è da considerare sana e recuperabile ai fini della democrazia e delle scelte. Semmai è uno strato della società raramente interpellato e coinvolto nella discussione democratica. Il mondo giovanile è dunque sano, come testimoniato da ricerche che evidenziano come il 75% dei giovani compresi tra 18 e 31 anni considera tra i propri valori quello della famiglia (85%), libertà e democrazia (68%), il lavoro (62%), mentre solo il 4% si dedica attivamente alla politica. La ricerca, dunque, mette in rilievo l’atteggiamento dei giovani nei confronti dei valori della democrazia e annota che le nuove generazioni sono molto caute nei confronti dei sistemi maggioritari.

Oggi il principio dell’appartenenza appare debole e superato, si fa più appello alla libertà individuale con una ricerca di sicurezza e stabilità, quasi di punti di riferimento. Sull’ideale di uguaglianza si sottolinea la necessità della pari opportunità di partenza, appellando successivamente il merito. L’ideale di uguaglianza economica è accolto come condizione di partenza, mentre in seguito la remunerazione è legata al merito, alla competenza, all’impegno. A partire dagli anni ‘90 acquista importanza pure il tema della frattura inter-generazionale, un altro dato importante per verificare il solidarismo delle nuove generazioni. Una partecipazione sociale non visibile genera una forma di individualismo nell’assunzione culturale non più mediata dal gruppo sociale. Il gioco dell’io non ha bisogno di mediazioni e sceglie quelle che giudica ad hoc, per cui si indeboliscono i gruppi di appartenenza, compresa la famiglia. I gruppi non sono più gli unici fattori di integrazione. Si possono scegliere altre vie più ricche e meno faticose. La partecipazione sociale dei giovani alla religione, al sindacato e alla politica è agli ultimi posti, tra i primi vi sono gruppi a interessi culturali, ricreativi, sportivi, turistici. I giovani scelgono una partecipazione meno coinvolgente, associazioni a tempo determinato, per obiettivi particolari di tipo individuale. Raramente e con fatica accettano la partecipazione regolare e organica in organizzazioni con impegno pubblico vincolato ad un’appartenenza associativa, quindi prolungato. Nella scala dei valori la famiglia, l’amore, l’amicizia sono ai primi posti. È evidente la distanza, anzi il baratro, che separa le scelte a favore della vita privata da quelle per l’impegno pubblico. Un recente sondaggio (luglio 2004) indica che ben il 20% dei giovani tra 18 e 31 anni non si ritrovano negli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra. Contro l’imperialismo della tecnica, il romanticismo o il mondo degli affetti, delle emozioni, fa da regolatore, come nella prima industrializzazione. La modernità ha connotato la famiglia con valori che rimandano all’intimità, spingendola nel privato. Quindi non stupisce che in una società in cui il mercato regola la vita, sorga il bisogno di intimità, di un mondo di affetti legati al privato. Pure la religione nella società secolarizzata è assunta come luogo di sentimenti, di emozioni, ponendo in secondo piano la visibilità e l’incidenza nel sociale. Emerge dunque una realtà composita, articolata e non indecifrabile di un mondo giovanile alla ricerca di punti ideali di riferimento con una “domanda di valori” cui non segue una adeguata offerta della società e del mondo della politica.

4.Lavoro e reclutamento. La Questione Meridionale

Gli intoccabili ed i bistrattabili

Il mondo del lavoro che sia avvia alla fase globale deve fare i conti con sacche di aree di lavoro locale, un mondo cioè inadeguato a proiettarsi nella globalizzazione per numerosi motivi:

1) innanzitutto una fase di recessione culturale che annovera una notevole e poco considerata fascia di semi-analfabetismo ( 35 % della popolazione italiana con un 15,4% nella fascia di età compresa tra i 16 ed i 25 anni, 22% nella fascia di età tra 26 e 35 anni) contro i circa 2 milioni di analfabeti..L’80% circa dei giovani del Mezzogiorno sotto i 25 anni non conosce altra lingua straniera, a fronte del 15% della media nazionale. Tale elemento appare fortemente limitante per un processo di inserimento nel mercato specializzato globale ma tuttavia crea forti pulsioni verso i mercati locali.

2) Occorre fare una “fotografia” delle aree di intervento produttivo del Paese utili anche a porre l’accento su quelle sacche di emarginazione lavorativa che induce la necessità di intervento della politica in genere inquinante.

L’agricoltura, che, alla data del Censimento del 1951, assorbiva il 42,2% della popolazione attiva, agli inizi degli anni Novanta ne conta solo il 7,6%. I lavoratori agricoli passano da 8.261.000 a 1.630.000, diminuendo di quasi sette milioni: oltre otto lavoratori su dieci hanno lasciato l’agricoltura dal dopoguerra a oggi. I lavoratori del terziario sono più che raddoppiati, passando da 5.027.000 a 12.092.000. Nell’industria invece l’entità del cambiamento appare più modesta: i lavoratori industriali sono aumentati di 1.311.000 unità, passando da 6.290.000 a 7.601.000, ma la loro incidenza percentuale è variata di poco. Tale passaggio, da un’economia basata sull’agricoltura ad una basata, invece, sull’industria e sui servizi, è avvenuto in ritardo rispetto agli altri paesi europei ed in un tempo ridotto. Dalla disoccupazione del dopoguerra si vira verso una disoccupazione urbana, al cui interno avranno un peso e una visibilità crescente i giovani alla ricerca di un primo lavoro, i nuovi sottoccupati in attività precarie e, nel periodo più recente (a partire dalla recessione degli inizi anni Novanta), i nuovi disoccupati industriali. Nello stesso periodo è cambiato anche l’asse territoriale dello sviluppo. Dopo un lungo periodo di intensa crescita industriale, è emerso un nuovo ruolo delle regioni con alta diffusione della piccola impresa e dispersione produttiva. La trasformazione post-fordista dell’economia, con il declino della grande fabbrica e l’affermarsi della specializzazione flessibile, si embrica anch’esso con le problematiche territoriali dello sviluppo. Malgrado ciò,. la disoccupazione non è mai scesa al di sotto di una soglia ritenuta accettabile, restando tuttavia caratteristica delle regioni meridionali. Nonostante lo sviluppo accelerato che ha permesso al nostro Paese di divenire uno dei paesi più industrializzati al mondo, il sistema economico non è mai stato idoneo, neppure nei momenti più favorevoli, ad assorbire le forze di lavoro disponibili. Zone con alti tassi di attività si alternano a “macchia di leopardo” con aree caratterizzate da arretratezza e sottosviluppo con tassi di disoccupazione fra i più alti d’Europa ed in particolare nel Mezzogiorno. All’interno della circoscrizione meridionale poi, vi sono differenze rilevanti con una tale disomogeneità che non può non imporre una seria riflessione. Vi sono aree, come le regioni del Nord-Est e alcune aree del Centro come la Toscana e le Marche, che, al di fuori di qualsiasi disegno programmatorio di politica nazionale, hanno saputo crescere e svilupparsi risolvendo in massima parte la disoccupazione, divenendo fra le zone più ricche del Paese; al contrario, altre aree da sempre considerate svantaggiate, in primo luogo il Mezzogiorno (con il suo milione di disoccupati sotto i 32 anni) nonostante le risorse impiegate, non sono riuscite ad avviare analoghi processi di sviluppo.

In questo contesto disomogeneo l’inquinamento della politica non poteva non essere prevedibile: specie nel Mezzogiorno il processo di occupazione, limitato al 60-65%, occupa una sfera prevalentemente pubblica, pubblico impiego appunto, ove il processo di referenza politica (o raccomandazione) è determinante nella fase di reclutamento. Ciò condiziona in una fase successiva la scelta politica che obbedisce alla appartenenza diretta o mediata da processi di favore.

Malgrado le ottimistiche previsioni del Ministero del lavoro che prevede per il Sud una crescita media annua dell’1,7% tra il 1995 ed il 1998 ed una riduzione del tasso di disoccupazione, grazie a 450 mila posti di lavoro in più, vanno riconsiderate due questioni:

1) il criterio di distribuzione di queste nuove assunzioni, se cioè continui il processo di occupazione pubblica piuttosto che l’introduzione nel mercato di piccole e medie imprese, alla luce della fase attuativa della Legge 488 che assicurava finanziamenti a fondo perduto alla Piccola e Media Impresa (PMI).

2) il ruolo della distribuzione “a pioggia” dell’intervento statale che accentua la fase dell’inquinamento della politica nel mondo del lavoro.

Dunque noi invochiamo criteri diversi per il reclutamento nel mercato locale e globale:

a) innanzitutto la trasparenza nella fase di reclutamento nel mondo del lavoro, specie nel pubblico;

Dunque il superamento di schieramenti per una politica fatta di idee concrete, di proposte che pur nascono dalle proteste, una politica delle “cose da fare” non an-ideologica ma culturalmente più propensa a recepire che a condannare od eludere. Una politica di immersione totale nella gente, nelle sue problematiche ,nei suoi desideri. Chiediamo agli italiani cosa possiamo fare per loro e, ne siamo sicuri, la risposta non tarderà a venire.

Tuttavia i principi esposti restano tali se ad essi non si dà un progetto che serva da impegno comune. Tale progetto non può che essere quello del riformismo “vero”, ossia una summa di riforme che vadano da quella dello Stato, alla devoluzione dei poteri alla periferia locale, al definito ruolo dello Stato nell’applicazione dei principali dettami della Costituzione: dall’art. 132 sulla Sanità, quale principio e dovere dello Stato nei confronti del cittadino, sino alla scuola ed alla istruzione che parimenti sono obblighi statuali verso la collettività. In definitiva, poiché sono tuttora insussistenti alcuni dettami costituzionali e non ancora applicati, un principio basilare di riformismo è quello di applicare le regole e le leggi fornite sin ora dal legislatore.

Ridare forma e sussistenza alla partecipazione, significa anche rivedere la legge elettorale, trovare un metodo di rappresentatività che vuol dire anche partecipazione delle minoranze. Su queste basi riteniamo che ci sia spazio per un nuovo movimento che possa suscitare interesse nel Cittadino e promuoverne la sua elezione a soggetto di diritto. Ecco dunque che viene superato il concetto dell’aggregazione sin ora seguita dai partiti dell’Ulivo, non più sommatoria semplice e perdente numericamente ma Movimento che possa suscitare una nuova partecipazione della collettività mossa da un comune sentire che appare in forma binaria: locale con lo sviluppo di programmi tesi a promuovere una sana e trasparente amministrazione e generale quale partecipazione a nuova gestione dello Stato in cui siano interessati tutte le categorie politico-sociali, dando il logico spazio alle minoranze, quali portatrici di interessi non lobbystici ma di effettiva risonanza comunitaria. Ridare dunque senso all’appartenenza quale carattere non più riduttivo di legame con gruppi partisan ma quale espressione di partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica. Per ultimo ed in conclusione, si tratta di coagulare le forze politicamente emancipate su un terreno di confronto dialettico su uno schema di riforme in cui si possano coniugare libertà, e non libero arbitrio, con il principio dell’equa giustizia, e non del giustizialismo sociale.

Le leggi ad personam

Con l’informale espressione legge ad personam s’intende una legge (o atto avente forza di legge) che si ritiene sia stata realizzata mirando specificamente al raggiungimento di determinati effetti favorevoli (o sfavorevoli) per una singola e individuata persona o ristretto gruppo di soggetti, nonostante possa essere, apparentemente, formulata in modo generale. La locuzione, mutuata dal latino, è entrata nell’uso comune tramite il gergo politico e giornalistico.

Dal punto di vista giuridico, salvo i casi in cui vengano dichiarate incostituzionali, le cosiddette sono degli atti normativi formalmente legittimi, anche se di dubbia correttezza sotto il profilo etico e deontologico, non in diretto contrasto con i fondamentali principi di generalità e astrattezza del diritto. Ma va notato che tali leggi sono sul crinale scivolosissimo non solo del conflitto d’interesse, sul quale vige una normativa imprecisa ed incerta, ma sul più consistente reato d’interesse privato.

La cronistoria: nella XIII Legislatura (1996-2001) il Parlamento vara norme per distinguere le funzioni del Giudice dell’udienza preliminare e di quello delle indagini preliminari, in modo che il primo debba occuparsi soltanto di stabilire se si devono attuare misure cautelari, il secondo interviene nell’ambito del rinvio a giudizio. Il ministro della Giustizia Diliberto, il 21 maggio 1997, indica per decreto l’entrata in vigore della distinzione: a gennaio 2000. Erano, infatti, a rischio vari procedimenti, in quanto la legge prevedeva che gli atti dell’indagine erano da rimettere al presidente del tribunale per la designazione di un altro giudice, il quale poi avrebbe avuto la facoltà di confermarli oppure di rinnovarli in parte o in tutto. E quali erano questi processi? Innanzitutto il processo Imi-Sir, con imputati Berlusconi e Previti, che in quel periodo veniva considerato particolarmente a rischio a causa di queste modifiche. Il giudice Rossato,Tribunale di Milano, che aveva chiesto anche l’arresto al Parlamento di Previti, era stato più volte ricusato dai difensori degli imputati, e si temeva che adesso la ricusazione potesse avvenire per legge dello Stato. Rossato, tuttavia, riuscì a portare a termine il suo rinvio a giudizio, in quanto a seguito delle polemiche suscitate fu applicato un rinvio delle norme di alcuni mesi.

Nella successiva legislatura (XIV 2001-06), sotto i governi Berlusconi, furono approvate numerose leggi che hanno sollevato aspre critiche in quanto tacciate appunto come legge ad personam.

Tali contestazioni hanno affermato che la maggioranza di centrodestra abbia ricorso a tale espediente per alleggerire la posizione processuale di Berlusconi stesso. Tra le tante, è stato rilevato come le seguenti abbiano ridotto le pendenze giudiziarie o abbiano in qualche modo conflitto con gli interessi del Presidente del Consiglio:

· la depenalizzazione del falso in bilancio (legge n. 61/2002);

· la legge sulle rogatorie (legge n. 367/2001);

· l’introduzione dell’impunità (divieto di sottoposizione a processo) delle cinque più alte cariche dello Stato tra le quali il presidente del Consiglio in carica (“Lodo Schifani”, 140/2003);

· la c.d. “legge Cirami” sul legittimo sospetto (Legge n. 248/2002);

· la riduzione della prescrizione (che cancellava gran parte dei fatti oggetto di contestazione nel processo sui diritti TV verso Berlusconi) (“Legge ex-Cirielli”, 251/2005);

· l’estensione del condono edilizio alle zone protette (legge delega 308/2004) (comprensiva la villa “La Certosa” di proprietà di Berlusconi);

· il ricorso del governo contro la legge della regione Sardegna al divieto di costruire a meno di due chilometri dalle coste (ricorso n. 15/2005 alla legge regionale 8/2004) (che bloccava, tra l’altro, l’edificazione di “Costa Turchese”, insediamento di 250.000 metri cubi della Edilizia Alta Italia di Marina Berlusconi);

· la modifica del PAI (Piano di assetto idrogeologico) dell’Autorità di bacino del fiume Po che permette la permanenza de “la Cascinazza” (estensione di oltre 500.000 metri quadrati) di proprietà della IEI di Paolo Berlusconi (PAI del 2001);

· l’introduzione dell’inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento (DL n. 3600);

· la legge Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni (Legge 112/2004);

· la norma transitoria della Legge 90/2004 che consentì ad Albertini, sindaco di Milano, non più rieleggibile, di essere candidato alle elezioni europee senza dover dare le dimissioni da sindaco.

Alcuni costituzionalisti hanno anche definito legge ad coalitionem la legge elettorale del 2006 che, data la morfologia delle formazioni politiche all’atto delle elezioni governative, si riteneva dovesse permettere ai partiti della coalizione di centrodestra di ottenere un numero di seggi fortemente superiore rispetto a quanto sarebbe avvenuto con la precedente normativa.

Esistono altre forme di applicazione delle leggi ad personam? Noi ne intravediamo alcune possibilità ogni qual volta viene applicata la Legge Berlinguer sui concorsi interni e sulle chiamate. Nel caso specifico si tratterebbe di leggi ad personas, intendendo così una legge fatta ad hoc e quindi su misura non per sé, ossia non nel diretto interesse della persona che la promuove, ma nell’interesse del gruppo, clan o quant’altro, che la persona che promuove la legge difende come cosa propria. Il ché vuol dire due cose.

Non fa nessuna differenza giuridica se l’interesse riguarda la singola persona od altra(e) persona(e) del gruppo omologo.

L’incertezza della giurisprudenza sulla materia fa sì che sia più fattibile operare leggi ad personas anziché ad personam, considerate più sfumate le interrelazioni o la definizione degli interessi in gioco.

In definitiva operare leggi ad personas significa:

eludere la già incerta legislazione sulla materia, essendo il conflitto d’interesse oramai derubricato a lesione della deontologia e dell’etica politica e dunque non reato, privo di ogni implicazione restrittiva sul piano civilistico o addirittura penale.

Estendere privilegi ad altri del proprio gruppo significa contrazione di credito morale, e dunque ad ogni legge corrisponde, prima o poi, un beneficio politico, professionale e di altra natura.

Prendiamo un esempio: se, prima della scadenza di un qualsivoglia mandato elettivo, l’Eletto in carica, con voglia di rielezione, promuove alcuni concorsi, contrae quindi un credito d’immagine non solo tra i soggetti direttamente interessati al profilo concorsuale ma anche tra coloro che fanno parte di quel gruppo, indirettamente anch’esso beneficiario di quella cooptazione. Dunque fanno cumulo in sede di votazione. Si può ipotizzare in questo caso un eventuale, possibile reato, collegato, che si chiama voto di scambio? Questa è la logica involuzione che si configura nelle leggi ad personas rispetto all’esempio classico che noi conosciamo bene della legge ad personam, come qualche esempio di modifiche di statuto. I giuristi ci diano una risposta.

Perchè siamo stati contrari alla legge Gasparri? Perché era una legge ad personam

Le considerazioni giuridiche, in base alle quali la Legge sul riordino dell’assetto televisivo si pone al di là della Costituzione, non sono né poche né poco consistenti. Esse evidenziano lesione del pluralismo delle voci, sancito dall’art. 21 della nostra Costituzione, come stabilito da ben tre sentenze della consulta ( la 420 del 1994, la 536 del 1998 e la 466 del 2002), tutte legate al “ vincolo, imposto dalla Costituzione, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire il fondamentale diritto del cittadino all’informazione”. Al di là di questo, vi sono motivazioni tecniche e politiche per cui questa Legge va contro il buon senso civico.

Le motivazioni tecniche indicano nel SIC (Sistema Integrato delle Telecomunicazioni) il nodo cruciale. Esso è talmente dilatato da favorire l’incetta pubblicitaria nelle mani di due soli protagonisti facendo cosi mancare la fonte di sviluppo tecnologico delle emittenti più piccole. La Legge Mammì, poi Meccanico, fissava nel 20% il margine massimo di raccolta pubblicitaria tra editoria e radiotelevisione, ( Art.2 della Legge 249/97, comma 8, lettera D). Adesso il paniere è fortemente dilatato, e dunque il 20% di 200 ad esempio ascende al 40%. È tutto giocato attorno l’incetta pubblicitaria che viene assorbita da Mediaset e RAI (attualmente detengono il 95% dell’offerta pubblicitaria) e quindi le risorse per le emittenti locali vengono meno e così la possibilità di investimento nel digitale terrestre che è riservato, quando ci sarà ossia tra il 2010 ed il 2012, al Duopolio Imperfetto. Ne è segno l’aumento della pubblicità per ora di trasmissione che passa dal 18 al 20%. Il telespettatore così vedrà la pubblicità…solo interrotta talora dalle normali trasmissioni.

Inoltre l’istituzione del cosiddetto traino pubblicitario che consiste nel permettere alle maggiori agenzie di pubblicità nazionale Publitalia (Mediaset) e Sipra (Rai) di raccogliere pubblicità anche per le emittenti locali. così facendo, alla lunga, anche le emittenti locali verranno consegnate nella mani di Mediaset e Rai;

Con questa legge viene triturata la diffusione televisiva locale che prevede ambiti interregionali fino a sei bacini anche discontinui e può raggiungere fino al 50% della popolazione. È evidente che ciò equivale ad una fortissima concentrazione delle testate televisive locali. di fatto, dunque, si istituisce una nuova tipologia di emittente “interregionale” che collocandosi a metà strada tra “la nazionale” e “la locale” finirà inevitabilmente con il competere slealmente con l’una e l’altra;oltre a ciò la legalizzazione dello splittaggio (che brutto termine!) della pubblicità consente alle grandi emittenti, ai circuiti e ai network di trasmettere messaggi pubblicitari differenziati per aree di servizio. Lo splittaggio rastrella anche le piccole risorse pubblicitarie del territorio con le quali sopravvive la piccola emittenza locale commerciale e comunitaria;

Qual è la conseguenza politica? Dalla legge traspare la volontà di minimizzare la voce pluralistica delle emittenti locali, quelle del territorio, quelle che segnalano i fatti locali e che pure tanto ascolto hanno. Bossi e La Lega non si sono accorti ( o forse sì) che la legge va in senso diametralmente opposto alla devoluzione federale delle prerogative di legge, anche le emittenti locali avrebbero avuto con il riassetto del Titolo V della Costituzione, un loro ruolo nel territorio così da diventare “Radio Federali”. Invece si concentra tutto nell’asse Roma-Milano, Rai-Mediaset. Così la Legge diventa due volte incostituzionale ( art. 21 e Titolo V). Cosa manca in questa legge?

Manca la normativa per le emittenti televisive spazzatura finanziate dallo stato;continueremo cioè a vedere maghi e fattucchiere, che trasmettono grazie ad un contributo statale (art. 74 della Legge Finanziaria del 2002). Manca una esauriente e puntuale normativa sulla transizione dalla tecnologia analogica al digitale che non c’è. Manca l’assegnazione di adeguate risorse radioelettriche per lo sviluppo del digitale DAB. Infatti l’unica risorsa VHF, il canale 12, assegnato dal piano al servizio DAB, è occupata dalla RAI;mancano adeguati incentivi certi per lo sviluppo del digitale radiofonico DAB.

Insomma è una legge liberticida un Robin Hood alla rovescia, il federalismo va a pallino e la TV diventa sempre più deficiente.

Se poi il Governo emanerà un Decreto Legge che mediante i suoi sessanta giorni di attuazione salvi Rete4 dal satellite, sarà palese a tutti i cittadini la natura del conflitto d’interesse. D’altra parte la Legge Gasparri è la figlia naturale della Legge Frattini. È questo il punto cruciale, finchè questo non sarà assolto ogni nostro tentativo di salvaguardare la Costituzione sarà vano. (aprile 2004)


I pronipotini di Stalin

La kermesse dell’Ulivo + girotondi lascia dietro di sé una lunga scia di perplessità. La prima problematica insoluta che viene in mente è che l’unione del centro-sinistra è ancora più lontana di quanto non si possa pensare. Non so neanche come scriverlo perché non è neanche più il centrotrattinosinistra, neanche ancora Lista Prodi. Comunque non è più Ulivo. Il lavoratore, il compagno, che ha vissuto le vicende italiane dagli anni Cinquanta in poi, resta sbigottito davanti una sorta di rassemblement comunque privo di ogni caratterizzazione, di quella identità culturale, ideale e programmatica che distingueva i Partiti, maggiori e non. Tronconi della storia politica italiana tentano un’unione che è ben lontana e, a fronte dei gravi problemi del Paese e delle classi lavoratrici, hanno impiegato due giorni per accendere e non risolvere la questione di un gruppo, quello di Di Pietro, indipendentemente dal giudizio di incompatibilità politica e programmatica rispetto la sinistra attuale.

Per quanto il personaggio politico possa ispirare sentimenti contrastanti, di Claudio Martelli si potrà dire quel che si vuole ma resta una “mente politica” la quale, nella recente intervista all’Espresso, registra e fotografa con due parole lo stato delle cose. La politica di oggi, sintetizzo liberamente, altro non è che uno scontro e forse una sintesi antitetica di Nomenklature, da qualunque parte vengano. Sintesi che drammaticamente si rivela reale quando si riassume la due giorni del Teatro Vittoria. Per due giorni non si è fatto altro che parlare di Liste, Tricicli e quant’altro, e in quella sala non si sono mai, ripeto mai, udite parole come “disoccupazione, aumento del costo della vita, ricerca scientifica al lumicino, amaro consuntivo del Semestre italiano e soprattutto progetti per un’Europa che comunque deve decollare e darsi un’anima politica oltre che monetaria”.

Come può il lavoratore italiano dare credito a questa sinistra riformista? Cosa hanno costoro in comune con i socialisti e comunisti del tempo appena passato?

Ricordate la Sinistra Indipendente? Era un gruppo parlamentare, costola fin che si vuole del PCI ma comunque traino intellettuale nel varo legislativo di tante Leggi che hanno fatto l’Italia più giusta, basti pensare alla Gozzini. Ebbene per portare in Parlamento quelle “teste d’uovo” il PCI dovette faticare abbastanza perché ognuno aveva un lavoro, era dedito ad un’occupazione e la presenza tra i banchi parlamentari veniva considerata un “atto di servizio” reso al Paese ancorché al Partito.

La distanza da quelle figure (Anderlini, Barbato, Gozzini, Ossicini, Riva, Riccardelli, magistrati, giuristi, avvocati e tanti altri) che hanno tanto dato al Parlamento italiano appare siderale quando si fa la fotografia delle prime file al Teatro Vittoria, tutti in lista per il Parlamento Europeo. Ed almeno avessero parlato di progetti europei, della capacità italiana di accostarsi ai livelli europei nei vari aspetti della società, almeno avessero avanzato una qualunque proposta! Nulla di tutto questo. L’importante è la composizione della Lista e i numeri vincenti. Ma non è un Enalotto, signori, lo scontro per il Parlamento Europeo sarà uno strumento per dare un segnale politico di testimonianza, partecipazione e confronto nella lotta politica avverso chi sta trascinando l’Italia nel baratro.

(aprile 2004)

Al Palalottomatica è sbarcata la destra della sinistra

La Convention del Palalottomatica che ha sancito la nascita della Lista DS, Margherita e SDI con una deputata repubblicana, e quindi senza i repubblicani che, come noto, sono nella CdL, lascia intuire che il percorso unitario sarà difficile perché nasce da pessimi auspici.

1) La esclusione di altre forze politiche che facevano parte dell’Ulivo indica una Conventio ad Excludendum, non importa per colpa di chi, che fa una sommatoria di voti ma non necessariamente un suo potenziamento. Questo deriva da alcuni fatti:il primo è che viene ingenerata una grossa confusione nell’elettorato perché questa forza si autodefinisce di centro-sinistra ma non sa se poi aderirà al gruppo dei popolari europei, che, arricchiti da Forza Italia e gruppi apparentati, è ormai rappresentativo della conservazione europea chirachiana, ovvero al gruppo socialista europeo al quale comunque non si sentono organici popolari coma la Bindi che non vuol morire socialista. Ma il secondo problema è la forzatura nella distinzione lessicale e non solo tra riformismo cui fa riferimento la Lista Prodi e socialismo da cui si prendono le distanze, distinzione dunque sostanzialmente forzosa. Ditelo, compagni DS, che non vi è dunque volontà di fare riferimento ai valori marxiani.

2) Quanto sopra evidenzia l’antitesi e non la sintesi, non solo ideologicamente ma anche e più semplicemente ideale, delle forze messe in campo, quelle sinceramente riformiste e laiche, poche ma comunque rappresentate e quelle che fanno riferimento ai valori popolari europei e cioè post-democristiani.

Voler mettere in sinergia forze fino all’altro ieri antagoniste, significa non capire che la cosiddetta terza via è allo stato delle cose impraticabile, inesistente e fuorviante. Se c’è la terza via è quella della Sinistra Europea che pone in campo le necessità delle forze operaie, contadine e di quel ceto che è stato massacrato dai moderati, con la complicità di poteri forti, finanziari e bancari. Con queste compiacenze si sono consentiti episodi di malaffare politico-finanziario che iniziano in Italia con lo scandalo della Banca Romana di Bernardo Tallongo all’epoca del Governo Crispi e proseguono con il crack della Banca Privata Italiana che nel 1974 mise sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori massacrati da Sindona. Oggi il metodo del malaffare finanziario si ripete con il crack Parmalat i cui risvolti politici non sono ancora del tutto noti.

Se al Palalottomatica ci si fosse più preoccupati delle tragiche situazioni in cui versano milioni di operai senza salario stabile ed altrettanti cittadini indigenti o sottooccupati, espressione di un proletariato ancora non evoluto, se ci si fosse più preoccupati delle stesse classi medio-piccolo-borghesi, in lotta quotidiana con la quadratura del bilancio familiare, ebbene si sarebbe data una svolta alla concezione di solidarietà sociale e di giustizia di cui Giuliano Amato ha manifestato rivendicazione postuma e di facciata.

(aprile 2004)

L’Italia è facta

Cronaca impossibile. Nella mattina del 2 giugno ( 2004) mi trovavo ospite del Paese “Chevorrei” per una salutare vacanza. Era il giorno della celebrazione della loro Repubblica, con una singolare coincidenza con quanto di analogo si verificava in Italia. Le manifestazioni erano in diretta televisiva e sono durate quanto bastava per identificare i partecipanti. I primi a sfilare sono stati i bambini delle scuole primarie, nel segno di un’attenzione all’infanzia ed al futuro di un Paese. Poi le casalinghe con splendidi vestiti fiorati, poi i metalmeccanici con i carri da trasporto pesante, poi ancora gli autoferrotranviari con la loro divisa blu. Poi i contadini vestiti di verde che hanno fatto sfilare anche un esercito di bovini. Poi ……ho aperto gli occhi ed ho visto i carri armati.

Esco subito da metafora ricordando che l’arrivo di Bush in Italia con tutto il corredo di fatti e misfatti, quelli della maggioranza repubblican-forzista, non ci impediscono un commento sulla celebrazione del 2 giugno, Festa della Repubblica. Diversamente che nella metafora, questa invece è stata consacrata solo da un Concerto al Quirinale per pochi, riservato ai soliti noti, ed alla parata delle Forze Armate.

Vi è dunque una identificazione della nostra Repubblica con l’Italia dei poteri da un lato e dall’altro con le forze armate che svolgono un lavoro importante, significativo per il nostro Paese ma che non sono le uniche depositarie del simbolo italiano.

Avremmo capito, apprezzato e ci saremmo inchinati con rispetto se a marciare ci fossero state le rappresentanze della Società, le casalinghe, i lavoratori; invece abbiamo visto un deja vue di rituale militaresco che non apprezziamo e che non gradiamo.

Vanno ribaditi il nostro rispetto ed affetto per le forze armate e un doveroso ossequio al tributo di sangue pagato ingiustamente. Ma il problema non è neanche la sfilata delle forze armate che sono una componente alta del Paese ma che non si identificano da sole con esso. Il nostro Paese è fatto di tante realtà sociali, operose, che in questa occasione sono state bellamente dimenticate.

È ricomparsa l’italia delle marcette, un’italia minuscola perché non rappresentata in toto. L’italia di una mano sul petto e dell’altra che scrive leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie, sulla Gasparri. Francamente un’Italia che non ci piace e che ci preoccupa. In tutto questo le FF.AA. sono ridotte al ruolo minimale della parata, essendo solo una piccola loro parte impiegata all’estero in missione.

Sarebbe una visione riduttiva se la sinistra da tempo non avesse qualche idea propositiva sulle forze armate. Il problema è complesso e va affrontato in ambito europeo anche se i contrasti sono noti e difficili da dirimere. Ma noi abbiamo il problema gravissimo, che raramente si affronta in assenza di crisi, del dissesto del territorio. Il Paese è squassato da fatti sismici almeno 2-3 volte a settimana in forme minimali ed ogni 6-7 anni con gravi danni a carico di cose e di uomini. Senza pensare all’emergenza dei vulcani che periodicamente interessa interi paesi e senza prendere in considerazione l’alta potenzialità alluvionale, che è certamente da imputare al dissesto degli alvei causati dall’uomo.

In queste circostanze come tutti vediamo, la Protezione Civile non è sufficiente, non ha i mezzi (da sola) e le possibilità di spesa ed è, non dimentichiamolo, alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio, con tutti i risvolti possibili ed immaginabili.

Il Know-how delle FF.AA., vedi una per tutte le Armi, l’Aeronautica, ha potenzialità e risorse enormi. È il dicastero con più alto budget (25 miliardi di Euro circa) ha uomini affidabili, di altissima professionalità che spesso sono mal impiegati e tra i quali vi sono conflitti anche di competenze. La utilizzazione piena di queste risorse in ambito civile potrebbe offrire una più significativa prevenzione dei guasti naturali, un maggior raccordo delle FF.AA. con il territorio, un più adeguato assetto ed utilizzo della spesa.

Il problema è complesso ed articolato perché lo si esaurisca in poche righe ma se queste servono ad accendere un dibattito, ben vengano. Il problema non è dunque se, come e quando i nostri ragazzi devono tornare dall’Iraq: il problema è più ampio e riguarda la piena, completa, efficace utilizzazione delle risorse del Dicastero Difesa.

(giugno 2004)

L’Italia non è rifacta Elezioni Europee del 2004

Il chirurgo plastico non ha potuto evitare l’emorragia di voti di FI che non è più il primo partito italiano, con una perdita secca di 11 e 12 punti. In rivolta i ceti medi e medio-piccoli, del Sud, più sensibili ai problemi della capacità di tenuta dell’euro e del suo potere d’acquisto più che alla Messina-RC ed all’alta velocità.L’incremento relativo o comunque la minore perdita di AN (14, 5% nel Centro e nel Sud, ed il 13, 9% nelle isole) testimonia una capacità di assorbimento dei flussi emorragici a destra, con totale contenimento da parte dell’UDC che frena la caduta libera della CdL.

Diversa è l’analisi relativa all’Ulivo che parte ma non decolla con una migliore tenuta (37%) nel centro ove le roccaforti di Toscana, Umbria e Marche evidenziano il ruolo dominante dei DS.

Persiste la maggiore capacità di tenuta delle destre nel Nord che non ha registrato il possibile travaso di voti dalla Lega verso FI.

La dispersione dei voti a destra (Alternativa Sociale, Forza Nuova, Verdi-Verdi etc) è pari al 5% e la crescita, non clamorosa ma significativa, dei socialisti di De Michelis & Signorile indica che è arrivata per questa destra l’ora di un certo riassetto che poi sarà un regolamento di conti interno, come ha già fatto notare qualche esponente dell’UDC. Tuttavia la somma dei partiti maggiori di destra (FI, Lega, UDC, AN) sembra attestarsi al 42%, PSI + PRI sono pari al 2, 6%, il totale indica un 44-45% che può sommarsi, in caso di voto maggioritario, al 5% delle liste minori e si cumula così un discreto 49-50%.

Appare dunque evidente che la vittoria dell’Ulivo è marginale, modesta con una politica da rivedere perché poco aggregante. Tiene per la presenza di un apparato DS nelle regioni-roccaforte ma deve fare i conti con un 8, 5-9% di altre formazioni (comunisti italiani + Verdi ,anche se Di Pietro e Mastella segnano abbondantemente il passo). A ciò si aggiunga la tenuta forte di RC.

Il destino dell’Ulivo è ancora incerto. Si sfiora appena un risultato-sommatoria che non appaga perché manca il potenziamento elettorale. Ed il risultato di una tenuta delle forze più radicali ( RC + Verdi + PDCI, pari al 10, 5%) indica un complessivo spostamento a sinistra dell’elettorato riformista.

I partiti-immagine (Di Pietro, Occhetto e Mastella) segnano il passo: Non c’è spazio per la non-proposta, l’elettore italiano vuole di più, aspetta programmi, idee e non belle e sorridenti facce. L’ingresso di Martinazzoli nell’UDEUR non ha apportato nessun valore aggiunto ed Alleanza Popolare resta un partito campano.

Infine c’è voglia di rappresentazione, l’italiano vuole un parlamento rappresentativo e globale con la massima presenza politica che significa un forte richiamo al proporzionale. Il Cavaliere ha clamorosamente sbagliato l’appello al voto concentrato sui grandi partiti, anche se si riferiva solo al suo, l’italiano vuole esprimere tutte le sue potenzialità.

Last but not least, il mondo associazionistico e dei consumatori ha fallito la presa, al momento non c’è spazio per liste “fai da te” nel segno di una dichiarata voglia di politica e partecipazione, testimoniata peraltro da un’affluenza alta per le elezioni europee. Lo stesso dicasi per il mondo dei girotondi che non ha sviluppato una carta vincente, quella di partecipare attivamente ma dall’esterno. È caduta nella trappola della Lista e lì ha concluso il suo ciclo.

(giugno 2004)

Appunti di viaggio…..politico

Per identificare una possibile identità di un nuovo eventuale soggetto politico, forse è opportuno verificare quali denominatori comuni ci hanno indotto ad espedire detta strada, e se essi siano sufficientemente giustificativi di questa scelta.Vi è innanzitutto la necessità che, nell’ambito della sinistra, il cui dibattito politico è ingessato a fortiori anche nei confronti della attuale situazione di governo, si ricreino le condizioni per una più ampia e libera circolazione di idee, programmi e contenuti da sottoporre a confronto vivace e costruttivo. Per quanto molteplici ed articolati, i motivi che hanno creato detta situazione possono condensarsi nello spostamento dei DS verso una politica dai contenuti liberistici che consentisse di guadagnare l’aera di governo. Questo ha comportato il transito attraverso la formazione della Lista Unitaria sul cui sviluppo e futuro si addensano nubi secessionistiche, se non al centro certamente nelle periferie. Una formazione non caratterizzata, certamente indistinta e magmatica.

Nè RC si è rivelata idonea a recepire le istanze della sinistra nella sua totalità, essendosi data una veste più radicale quale esclusiva rappresentante del laboratorio Politico Sociale. Dalle esperienze del Social Forum esso sta transitando fino a raccogliere alcune e non tutte le insoddisfazioni delle classi meno abbienti e dell’emarginato, dimenticando tuttavia che l’emarginazione sociale consiste nel non arrivare a fine mese e nella lotta del quotidiano contro la Burocrazia imperante.RC ha soddisfatto solo parzialmente l’esigenza di rappresentare le classi sociali diseredate, attestandosi invece su una posizione politica che oggi rivela le sue contraddizioni. Tanto meno in questo contesto politico sembrano dar fiducia i Verdi, stretti in una politica di governo e sottogoverno, animati solo da proposizioni ambientaliste emotive e sprovviste di una logica scientifica. C’è dunque spazio a sinistra per una formazione di sinistra che occupi il vuoto politico tra la Partito Democratico, Liste minori e RC?

Tale domanda si pone esclusivamente per il contesto politico attuale prevede una conventio ad excludendum più che ad includendum per ciascuno dei gruppi politici organizzati ora citati. Ne deriva una condizione di sfiducia politica in queste strutture partitiche nelle quali il dibattito è ormai da tempo cessato e parimenti ne consegue una mancata partecipazione. Sono proprio questi motivi che hanno indotto molti di noi all’allontanamento, voluto o in alcuni casi imposto dalla circostanze, da strutture di partito-piovra al quale dobbiamo dare un’alternativa che si può identificare nel movimento-farfalla, ossia in una sorta di “Rassemblement pour la gouche” che nella nostra lingua non è facilmente traducibile. Un tentativo verso l’unitarietà di progetti al quale dare forma attraverso il peso politico che riusciremo a costruire. Perchè ciò avvenga si rende necessaria una base o piattaforma programmatica attraverso la quale non solo si potranno identificare obiettivi prioritari ma soprattutto avviare una discussione critica e costruttiva all’interno della sinistra o delle sinistre.

1) Partecipazione: occorre quindi dare voce politica a chi ne è stato privato, ridare una sorta di chance di partecipazione Ma accanto a questo obiettivo politico irrinunciabile, la proposizione politica deve tendere a colmare una lacuna a sinistra ormai definitiva:quella cioè di riproporre le tematiche proprie, quelle cioè fortemente segnate dalla solidarietà. Già da tempo la stessa R.C. appare demotivata su questo terreno e priva di quello slancio necessario per difendere le posizioni ed i diritti degli emarginati e dei veri e propri esclusi dalla società.

Ridare dunque voce agli esclusi, sia che essi vivano ed operino nella cosidetta società civile sia che da questa ne siano, volontariamente od involontariamente allontanati. Utilizzare le tante peculiarità sommerse di tanti compagni e cittadini che sono ai margini del dibattito politico. Questi non appaiono certo obiettivi di modesta portata.

Le dimensioni.qualitative e quantitative, del problema dell’immigrazione, sia essa parcellare o migrazione di massa, indicano quanto sia urgente ed importante dare un assetto all’intera vicenda, assicurando garanzie per i diritti dei nuovi cittadini.La diversificazione etnico-razziale è una peculiarità del mondo avanzato mentre i fenomeni delle migrazioni di massa ben si inquadrano nella globalizzazione.Non è dunque possibile assumere politiche resistive, ma occorre regolamentare il diritto alla piena cittadinanza ed alla occupazione. In questo contesto va anche operata una programmazione del trend economico, sociale e strutturale dell’Italia futura: un paese in cui nel 2014 vi saranno 20 milioni di ultrasessantenni, con quello che comporta in termini di spesa sanitaria ed assistenziale e nello stesso periodo incrementerà la popolazione mista, con generazioni di nuovi italiani, sotto ogni profilo.Il ricorso a nuove forme di cultura e di istruzione si renderà necessario per far fronte ad un processo di globalizzazione che richiede specializzazione e specifiche competenze, senza le quali ci troveremo fuori da ogni mercato. Superata la fase dello sviluppo industriale, il volano occupazionale e produttivo è affidato unicamente al terziario, non sufficientemente distribuito nel paese che alterna aree di terziario avanzato ad aree di profondo sottosviluppo. Per ulteriore deduzione ne discende la necessità di dover approntare un Manifesto Politico che parli anche a quelle Aree Europee con le medesime nostre problematiche, al fine anche di accendere un dibattito allargato ai confini extranazionali e ridare alla nostra politica un respiro più ampio e francamente meno provinciale.

2) Obiettivi: È in questo contesto che si può articolare un discorso politico nel quale punti essenziali, e non più obiettivi minori, sono costituiti dalla tutela dei diritti primari del cittadino che lavora:diritto alla casa, alla salute ed all’ambiente, la riscoperta della città vivibile e quant’altro oggi da questi temi discenda.

Appare riduttivo che la battaglia sullo stato sociale si conduca limitatamente alla difesa delle pensioni d’anzianità, addirittura trascurando i minimi pensionistici ovvero l’occupazione giovanile, mentre ai problemi sopra riferiti ben minore spazio politico è riservato. Si impone dunque una svolta più decisa nel ridisegnare uno stato sociale moderno ma ancorato ai valori di tutela dei diritti di cui sopra. Ridisegnare ed in qualche caso ridiscutere ruolo ed intervento dello Stato cui spetta il controllo dei servizi primari (occupazione e previdenza, sanità ed assistenza, scuola, e soprattutto l’ambiente).

Nè si può trascurare il ruolo stesso dello Stato, in quanto espressione di unità ma questo va ridiscusso alla luce delle nuove esigenze delle diverse realtà del Paese. La differente distribuzione delle risorse e della produzione, ciò che implica un diverso livello d’occupazione, impone che l’autogoverno delle singole istituzioni locali (siano esse comuni, province, regioni) sia contemperato con il rispetto dell’intervento pubblico. Questo va inquadrato in un ambito di coordinamento, evitando quella deriva istituzionale che è poi la strada per il dissolvimento dello stato sociale. Ciò vale soprattutto per due settori focali, sanità ed istruzione, ove la regolamentazione può essere solo affidata al governo centrale con delega al territorio di parcellari adattamenti o aggiustamenti.

Ciò premesso ne discende quanto segue:

riteniamo centrale il problema ambientale per i suoi riflessi ed interazioni con l’economia, l’industria ed il suo sviluppo, la sanità a causa dell’emergenza che si sta creando nelle metropoli, con l’occupazione e la risoluzione di gran parte dei problemi ad essa collegati;

riteniamo che le politiche ambientali siano mortificate da una connotazione inadeguata a risolvere i problemi del territorio, con mistificazioni politiche, rese evidenti nella recente campagna elettorale ove i temi più squisitamente amministrativi regionali, sanità, territorio e trasporti, sono stati mortificati a scapito di un’impostazione di volgare polemos partitica.

riteniamo anche che esso sia aggregante e possa conferire una sorta di denominatore comune che trascini poi con sè le problematiche sui Servizi, il rapporto con la fonte industriale occupazionale etc.

Le nostre finalità:

i) attivare un nucleo di interdizione che restituisca ai problemi ambientali di questa terra una sua priorità, e segnatamente sulle infrastrutture da armonizzare con la salvaguardia naturale, sulle risorse idriche da privilegiare e sulla salvaguardia del territorio in modo affatto compatibile con un processo di sviluppo.

ii) costituire le premesse perché un’organizzazione siffatta possa essere duplicata in altre regioni ove siamo presenti.

Inevitabilmente il nostro progetto si connoterà di una veste di riferimento politico (e non partitico).Acquisirà le caratteristiche di punto di riferimento per le esigenze del cittadino in termini di occupazione, sviluppo e territorio. A questo punto sarà inevitabile la prospettiva di un inserimento attivo nell’agenda politica.

Questa potrà essere possibile solo quando si porranno le condizioni che possono essere espresse nel modo seguente:

I) i punti di riferimento politico possono essere individuati nella necessità di contribuire al progetto di programma governativo, quale espressione