Questo volume è una testimonianza ed il frutto di tre anni di collaborazione con la Newsletter dell’Avvenire dei Lavoratori, il giornale della Federazione Italiani Socialisti in Svizzera. Il lettore, di qualsivoglia propensione politica, potrà leggerlo senza controindicazioni. Non ritengo infatti di averlo scritto da medico, né da docente universitario e neanche da politico, quanto piuttosto da cittadino.
Il titolo si richiama a Luigi Facta (1861-1930), uomo politico piemontese legato a Giolitti, Ministro delle Finanze nell’immediato periodo dopo la Grande Guerra e soprattutto ultimo Presidente del Consiglio (febbraio-ottobre 1922) prima della dittatura fascista. Perché Facta? Perché ha costituito l’esempio di ’ultimo epigono di un mondo risorgimentale e liberale che, non adeguato ai tempi, fu soppiantato non solo dalla dittatura fascista ma soprattutto da chi ne permise l’ascesa, una monarchia decadente ed una dinastia imbelle. Poichè non vogliamo che la nostra sinistra abbia il ruolo di Facta, molti dei seguenti passi saranno dedicati a spronare una classe politica da rinnovare, in certi casi ab imis.
Il Volume è dedicato ai compagni e amici che mi sostengono e a chi ritiene che la politica sia troppo seria per lasciarla fare ai politici. Ma poiché anche il cuore è rosso e batte a sinistra, la dedica personale è per i miei figli Giuseppe, Silvia, Enrico.
un’altra storia
Se potessimo avere una bacchetta magica e la usassimo a fini politici, sono certo che molti di noi chiederebbero di far resuscitare i nostri Padri fondatori della Repubblica fondata sulla Resistenza, di sicuro antifascisti, di quelli cioè che mai andrebbero alla sede dei costruttori romani con i post-fascisti-picchiatori, rassicurando su le sorti edilizie di Roma. In secundis chiederebbero, sempre molti di noi, più falce e più martello nella politica italiana (da usare neanche come simbolo), giacché la politica medesima appare sempre più in deriva appena controllata.
La futura nascita o esordio del partito democratico, la cui caratura si prospetta magma insussistente anziché partito di massa e come tale rappresentante degli ideali e delle necessità dei lavoratori, ci lascia, più che insoddisfatti, esterrefatti. E dobbiamo gridarlo forte, senza le piccole balbettate riluttanze di molti compagni che non potranno neanche vedersi collocati nel socialismo europeo. Ecco già il primo tradimento: dall’internazionalismo socialista, dopo un rapido passaggio al socialismo europeo di cui non è rimasta traccia, subito alla democrazia clintonian-globalizzata ed arresa alle banche armate.
1. Ma a ben vedere la storia recente insegna che un’altra scelta è possibile. Prendiamo a prestito un esempio politico italiano, neanche lontano, che inizia con la stesura dell’Appello all’Unità della Sinistra che Sergio Garavini concepì nel 1995 dopo l’uscita dal Partito della Rifondazione (PRC). Ne scaturì l’Associazione “per la sinistra”, che, pur essendo presente in molte Regioni italiane, non ebbe la capacità organizzativa di costituirsi in soggetto politico. Era il periodo che noi avevamo definito delle “due sinistre”, una di interlocuzione parlamentare e l’altra più radicale. In quella fase si riteneva possibile uno spazio politico di confronto e quasi fattibile l’operazione-partito di cerniera che poi nel 1998 fu costituito, con ben altre premesse, da Cossutta nel PDCI.
L’associazione “per la sinistra” raggruppava compagni, in parte provenienti dal PRC ed in parte di nuova acquisizione, tutti accomunati dalla voglia di trovare “un rifugio politico” laddove si fosse riconosciuta la scelta diessina in controtendenza quasi revisionista e quella del PRC esasperante nella chiusura ad altri contributi plurali della sinistra. L’obiettivo era l’attenzione dei compagni e di coloro che non si riconoscevano più nei DS, nel D’Alema della guerra in Kossovo, e nell’operazione Cossiga-Cossutta.
Tre erano i motivi politici fondanti: a) il primo se il rapporto con il PRC dovesse restare nel limite di una pura comunicazione e collaborazione, e spesso di polemica fra insediamenti politici diversi anche in prospettiva, e realizzandosi, quando possibile, solo nell’ambito di specifici impegni e obbiettivi determinati. b) oppure, se malgrado una effettività diversità, impegni e obiettivi comuni potessero diventare piattaforma organica, lavorando per porre le basi reali di una comune autonomia di soggetto politico, di una sinistra alternativa reale, per produrre una nuova partecipazione nel paese; c) ricostituire le basi ideologiche per una nuova trasformazione politica di lotta contro le politiche economiche capitalistiche e globali che, già in quegli anni, evidenziavano una particolare virulenza nella disaggregazione sociale e nelle divaricazione delle classi: i ricchi sempre più ricchi in contrasto con nuove crescenti fasi di povertà ed emarginazione.
Dall’altro lato, l’iniziativa bellica in Kossovo era cartina di tornasole dei problemi che avanzavano (l’euro, l’Europa delle banche, le emarginazioni dei migranti di massa) senza trovare risposte nelle politiche tradizionali delle sinistre moderate: si pensi al carattere che doveva assumere l’Europa; alle esigenze di soluzione per la pace e per la salvaguardia dei diritti dei popoli nelle situazioni di tensione acuite dalle guerre, dai Balcani e poi all’Iraq. Né minore era la portata delle regole da imporre ai processi di globalizzazione; del riproporsi di temi ambientali di importanza fondamentale (si pensi alla disattenzione verso il Protocollo di Kyoto dei gruppi petroliferi egemoni, quelli che poi daranno il via alla guerra in Iraq) al ripresentarsi dell’efficacia ed efficienza delle strutture pubbliche sociali e culturali.
Il problema dello scontro contro le politiche economiche ci ha accomunati nella ricerca di un processo evolutivo e costitutivo di una reale alternativa politica e sociale che parta dalla disgregazione degli attuali insediamenti di partito e di gruppo ed abbia come obiettivo irrinunciabile la soluzione all’enorme problema del disfacimento del partito originato dal movimento operaio. Non sciogliersi, ma muoversi!
2. Lo stato dell’arte della politica ci lascia largamente insoddisfatti e perplessi. Insoddisfatti per la natura del processo politico che, al momento attuale, vede protagonisti cartelli elettorali e schieramenti di natura francamente conservatrice, indipendentemente dall’appartenenza e che “in nuce” portano verso l’attuazione di fondamenti diversi anche da quelli riformisti, ossia al c.d. partito democratico. Una politica cioè improntata ad un chiaro liberismo, al servizio della sussidarietà che inevitabilmente porterà il privato, con i suoi interessi, a sostituire lo Stato nelle sue funzioni principali di offerta dei servizi al cittadino-consumatore-utente. Basta rileggere i tanti scritti di Michele Salvati, la cui penna ha concorso alla definizione del manifesto del P.D.
Una forte presenza delle forze moderate di centro e la stessa confusa organizzazione dei DS impediscono che si parli addirittura di “sinistra” ovvero di “socialismo”. Il termine sempre più utilizzato è “riformismo” che altro non è se non una presa di distanza dai valori francamente marxisti, accattivante dei ceti centristi e moderati. Manca dunque quella impronta solidarista che vede lo Stato al centro della politica nell’erogazione e nell’offerta dei principali servizi cui la stessa Costituzione si ispira. L’elenco altro non è che diritti-negati come sanità, istruzione, ricerca, la stessa mobilità oggi ineludibile prerogativa dell’economia post-industriale e premessa per lo sviluppo economico pianificato e paritetico, tutti diritti fondamentali all’esistenza, alla cittadinanza, alla partecipazione ed alla qualità della vita.
3. La frammentazione. Non è a caso che la presenza della sinistra di oggi, nel Paese e non solo in Parlamento, non è commisurabile con quel patrimonio di forze degli anni Settanta quando l’intera sinistra social-comunista valeva il 47-50% (PSI 14% e PCI 33%). É stato disperso un grande patrimonio non solo di forza elettorale, poi frammentata, ma soprattutto di capacità ideativa ed ideale che oggi non si scorge neppure all’orizzonte remoto.
Molte di queste limitazioni nascono dalla legge elettorale che nella sua più recente modifica ha visto un mix di proporzionale e maggioritario con una evidente departecipazione dei cittadini ma soprattutto un cedimento della sinistra, o di quel che oggi rimane, alle tentazioni liberiste lasciando disperso un patrimonio solidaristico e di classe ripreso solo da Rifondazione e comunque prima della sua deriva governativo-istituzionale.
La nascita della Lista Unitaria, poi Ulivo poi PD lascia intuire che il percorso unitario sarà difficile perché nasce da pessimi auspici ed possibile solo con un progetto, di collaborazionismo con le destre.
La esclusione di altre forze politiche che facevano parte dell’Ulivo indica una conventio ad excludendum, non importa per colpa di chi, che fa una sommatoria di voti ma non necessariamente un suo potenziamento. Questa deriva viene giustificata dal falso obiettivo di intercettare i voti dei moderati di centro e rappresenta il leit-motiv della inarrestabile marcia della sinistra verso un centro moderato e socialdemocratico.
Quanto sopra evidenzia l’antitesi e non la sintesi, non solo ideologicamente ma anche e più semplicemente ideale, delle forze messe in campo, che da riformiste e laiche si avviano a diventare Partito Democratico con una evidente revisione del loro passato di sinistra. Per ultimo l’Ulivo nelle recenti consultazioni conquista solo il 31-33%, cifra che da solo il PCI conquistò nel 1976, dunque viene lecita la domanda: dove sono finiti quei voti?
Il ruolo che altre forze che pure si ispirano ai valori del socialismo appare oggi marginale e poco convincente. Il PDCI costretto a lottare per un’esistenza politica non assicurata da una sua identità precisa mentre Rifondazione che, fino ad ieri, appariva costretta al ruolo della sinistra radicale ed incapace di crearsi una identità di lotta propositiva, oggi appare confusa nella pratica politica, presa dal suo nuovo ruolo istituzionale. Esiste dunque la necessità di un processo coagulativo a sinistra che si fondi sul principio dell’alternativa di lotta.
4. I programmi. Se queste sono le premesse relative agli schieramenti oggi presenti in Parlamento e nel Paese, va ricordato che da tempo si invoca una politica più aderente alle esigenze del cittadino, più consone agli impegni programmatici , anche europei, una politica delle “cose da fare”, in cui le esigenze delle classi siano messe in primo piano, attraverso una sorta di rivoluzione copernicana che veda il cittadino al centro della politica delle scelte e non più il guscio di potere dei alcune forze politiche dominanti. Ma quale cittadino? Noi intendiamo avere come target del nostro operato politico-marxista un insieme di classi sociali,ora definite come il proletariato ed il sottoproletariato, ma anche il piccolo risparmiatore, il ceto-piccolo non necessariamente anche borghese, tutti oggetto di sistematico attacco economico e imbrigliamento sociale da parte delle classi prevaricatrici ed abbienti. Si ritiene altresì che la nostra lotta dovrà mirare ad una efficacia nella produzione del reddito ma soprattutto alla sua reale distribuzione tra le classi meno privilegiate. Una nuova politica dei redditi non più verticalizzata ma longitudinale nel tempo ed orizzontale nella sua distribuzione.
Dalla politica dei redditi, alla politica della solidarietà, tutto questo oggi appare dimenticato e sepolto in una cortina di un vero e proprio cupio dissolvi.
Abbiamo davanti problemi di grande portata, quasi epocale, innanzitutto il ruolo dell’Europa delle banche, con tutto ciò che di obblighi e sacrifici ciò comporta. La presenza del mercato globalizzato ci impedisce un ruolo di primo piano innanzitutto per la mancanza di quella preparazione specifica tecnico-professionale che i nostri giovani hanno, rispetto a quelli della stessa generazione di altri paesi europei. Ciò ci obbliga ad un serio ripensamento in termini di istruzione e collocazione nel mondo del lavoro. Ed anche a rivedere il nostro ruolo nel tradizionale mercato europeo, basti pensare all’impatto negativo della nostra agricoltura, prima di arrivare ad una realizzazione economica antiglobale di superamento della fase europea, incerta e di profilo decisamente anti-marxista. Ma c’è largo margine per un contributo di tanti compagni, sia espresso nel territorio sia nella stessa elaborazione tattica, che diventa fattivo nel senso di un ampliamento del ventaglio delle opzioni propositive, ciò che non limita anzi aumenta lo spettro delle opzioni di lotta politica.
5. Le politiche neo-Consociative. La nascita del Governo Prodi e le modalità con cui esso si proietta nel panorama politico, anche europeo, danno adito ad una serie di riflessioni sulla composizione della sinistra italiana e sul suo ruolo. Quando il mondo era bipolare durante la “guerra fredda”, nel parlamento italiano erano contrapposti partiti di massa che rappresentavano le anime del paese, quella popolare-cattolica e quella social-comunista. Tuttavia, se ai tempi di Togliatti, Roderigo di Castiglia poteva scrivere che “avrebbe indossato scarponi coi chiodi per prendere a calci il Signor De Gasperi…”, qualche anno più tardi con il rinnovo generazionale del gruppo dirigente comunista, quelle espressioni e quella mentalità politica avrebbero lasciato il passo ad una rivisitazione riformistico-borghese della politica dei due partiti di impronta marxista, il socialista e quello comunista. La lunga marcia di avvicinamento al potere e la progressiva evoluzione in senso borghese hanno instancabilmente proceduto senza ostacoli, uno solo dei quali, l’assassinio di Aldo Moro, avrebbe potuto (e stava per) assestare una drammatica battuta d’arresto. L’incontro-scontro tra le due anime del paese è avvenuto in parlamento, nelle sedi istituzionali ed nel confronto su tematiche di rilevante attualità politica, per quei tempi. Basti pensare al ruolo svolto dai cosiddetti miglioristi (tra cui l’attuale Capo dello Stato Giorgio Napolitano e Napoleone Colajanni) che sotto la spinta di Giorgio Amendola furono determinanti nelle scelte economiche, specie in periodi di grave crisi energetica e industriale. Fu il periodo della riconversione industriale, nel segno di una marcata azione di contrafforti economici a favore delle imprese private, la Fiat innanzi tutto, con la promozione di una politica di riassetto industriale. Il risvolto non fu solo positivo perchè purtroppo servì anche da preludio allo sviluppo di complessi parastatali, quelli della chimica e del settore energetico, nati più allo scopo di creare le premesse tangentizie che lo sviluppo occupazionale ed industriale. Il ruolo della sinistra, che, con Togliatti, fu dell’incontro della masse, mai dimenticando la funzione di lotta della classe operaia, fu derubricato a “pungolo” nei confronti del governo fino all’enunciazione della distinzione tra “sinistra di governo”, quella socialista, e di “lotta” quella comunista. Venne anche enunciato il concetto di “alternanza” sostanzialmente diverso da “alternativa”, presto messo in soffitta. Stabiliti i ruoli, la sinistra rinunciataria della lotta di classe scoprì la vocazione governativa, esplicitata poi nel mutamento degli assetti dirigenziali ed anche simbolici come la modifica di denominazione da PCI in PDS. Alla luce di fatti odierni viene anche da pensare che il ruolo di Rifondazione Comunista sia tramontato con la scomparsa dei dirigenti storici e con la progressiva marcia prima cossuttiana, ora anche di Bertinotti, verso le stanze (dei bottoni) sin dal Governo Cossiga-Cossutta. La presenza organica della Rifondazione Comunista nel governo Prodi e nelle istituzioni lascia un vuoto a sinistra che deve essere colmato da una o più forze che si assumano l’onere di una politica delle masse. Il contesto politico e sociale che si delinea è segnato da uno sfondo di pesante crisi di competitività del capitalismo italiano e di dissesto aggravato del bilancio pubblico. Appare evidente che il quadro di governo sia segnato da elementi di fragilità, dagli imprevedibili effetti di prospettiva. Ma la coalizione ulivista cercherà di superare la fragilità degli equilibri parlamentari con il ricorso al più largo sostegno di tutti i poteri forti della società italiana (la grande industria, le grandi banche, innanzitutto, insoddisfatte dal rendimento di Berlusconi ed infine la burocrazia statale) entro una politica di nuova concertazione con l’insieme degli apparati sindacali e delle sinistre rappresentate nella coalizione (in primis RC). Si può già prevedere che questa concertazione, vagamente consociativa, possa ruotare attorno ad un programma di risanamento finanziario del debito pubblico ma non si possono escludere le consuete elargizioni di risorse pubbliche alle imprese (10 miliardi di riduzione del cuneo fiscale e nuove detassazioni del capitale), sullo sfondo di una perdurante crisi di stagnazione e di un’accentuata difficoltà nell’uso della leva fiscale sulle rendite. Ne conseguirà una nuova stagione di sacrifici che graverà sulla classe dei lavoratori dipendenti e dei piccoli autonomi. Il “governissimo” è dunque nelle cose: non per la presenza surrettizia della CdL in qualche Ente o Commissione parlamentare ma perché il tratto politico-economico fallimentare, che la CdL ha fornito, ha fatto sì che essa, nelle cose politiche, venisse sostituita da quei poteri consolidati che stanno emergendo come contrafforti del Governo Prodi. Allora, se il consociativismo politico e culturale degli anni Settanta del compromesso storico appare oggi come un processo di inevitabile incontro culturale tra due generazioni a confronto, tra due sfere della società in perenne valutazione comparativa, quello attuale è cosa diversa che ben altre cose lascia presagire. Una sistematica occupazione del potere per un processo di garanzia del consolidato, una difesa ad oltranza dei poteri costituiti, una sistematica abiura della lotta di classe e delle classi prevaricate. Il consociativismo è dunque relativo e funzionale ad un processo di omologazione della sinistra italiana alla fase di governo, seguendo orme consolidate di derivazione governativa dei dirigenti dei partiti operai. In questo, la nascita del partito democratico va vista come funzionale ad un disegno di tale ordito che ci appare francamente destruente e liquidatorio della lotte sociale. Vi è comunque la necessità di adeguare ed integrare le istanze attuali con i metodi di lotta operaia, né si può dimenticare che il processo internazionalistico di superamento delle frontiere della lotta operaia deve fare i conti con la globalizzazione che alla fine del XIX secolo era ben lontana. Ora invece negli ultimi due decenni si è intensificata la competizione fra i monopoli capitalistici internazionali alla ricerca della conquista di nuovi spazi di profitto e mercati con una nuova spartizione del mercato mondiale. La maggiore mobilità geografica conquistata dal capitale ha accentuato la concorrenza all’interno del proletariato a livello internazionale. Assistiamo dunque ad un processo competitivo tra i lavoratori, oggetto di sfruttamento delle forze produttive, con i lavoratori a più buon mercato. La stessa fenomenologia delle migrazioni, paradossalmente, facilita questo meccanismo autofagico e competitivo deostruente. Nei paesi arretrati si aggrava la condizione del lavoratore per il fallimento della piccola produzione e della produzione agraria,mentre nelle metropoli si manifesta un marcato arretramento dei diritti sociali. Perdita del minimo di sostentamento significa accentuare e far perdurare la perdita del diritto elementare che diviene merce di scambio con la sopravvivenza. A ciò consegue l’instabilità politica che porta alla guerra per il bottino e quindi anche il diritto alla pace viene perduto. Tutta questa fase di instabilità si può limitare solo con un processo di espansione e rafforzamento della protesta politica per i diritti elementari perduti e per la necessità ineludibile di render questo paese “normale”, quale primo passaggio verso un processo di realizzazione del progetto francamente marxista senza che ci si debba vergognare.
Per un avvenire socialista
Non ritroviamo nell’attuale sinistra una connotazione politica convincente ed aderente ai principi ideali ispiratori della continuità marxista. Troviamo al contrario che l’attuale sinistra obbedisca a tendenze di progressiva deriva verso un centro moderato che le fa perdere ogni carattere di identità che dobbiamo invece recuperare per mantenere la memoria storica.
Pertanto queste righe sono rivolte a tutti coloro che della sinistra hanno un concetto di identità socialista, di politica solidarista e di necessaria abiura di ogni forma di revisionismo politico che porti verso una concezione liberal-qualunquista, quella che in definitiva ha portato l’attuale destra berlusconiana al potere.
In una fase politica segnata da continui tentativi di cambiamento, l’ipotesi del Partito Democratico orienta verso il progressivo allontanamento dal principio socialista della società e verso l’accettazione di una società pluralista governata dal mercato globale. Pertanto chi fa riferimento ai principi socialisti e marxisti deve trovare punti di comunanza politica piuttosto che elementi di disunione, legati soprattutto alla distinzione storica tra processi socialisti e sua evoluzione verso il comunismo. Le fasi storiche che hanno segnato questa divisione, divenuta poi contrapposizione, devono cedere alla necessità di operare una politica di fronte comune di fronte al dilagare del liberismo, della disarticolazione della struttura stessa della Costituzione, nata dalla Resistenza e su principi antifascisti. La rivisitazione storica della Costituzione può essere fatta con naturale adeguamento di alcune parti speciali ma lasciando integra la parte generale dei principi.
Ad essi ci rifacciamo in questo documento, facendo riferimento alla comunanza tra temi marxisti e principi ad essi ispiratesi quali le tematiche di:
- Un nuovo internazionalismo pacifista che ci veda impegnati attivamente nel recupero delle risorse umane del terzo e quarto mondo ( attualmente 214 milioni di bambini non raggiungono i 5 anni per mortalità infantile), in netta contrapposizione alla globalizzazione che deve essere vista come processo di governance politica e non solo economica. Ed inoltre questo deve costituire superamento della fase statica di un europeismo privo di anima strutturale politica.
- lavoro, occupazione e sviluppo. Questo principio passa per il crinale dei meriti e della meritocrazia in una società moderna dove i giovani devono essere tutti posti in grado di manifestare le proprie valenze, senza che possano studiare o lavorare solo quelli che hanno i mezzi. Lavoro per tutti coloro che lo meritano, indipendentemente dal censo o dalle possibilità economiche e privilegio per gli indigenti.
- concetto di Stato e diritti negati. Lo stato come regolatore ed organizzatore dei servizi essenziali, che devono essere ribaditi per tutti e non per pochi, riaffermazione del principio di compartecipazione delle Stato alle attività produttive e di sua attività nel mercato non più libero ma regolato.
- servizi ineludibili ed affidati alla gestione collettiva. Essi sono sanità per tutti e non per pochi, istruzione fino all’età dell’ingresso nella forza-lavoro, specie per i nuovi cittadini immigrati, trasporti efficienti che migliorino la qualità della vita, del terziario e della flessibilità lavorativa. Assistenza e Welfare regolata dalla collettività statale in contrapposizione a quella localistica, periferica cui non possono essere demandati (vedi Titolo V della Costituzione) servizi di interesse pubblico-collettivo.
Le forze della sinistra autentica devono trovare, in una piattaforma ideale più che programmatica, gli elementi costituenti un processo di ricostruzione e rivisitazione del marxismo degli anni 2000, in vista della grande sfida contro il mercato globale, quale asse centrale della politica capitalista ed imperialista, vedi governance del mondo. Questo processo involutivo, che Carlo Marx aveva preconizzato, si è imposto come dittatura di singole holding industriali e lobbies politiche, con la naturale partecipazione della componente religiosa, che ha fatto da leva su alcune istanze di prevaricazione.
Tutto questo processo di progressivo dominio di pochi sui tanti popoli del terzo e quarto mondo fa sì che il 22% della popolazione occidentale abbia le leve di comando sul restante 78% per quanto attiene energia petrolifera, risorse idriche e di alimenti.
Ciò si pone in assoluta antitesi ai principi internazionalistici del socialismo movimentista che non accetta che il riformismo passi per la lesione dei principi ineludibili, quelli dei diritti inalienabili alla salute, istruzione e qualità della vita.
Si realizza così un principio che non è accettabile, quello degli intoccabili, pochi, e dei bistrattabili, i più.
Su questi temi primari, si deve costruire un processo federativo di forze che trovino meccanismi di intesa su principi condivisi, lasciando da parte i temi di contestazione ed visione storica che appartengono al passato e che potranno far parte di un processo storico di là da venire ma che non deve essere contestualizzato al presente.
(gennaio 2007).
1. la politica che verrà.
Dai blocchi del dopoguerra si è passati ad una più indistinta fase politica, non più segnata dalle contrapposizioni ideologiche ma dalla prevalenza dei fattori economici. È stata la vittoria del dollaro e dei poteri forti che hanno portato in Europa la grande alleanza economica identificata più nell’euro” che nella unità Europea.
Paradossalmente quel periodo è stato contrassegnato in Italia da una forte aggregazione politica basata sul proporzionale ma nel mondo la contrapposizione dei blocchi era segnata da un bipolarismo ineludibile imperialista ora statunitense ora sovietico. L’Italia dunque marcia con una velocità minore, se solo in questi anni la riforma dello Stato viene interpretata come riforma esclusivamente maggioritaria che, per aderenza ai tempi ,avremmo dovuto avere proprio negli anni precedenti al 1989.
Oggi la situazione politica italiana ha superato invece la teoria dei “due blocchi” e la contrapposizione maggioritaria nasce forse unicamente da una contrapposizione di uomini più che di programmi, di agenda politica più che di idee. Appare evidente una mancanza di progetto politico che superi la fase pregressa e che si avvii ad interpretare le necessità del Paese.
Analogamente a un processo di sviluppo del tipo anglosassone, e se vogliamo squisitamente democratico, si desidererebbe una più accentuata partecipazione non più delle masse operaie e popolari ma della intera collettività. Uno dei grandi risultati del rivoluzionarismo presovietico, ma sempre bolscevico e quindi leninista, è stato paradossalmente raggiunto in questi anni. Esso consiste nel superamento delle classi e nel raggiungimento di parametri di vita accettabili per le classi operaie e contadine. La stratificazione sociale, l’economia post-industriale che si avvia a forme di terziarismo avanzato e non, un più accreditato benessere hanno dato vita ad un processo comunque sia di sviluppo al quale tuttavia non sono estranei sia il superamento della fase economica industriale sia la relativa incidenza della fase contadina relegata ad ambito non più socialmente incidente ma solo territorialmente incidente.
Oggi il benessere stratificato deve tuttavia fare i conti con un processo inarrestabile che è quello dell’emergenza del terzo e quarto mondo nel processo di globalizzazione. Si sta cioè creando un’immissione di popolazione in eccesso numerico o quantitativo, da qui la necessità di accoglierli, quanto in difetto di sviluppo post-industriale e culturale. Nei fatti uno dei problemi principali delle collettività emarginate che sbarcano in Italia è quello dell’inserimento sociale che passa per la cruna dell’ago dell’inserimento culturale di base, ossia la conoscenza della lingua e degli usi del paese che li ospita.
La globalizzazione economica sta strangolando molti paesi e non solo quelli in via di sviluppo: ha emarginato la nostra esportazione industriale, ha ridotto il numero di industrie pesanti utili, dalle acciaierie ai manufatti ferrosi, ha ridotto cioè la potenzialità del processo di conversione industriale del paese in atto dagli anni settanta. Così la nostra capacità produttiva è limitata ai manufatti, al terziario, alla moda ed a quanto è consentito alla innovativa e pur fervida fantasia adattativa italiana.
Da quanto sopra derivano molteplici considerazioni: innanzitutto la necessità di reinserire nel processo e tessuto lavorativo quegli operai dismessi e licenziati che non solo soffrono per mancanza di posto di lavoro ma che è difficile recuperare per mancanza di adattamento culturale ad altri lavori. Mostrano cioè un difficile atto di conversione verso nuovi processi produttivi. Ne consegue un disadattamento sociale con gravissimi conseguenze sul piano della vivibilità della micro- e macro-collettività.
Una nuova fase politica sarà dunque possibile quando saranno risolti questi problemi che innanzi tutto sono culturali e che impongono un nuovo tipo di approccio già nel processo di riforma della scuola che è il primo punto di vera riconversione sociale. Preparare i giovani d’oggi alla realtà socio-economico di domani, post-industriale e sicuramente innovativa nel senso che tutte le categorie sinora conosciute saranno diverse (dal posto di lavoro fisso, al tipo di lavoro mobile e non solo fisicamente) è la vera sfida che gli anni 2000 ci propongono.
2. l’appartenenza
Il denominatore comune politico sembra sempre più l’appartenenza, all’area del potere, alle sedi della gestione della cosa pubblica, con l’aggravante di disperdere il grande patrimonio del partito di massa, che, radicato nel territorio, sapeva esprimerne le necessità ed i bisogni. Ne è derivato un grave conflitto tra la società civile e l’area del potere con una divaricazione sempre maggiore tra quello che un tempo era il Paese reale ed il Paese legale. La classe politica, questa classe politica non riesce a rappresentare la gente da cui è espressa e la pubblica opinione, orfana di una classe dirigente, si rifiuta di esprimerla, astenendosi dal voto. Un conflitto che origina da un circolo vizioso: non si va a votare perché la classe dirigente è evanescente, la classe dirigente è evanescente perché ci si rifiuta di scegliere. É singolare che quest’analisi è già nota, il politico ne ha preso atto ma non riesce o non vuole uscire dal circolo vizioso ora descritto né dal guscio del potere.
Se dunque è questa la democrazia, appare fortemente incompiuta: vuoi perché non espressiva di tutto il Paese, vuoi perché potrebbe essere solo una fase di transizione verso una più completa evoluzione degli schieramenti.
Noi non siamo affatto certi della differenza tra i due schieramenti, afflitti dallo stesso problema di rappresentatività ed incapaci di rappresentare il Paese.
Il metodo politico è quello di raggiungere il potere in quanto tale e non in quanto possibilità di rendere un servizio al cittadino. La stessa legislazione sulle peculiarità del Sindaco consente uno spoiling system totale con accesso a gradi di potere che impediscono nel prosieguo il ricambio. Incastonare la politica nella pubblica amministrazione ed asservirla ad essa, è stato il meccanismo di controllo e gestione della cosa pubblica proprio a partire dall’amministrazione degli Enti Locali, gangli vitali dei serbatoi di voti. Politica dunque come scambio, politica come affare. Differenze tra i due schemi o schematici cartelli non ve ne sono. Sono schemi che consentono di intravedere l’impossibilità della gente comune di accedere alla partecipazione ed alla politica: solo chi dispone di mezzi consistenti può permettersi l’ingresso in politica.
3. risorsa giovani
Nel mondo frammentato di oggi, ove la non partecipazione alle scelte costituisce un problema per la democrazia, ben un terzo degli astensionisti è dato da giovani tra i 18 ed i 28 anni.La molteplicità di immagini sulla realtà giovanile rende evanescente questa categoria, a differenza di quanto registrato negli anni ‘60 e ‘70 quando la generazione di giovani costituiva una categoria visibile ed idonea ad incidere sulla cultura. Se i giovani non sono più attori di innovazione culturale e di democrazia, la responsabilità va attribuita alle forze politiche che ne impediscono la partecipazione attiva alle scelte del Paese.Il ritratto è dunque “in negativo”, sull’uso delle droghe, sulla micro e macro- criminalità mentre la maggior parte del mondo giovanile è da considerare sana e recuperabile ai fini della democrazia e delle scelte. Semmai è uno strato della società raramente interpellato e coinvolto nella discussione democratica. Il mondo giovanile è dunque sano, come testimoniato da ricerche che evidenziano come il 75% dei giovani compresi tra 18 e 31 anni considera tra i propri valori quello della famiglia (85%), libertà e democrazia (68%), il lavoro (62%), mentre solo il 4% si dedica attivamente alla politica. La ricerca, dunque, mette in rilievo l’atteggiamento dei giovani nei confronti dei valori della democrazia e annota che le nuove generazioni sono molto caute nei confronti dei sistemi maggioritari.
Oggi il principio dell’appartenenza appare debole e superato, si fa più appello alla libertà individuale con una ricerca di sicurezza e stabilità, quasi di punti di riferimento. Sull’ideale di uguaglianza si sottolinea la necessità della pari opportunità di partenza, appellando successivamente il merito. L’ideale di uguaglianza economica è accolto come condizione di partenza, mentre in seguito la remunerazione è legata al merito, alla competenza, all’impegno. A partire dagli anni ‘90 acquista importanza pure il tema della frattura inter-generazionale, un altro dato importante per verificare il solidarismo delle nuove generazioni. Una partecipazione sociale non visibile genera una forma di individualismo nell’assunzione culturale non più mediata dal gruppo sociale. Il gioco dell’io non ha bisogno di mediazioni e sceglie quelle che giudica ad hoc, per cui si indeboliscono i gruppi di appartenenza, compresa la famiglia. I gruppi non sono più gli unici fattori di integrazione. Si possono scegliere altre vie più ricche e meno faticose. La partecipazione sociale dei giovani alla religione, al sindacato e alla politica è agli ultimi posti, tra i primi vi sono gruppi a interessi culturali, ricreativi, sportivi, turistici. I giovani scelgono una partecipazione meno coinvolgente, associazioni a tempo determinato, per obiettivi particolari di tipo individuale. Raramente e con fatica accettano la partecipazione regolare e organica in organizzazioni con impegno pubblico vincolato ad un’appartenenza associativa, quindi prolungato. Nella scala dei valori la famiglia, l’amore, l’amicizia sono ai primi posti. È evidente la distanza, anzi il baratro, che separa le scelte a favore della vita privata da quelle per l’impegno pubblico. Un recente sondaggio (luglio 2004) indica che ben il 20% dei giovani tra 18 e 31 anni non si ritrovano negli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra. Contro l’imperialismo della tecnica, il romanticismo o il mondo degli affetti, delle emozioni, fa da regolatore, come nella prima industrializzazione. La modernità ha connotato la famiglia con valori che rimandano all’intimità, spingendola nel privato. Quindi non stupisce che in una società in cui il mercato regola la vita, sorga il bisogno di intimità, di un mondo di affetti legati al privato. Pure la religione nella società secolarizzata è assunta come luogo di sentimenti, di emozioni, ponendo in secondo piano la visibilità e l’incidenza nel sociale. Emerge dunque una realtà composita, articolata e non indecifrabile di un mondo giovanile alla ricerca di punti ideali di riferimento con una “domanda di valori” cui non segue una adeguata offerta della società e del mondo della politica.
4.Lavoro e reclutamento. La Questione Meridionale
Gli intoccabili ed i bistrattabili
Il mondo del lavoro che sia avvia alla fase globale deve fare i conti con sacche di aree di lavoro locale, un mondo cioè inadeguato a proiettarsi nella globalizzazione per numerosi motivi:
1) innanzitutto una fase di recessione culturale che annovera una notevole e poco considerata fascia di semi-analfabetismo ( 35 % della popolazione italiana con un 15,4% nella fascia di età compresa tra i 16 ed i 25 anni, 22% nella fascia di età tra 26 e 35 anni) contro i circa 2 milioni di analfabeti..L’80% circa dei giovani del Mezzogiorno sotto i 25 anni non conosce altra lingua straniera, a fronte del 15% della media nazionale. Tale elemento appare fortemente limitante per un processo di inserimento nel mercato specializzato globale ma tuttavia crea forti pulsioni verso i mercati locali.
2) Occorre fare una “fotografia” delle aree di intervento produttivo del Paese utili anche a porre l’accento su quelle sacche di emarginazione lavorativa che induce la necessità di intervento della politica in genere inquinante.
L’agricoltura, che, alla data del Censimento del 1951, assorbiva il 42,2% della popolazione attiva, agli inizi degli anni Novanta ne conta solo il 7,6%. I lavoratori agricoli passano da 8.261.000 a 1.630.000, diminuendo di quasi sette milioni: oltre otto lavoratori su dieci hanno lasciato l’agricoltura dal dopoguerra a oggi. I lavoratori del terziario sono più che raddoppiati, passando da 5.027.000 a 12.092.000. Nell’industria invece l’entità del cambiamento appare più modesta: i lavoratori industriali sono aumentati di 1.311.000 unità, passando da 6.290.000 a 7.601.000, ma la loro incidenza percentuale è variata di poco. Tale passaggio, da un’economia basata sull’agricoltura ad una basata, invece, sull’industria e sui servizi, è avvenuto in ritardo rispetto agli altri paesi europei ed in un tempo ridotto. Dalla disoccupazione del dopoguerra si vira verso una disoccupazione urbana, al cui interno avranno un peso e una visibilità crescente i giovani alla ricerca di un primo lavoro, i nuovi sottoccupati in attività precarie e, nel periodo più recente (a partire dalla recessione degli inizi anni Novanta), i nuovi disoccupati industriali. Nello stesso periodo è cambiato anche l’asse territoriale dello sviluppo. Dopo un lungo periodo di intensa crescita industriale, è emerso un nuovo ruolo delle regioni con alta diffusione della piccola impresa e dispersione produttiva. La trasformazione post-fordista dell’economia, con il declino della grande fabbrica e l’affermarsi della specializzazione flessibile, si embrica anch’esso con le problematiche territoriali dello sviluppo. Malgrado ciò,. la disoccupazione non è mai scesa al di sotto di una soglia ritenuta accettabile, restando tuttavia caratteristica delle regioni meridionali. Nonostante lo sviluppo accelerato che ha permesso al nostro Paese di divenire uno dei paesi più industrializzati al mondo, il sistema economico non è mai stato idoneo, neppure nei momenti più favorevoli, ad assorbire le forze di lavoro disponibili. Zone con alti tassi di attività si alternano a “macchia di leopardo” con aree caratterizzate da arretratezza e sottosviluppo con tassi di disoccupazione fra i più alti d’Europa ed in particolare nel Mezzogiorno. All’interno della circoscrizione meridionale poi, vi sono differenze rilevanti con una tale disomogeneità che non può non imporre una seria riflessione. Vi sono aree, come le regioni del Nord-Est e alcune aree del Centro come la Toscana e le Marche, che, al di fuori di qualsiasi disegno programmatorio di politica nazionale, hanno saputo crescere e svilupparsi risolvendo in massima parte la disoccupazione, divenendo fra le zone più ricche del Paese; al contrario, altre aree da sempre considerate svantaggiate, in primo luogo il Mezzogiorno (con il suo milione di disoccupati sotto i 32 anni) nonostante le risorse impiegate, non sono riuscite ad avviare analoghi processi di sviluppo.
In questo contesto disomogeneo l’inquinamento della politica non poteva non essere prevedibile: specie nel Mezzogiorno il processo di occupazione, limitato al 60-65%, occupa una sfera prevalentemente pubblica, pubblico impiego appunto, ove il processo di referenza politica (o raccomandazione) è determinante nella fase di reclutamento. Ciò condiziona in una fase successiva la scelta politica che obbedisce alla appartenenza diretta o mediata da processi di favore.
Malgrado le ottimistiche previsioni del Ministero del lavoro che prevede per il Sud una crescita media annua dell’1,7% tra il 1995 ed il 1998 ed una riduzione del tasso di disoccupazione, grazie a 450 mila posti di lavoro in più, vanno riconsiderate due questioni:
1) il criterio di distribuzione di queste nuove assunzioni, se cioè continui il processo di occupazione pubblica piuttosto che l’introduzione nel mercato di piccole e medie imprese, alla luce della fase attuativa della Legge 488 che assicurava finanziamenti a fondo perduto alla Piccola e Media Impresa (PMI).
2) il ruolo della distribuzione “a pioggia” dell’intervento statale che accentua la fase dell’inquinamento della politica nel mondo del lavoro.
Dunque noi invochiamo criteri diversi per il reclutamento nel mercato locale e globale:
a) innanzitutto la trasparenza nella fase di reclutamento nel mondo del lavoro, specie nel pubblico;
Dunque il superamento di schieramenti per una politica fatta di idee concrete, di proposte che pur nascono dalle proteste, una politica delle “cose da fare” non an-ideologica ma culturalmente più propensa a recepire che a condannare od eludere. Una politica di immersione totale nella gente, nelle sue problematiche ,nei suoi desideri. Chiediamo agli italiani cosa possiamo fare per loro e, ne siamo sicuri, la risposta non tarderà a venire.
Tuttavia i principi esposti restano tali se ad essi non si dà un progetto che serva da impegno comune. Tale progetto non può che essere quello del riformismo “vero”, ossia una summa di riforme che vadano da quella dello Stato, alla devoluzione dei poteri alla periferia locale, al definito ruolo dello Stato nell’applicazione dei principali dettami della Costituzione: dall’art. 132 sulla Sanità, quale principio e dovere dello Stato nei confronti del cittadino, sino alla scuola ed alla istruzione che parimenti sono obblighi statuali verso la collettività. In definitiva, poiché sono tuttora insussistenti alcuni dettami costituzionali e non ancora applicati, un principio basilare di riformismo è quello di applicare le regole e le leggi fornite sin ora dal legislatore.
Ridare forma e sussistenza alla partecipazione, significa anche rivedere la legge elettorale, trovare un metodo di rappresentatività che vuol dire anche partecipazione delle minoranze. Su queste basi riteniamo che ci sia spazio per un nuovo movimento che possa suscitare interesse nel Cittadino e promuoverne la sua elezione a soggetto di diritto. Ecco dunque che viene superato il concetto dell’aggregazione sin ora seguita dai partiti dell’Ulivo, non più sommatoria semplice e perdente numericamente ma Movimento che possa suscitare una nuova partecipazione della collettività mossa da un comune sentire che appare in forma binaria: locale con lo sviluppo di programmi tesi a promuovere una sana e trasparente amministrazione e generale quale partecipazione a nuova gestione dello Stato in cui siano interessati tutte le categorie politico-sociali, dando il logico spazio alle minoranze, quali portatrici di interessi non lobbystici ma di effettiva risonanza comunitaria. Ridare dunque senso all’appartenenza quale carattere non più riduttivo di legame con gruppi partisan ma quale espressione di partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica. Per ultimo ed in conclusione, si tratta di coagulare le forze politicamente emancipate su un terreno di confronto dialettico su uno schema di riforme in cui si possano coniugare libertà, e non libero arbitrio, con il principio dell’equa giustizia, e non del giustizialismo sociale.
Le leggi ad personam
Con l’informale espressione legge ad personam s’intende una legge (o atto avente forza di legge) che si ritiene sia stata realizzata mirando specificamente al raggiungimento di determinati effetti favorevoli (o sfavorevoli) per una singola e individuata persona o ristretto gruppo di soggetti, nonostante possa essere, apparentemente, formulata in modo generale. La locuzione, mutuata dal latino, è entrata nell’uso comune tramite il gergo politico e giornalistico.
Dal punto di vista giuridico, salvo i casi in cui vengano dichiarate incostituzionali, le cosiddette sono degli atti normativi formalmente legittimi, anche se di dubbia correttezza sotto il profilo etico e deontologico, non in diretto contrasto con i fondamentali principi di generalità e astrattezza del diritto. Ma va notato che tali leggi sono sul crinale scivolosissimo non solo del conflitto d’interesse, sul quale vige una normativa imprecisa ed incerta, ma sul più consistente reato d’interesse privato.
La cronistoria: nella XIII Legislatura (1996-2001) il Parlamento vara norme per distinguere le funzioni del Giudice dell’udienza preliminare e di quello delle indagini preliminari, in modo che il primo debba occuparsi soltanto di stabilire se si devono attuare misure cautelari, il secondo interviene nell’ambito del rinvio a giudizio. Il ministro della Giustizia Diliberto, il 21 maggio 1997, indica per decreto l’entrata in vigore della distinzione: a gennaio 2000. Erano, infatti, a rischio vari procedimenti, in quanto la legge prevedeva che gli atti dell’indagine erano da rimettere al presidente del tribunale per la designazione di un altro giudice, il quale poi avrebbe avuto la facoltà di confermarli oppure di rinnovarli in parte o in tutto. E quali erano questi processi? Innanzitutto il processo Imi-Sir, con imputati Berlusconi e Previti, che in quel periodo veniva considerato particolarmente a rischio a causa di queste modifiche. Il giudice Rossato,Tribunale di Milano, che aveva chiesto anche l’arresto al Parlamento di Previti, era stato più volte ricusato dai difensori degli imputati, e si temeva che adesso la ricusazione potesse avvenire per legge dello Stato. Rossato, tuttavia, riuscì a portare a termine il suo rinvio a giudizio, in quanto a seguito delle polemiche suscitate fu applicato un rinvio delle norme di alcuni mesi.
Nella successiva legislatura (XIV 2001-06), sotto i governi Berlusconi, furono approvate numerose leggi che hanno sollevato aspre critiche in quanto tacciate appunto come legge ad personam.
Tali contestazioni hanno affermato che la maggioranza di centrodestra abbia ricorso a tale espediente per alleggerire la posizione processuale di Berlusconi stesso. Tra le tante, è stato rilevato come le seguenti abbiano ridotto le pendenze giudiziarie o abbiano in qualche modo conflitto con gli interessi del Presidente del Consiglio:
- la depenalizzazione del falso in bilancio (legge n. 61/2002);
- la legge sulle rogatorie (legge n. 367/2001);
- l’introduzione dell’impunità (divieto di sottoposizione a processo) delle cinque più alte cariche dello Stato tra le quali il presidente del Consiglio in carica (“Lodo Schifani”, 140/2003);
- la c.d. “legge Cirami” sul legittimo sospetto (Legge n. 248/2002);
- la riduzione della prescrizione (che cancellava gran parte dei fatti oggetto di contestazione nel processo sui diritti TV verso Berlusconi) (“Legge ex-Cirielli”, 251/2005);
- l’estensione del condono edilizio alle zone protette (legge delega 308/2004) (comprensiva la villa “La Certosa” di proprietà di Berlusconi);
- il ricorso del governo contro la legge della regione Sardegna al divieto di costruire a meno di due chilometri dalle coste (ricorso n. 15/2005 alla legge regionale 8/2004) (che bloccava, tra l’altro, l’edificazione di “Costa Turchese”, insediamento di 250.000 metri cubi della Edilizia Alta Italia di Marina Berlusconi);
- la modifica del PAI (Piano di assetto idrogeologico) dell’Autorità di bacino del fiume Po che permette la permanenza de “la Cascinazza” (estensione di oltre 500.000 metri quadrati) di proprietà della IEI di Paolo Berlusconi (PAI del 2001);
- l’introduzione dell’inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento (DL n. 3600);
- la legge Gasparri sul riordino del sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni (Legge 112/2004);
- la norma transitoria della Legge 90/2004 che consentì ad Albertini, sindaco di Milano, non più rieleggibile, di essere candidato alle elezioni europee senza dover dare le dimissioni da sindaco.
Alcuni costituzionalisti hanno anche definito “legge ad coalitionem” la legge elettorale del 2006 che, data la morfologia delle formazioni politiche all’atto delle elezioni governative, si riteneva dovesse permettere ai partiti della coalizione di centrodestra di ottenere un numero di seggi fortemente superiore rispetto a quanto sarebbe avvenuto con la precedente normativa.
Esistono altre forme di applicazione delle leggi ad personam? Noi ne intravediamo alcune possibilità ogni qual volta viene applicata la Legge Berlinguer sui concorsi interni e sulle chiamate. Nel caso specifico si tratterebbe di leggi ad personas, intendendo così una legge fatta ad hoc e quindi su misura non per sé, ossia non nel diretto interesse della persona che la promuove, ma nell’interesse del gruppo, clan o quant’altro, che la persona che promuove la legge difende come cosa propria. Il ché vuol dire due cose.
Non fa nessuna differenza giuridica se l’interesse riguarda la singola persona od altra(e) persona(e) del gruppo omologo.
L’incertezza della giurisprudenza sulla materia fa sì che sia più fattibile operare leggi ad personas anziché ad personam, considerate più sfumate le interrelazioni o la definizione degli interessi in gioco.
In definitiva operare leggi ad personas significa:
eludere la già incerta legislazione sulla materia, essendo il conflitto d’interesse oramai derubricato a lesione della deontologia e dell’etica politica e dunque non reato, privo di ogni implicazione restrittiva sul piano civilistico o addirittura penale.
Estendere privilegi ad altri del proprio gruppo significa contrazione di credito morale, e dunque ad ogni legge corrisponde, prima o poi, un beneficio politico, professionale e di altra natura.
Prendiamo un esempio: se, prima della scadenza di un qualsivoglia mandato elettivo, l’Eletto in carica, con voglia di rielezione, promuove alcuni concorsi, contrae quindi un credito d’immagine non solo tra i soggetti direttamente interessati al profilo concorsuale ma anche tra coloro che fanno parte di quel gruppo, indirettamente anch’esso beneficiario di quella cooptazione. Dunque fanno cumulo in sede di votazione. Si può ipotizzare in questo caso un eventuale, possibile reato, collegato, che si chiama voto di scambio? Questa è la logica involuzione che si configura nelle leggi ad personas rispetto all’esempio classico che noi conosciamo bene della legge ad personam, come qualche esempio di modifiche di statuto. I giuristi ci diano una risposta.
Perchè siamo stati contrari alla legge Gasparri? Perché era una legge ad personam
Le considerazioni giuridiche, in base alle quali la Legge sul riordino dell’assetto televisivo si pone al di là della Costituzione, non sono né poche né poco consistenti. Esse evidenziano lesione del pluralismo delle voci, sancito dall’art. 21 della nostra Costituzione, come stabilito da ben tre sentenze della consulta ( la 420 del 1994, la 536 del 1998 e la 466 del 2002), tutte legate al “ vincolo, imposto dalla Costituzione, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire il fondamentale diritto del cittadino all’informazione”. Al di là di questo, vi sono motivazioni tecniche e politiche per cui questa Legge va contro il buon senso civico.
Le motivazioni tecniche indicano nel SIC (Sistema Integrato delle Telecomunicazioni) il nodo cruciale. Esso è talmente dilatato da favorire l’incetta pubblicitaria nelle mani di due soli protagonisti facendo cosi mancare la fonte di sviluppo tecnologico delle emittenti più piccole. La Legge Mammì, poi Meccanico, fissava nel 20% il margine massimo di raccolta pubblicitaria tra editoria e radiotelevisione, ( Art.2 della Legge 249/97, comma 8, lettera D). Adesso il paniere è fortemente dilatato, e dunque il 20% di 200 ad esempio ascende al 40%. È tutto giocato attorno l’incetta pubblicitaria che viene assorbita da Mediaset e RAI (attualmente detengono il 95% dell’offerta pubblicitaria) e quindi le risorse per le emittenti locali vengono meno e così la possibilità di investimento nel digitale terrestre che è riservato, quando ci sarà ossia tra il 2010 ed il 2012, al Duopolio Imperfetto. Ne è segno l’aumento della pubblicità per ora di trasmissione che passa dal 18 al 20%. Il telespettatore così vedrà la pubblicità…solo interrotta talora dalle normali trasmissioni.
Inoltre l’istituzione del cosiddetto traino pubblicitario che consiste nel permettere alle maggiori agenzie di pubblicità nazionale Publitalia (Mediaset) e Sipra (Rai) di raccogliere pubblicità anche per le emittenti locali. così facendo, alla lunga, anche le emittenti locali verranno consegnate nella mani di Mediaset e Rai;
Con questa legge viene triturata la diffusione televisiva locale che prevede ambiti interregionali fino a sei bacini anche discontinui e può raggiungere fino al 50% della popolazione. È evidente che ciò equivale ad una fortissima concentrazione delle testate televisive locali. di fatto, dunque, si istituisce una nuova tipologia di emittente “interregionale” che collocandosi a metà strada tra “la nazionale” e “la locale” finirà inevitabilmente con il competere slealmente con l’una e l’altra;oltre a ciò la legalizzazione dello splittaggio (che brutto termine!) della pubblicità consente alle grandi emittenti, ai circuiti e ai network di trasmettere messaggi pubblicitari differenziati per aree di servizio. Lo splittaggio rastrella anche le piccole risorse pubblicitarie del territorio con le quali sopravvive la piccola emittenza locale commerciale e comunitaria;
Qual è la conseguenza politica? Dalla legge traspare la volontà di minimizzare la voce pluralistica delle emittenti locali, quelle del territorio, quelle che segnalano i fatti locali e che pure tanto ascolto hanno. Bossi e La Lega non si sono accorti ( o forse sì) che la legge va in senso diametralmente opposto alla devoluzione federale delle prerogative di legge, anche le emittenti locali avrebbero avuto con il riassetto del Titolo V della Costituzione, un loro ruolo nel territorio così da diventare “Radio Federali”. Invece si concentra tutto nell’asse Roma-Milano, Rai-Mediaset. Così la Legge diventa due volte incostituzionale ( art. 21 e Titolo V). Cosa manca in questa legge?
Manca la normativa per le emittenti televisive spazzatura finanziate dallo stato;continueremo cioè a vedere maghi e fattucchiere, che trasmettono grazie ad un contributo statale (art. 74 della Legge Finanziaria del 2002). Manca una esauriente e puntuale normativa sulla transizione dalla tecnologia analogica al digitale che non c’è. Manca l’assegnazione di adeguate risorse radioelettriche per lo sviluppo del digitale DAB. Infatti l’unica risorsa VHF, il canale 12, assegnato dal piano al servizio DAB, è occupata dalla RAI;mancano adeguati incentivi certi per lo sviluppo del digitale radiofonico DAB.
Insomma è una legge liberticida un Robin Hood alla rovescia, il federalismo va a pallino e la TV diventa sempre più deficiente.
Se poi il Governo emanerà un Decreto Legge che mediante i suoi sessanta giorni di attuazione salvi Rete4 dal satellite, sarà palese a tutti i cittadini la natura del conflitto d’interesse. D’altra parte la Legge Gasparri è la figlia naturale della Legge Frattini. È questo il punto cruciale, finchè questo non sarà assolto ogni nostro tentativo di salvaguardare la Costituzione sarà vano. (aprile 2004)
I pronipotini di Stalin
La kermesse dell’Ulivo + girotondi lascia dietro di sé una lunga scia di perplessità. La prima problematica insoluta che viene in mente è che l’unione del centro-sinistra è ancora più lontana di quanto non si possa pensare. Non so neanche come scriverlo perché non è neanche più il centrotrattinosinistra, neanche ancora Lista Prodi. Comunque non è più Ulivo. Il lavoratore, il compagno, che ha vissuto le vicende italiane dagli anni Cinquanta in poi, resta sbigottito davanti una sorta di rassemblement comunque privo di ogni caratterizzazione, di quella identità culturale, ideale e programmatica che distingueva i Partiti, maggiori e non. Tronconi della storia politica italiana tentano un’unione che è ben lontana e, a fronte dei gravi problemi del Paese e delle classi lavoratrici, hanno impiegato due giorni per accendere e non risolvere la questione di un gruppo, quello di Di Pietro, indipendentemente dal giudizio di incompatibilità politica e programmatica rispetto la sinistra attuale.
Per quanto il personaggio politico possa ispirare sentimenti contrastanti, di Claudio Martelli si potrà dire quel che si vuole ma resta una “mente politica” la quale, nella recente intervista all’Espresso, registra e fotografa con due parole lo stato delle cose. La politica di oggi, sintetizzo liberamente, altro non è che uno scontro e forse una sintesi antitetica di Nomenklature, da qualunque parte vengano. Sintesi che drammaticamente si rivela reale quando si riassume la due giorni del Teatro Vittoria. Per due giorni non si è fatto altro che parlare di Liste, Tricicli e quant’altro, e in quella sala non si sono mai, ripeto mai, udite parole come “disoccupazione, aumento del costo della vita, ricerca scientifica al lumicino, amaro consuntivo del Semestre italiano e soprattutto progetti per un’Europa che comunque deve decollare e darsi un’anima politica oltre che monetaria”.
Come può il lavoratore italiano dare credito a questa sinistra riformista? Cosa hanno costoro in comune con i socialisti e comunisti del tempo appena passato?
Ricordate la Sinistra Indipendente? Era un gruppo parlamentare, costola fin che si vuole del PCI ma comunque traino intellettuale nel varo legislativo di tante Leggi che hanno fatto l’Italia più giusta, basti pensare alla Gozzini. Ebbene per portare in Parlamento quelle “teste d’uovo” il PCI dovette faticare abbastanza perché ognuno aveva un lavoro, era dedito ad un’occupazione e la presenza tra i banchi parlamentari veniva considerata un “atto di servizio” reso al Paese ancorché al Partito.
La distanza da quelle figure (Anderlini, Barbato, Gozzini, Ossicini, Riva, Riccardelli, magistrati, giuristi, avvocati e tanti altri) che hanno tanto dato al Parlamento italiano appare siderale quando si fa la fotografia delle prime file al Teatro Vittoria, tutti in lista per il Parlamento Europeo. Ed almeno avessero parlato di progetti europei, della capacità italiana di accostarsi ai livelli europei nei vari aspetti della società, almeno avessero avanzato una qualunque proposta! Nulla di tutto questo. L’importante è la composizione della Lista e i numeri vincenti. Ma non è un Enalotto, signori, lo scontro per il Parlamento Europeo sarà uno strumento per dare un segnale politico di testimonianza, partecipazione e confronto nella lotta politica avverso chi sta trascinando l’Italia nel baratro.
(aprile 2004)
Al Palalottomatica è sbarcata la destra della sinistra
La Convention del Palalottomatica che ha sancito la nascita della Lista DS, Margherita e SDI con una deputata repubblicana, e quindi senza i repubblicani che, come noto, sono nella CdL, lascia intuire che il percorso unitario sarà difficile perché nasce da pessimi auspici.
1) La esclusione di altre forze politiche che facevano parte dell’Ulivo indica una Conventio ad Excludendum, non importa per colpa di chi, che fa una sommatoria di voti ma non necessariamente un suo potenziamento. Questo deriva da alcuni fatti:il primo è che viene ingenerata una grossa confusione nell’elettorato perché questa forza si autodefinisce di centro-sinistra ma non sa se poi aderirà al gruppo dei popolari europei, che, arricchiti da Forza Italia e gruppi apparentati, è ormai rappresentativo della conservazione europea chirachiana, ovvero al gruppo socialista europeo al quale comunque non si sentono organici popolari coma la Bindi che non vuol morire socialista. Ma il secondo problema è la forzatura nella distinzione lessicale e non solo tra riformismo cui fa riferimento la Lista Prodi e socialismo da cui si prendono le distanze, distinzione dunque sostanzialmente forzosa. Ditelo, compagni DS, che non vi è dunque volontà di fare riferimento ai valori marxiani.
2) Quanto sopra evidenzia l’antitesi e non la sintesi, non solo ideologicamente ma anche e più semplicemente ideale, delle forze messe in campo, quelle sinceramente riformiste e laiche, poche ma comunque rappresentate e quelle che fanno riferimento ai valori popolari europei e cioè post-democristiani.
Voler mettere in sinergia forze fino all’altro ieri antagoniste, significa non capire che la cosiddetta terza via è allo stato delle cose impraticabile, inesistente e fuorviante. Se c’è la terza via è quella della Sinistra Europea che pone in campo le necessità delle forze operaie, contadine e di quel ceto che è stato massacrato dai moderati, con la complicità di poteri forti, finanziari e bancari. Con queste compiacenze si sono consentiti episodi di malaffare politico-finanziario che iniziano in Italia con lo scandalo della Banca Romana di Bernardo Tallongo all’epoca del Governo Crispi e proseguono con il crack della Banca Privata Italiana che nel 1974 mise sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori massacrati da Sindona. Oggi il metodo del malaffare finanziario si ripete con il crack Parmalat i cui risvolti politici non sono ancora del tutto noti.
Se al Palalottomatica ci si fosse più preoccupati delle tragiche situazioni in cui versano milioni di operai senza salario stabile ed altrettanti cittadini indigenti o sottooccupati, espressione di un proletariato ancora non evoluto, se ci si fosse più preoccupati delle stesse classi medio-piccolo-borghesi, in lotta quotidiana con la quadratura del bilancio familiare, ebbene si sarebbe data una svolta alla concezione di solidarietà sociale e di giustizia di cui Giuliano Amato ha manifestato rivendicazione postuma e di facciata.
(aprile 2004)
L’Italia è facta
Cronaca impossibile. Nella mattina del 2 giugno ( 2004) mi trovavo ospite del Paese “Chevorrei” per una salutare vacanza. Era il giorno della celebrazione della loro Repubblica, con una singolare coincidenza con quanto di analogo si verificava in Italia. Le manifestazioni erano in diretta televisiva e sono durate quanto bastava per identificare i partecipanti. I primi a sfilare sono stati i bambini delle scuole primarie, nel segno di un’attenzione all’infanzia ed al futuro di un Paese. Poi le casalinghe con splendidi vestiti fiorati, poi i metalmeccanici con i carri da trasporto pesante, poi ancora gli autoferrotranviari con la loro divisa blu. Poi i contadini vestiti di verde che hanno fatto sfilare anche un esercito di bovini. Poi ……ho aperto gli occhi ed ho visto i carri armati.
Esco subito da metafora ricordando che l’arrivo di Bush in Italia con tutto il corredo di fatti e misfatti, quelli della maggioranza repubblican-forzista, non ci impediscono un commento sulla celebrazione del 2 giugno, Festa della Repubblica. Diversamente che nella metafora, questa invece è stata consacrata solo da un Concerto al Quirinale per pochi, riservato ai soliti noti, ed alla parata delle Forze Armate.
Vi è dunque una identificazione della nostra Repubblica con l’Italia dei poteri da un lato e dall’altro con le forze armate che svolgono un lavoro importante, significativo per il nostro Paese ma che non sono le uniche depositarie del simbolo italiano.
Avremmo capito, apprezzato e ci saremmo inchinati con rispetto se a marciare ci fossero state le rappresentanze della Società, le casalinghe, i lavoratori; invece abbiamo visto un deja vue di rituale militaresco che non apprezziamo e che non gradiamo.
Vanno ribaditi il nostro rispetto ed affetto per le forze armate e un doveroso ossequio al tributo di sangue pagato ingiustamente. Ma il problema non è neanche la sfilata delle forze armate che sono una componente alta del Paese ma che non si identificano da sole con esso. Il nostro Paese è fatto di tante realtà sociali, operose, che in questa occasione sono state bellamente dimenticate.
È ricomparsa l’italia delle marcette, un’italia minuscola perché non rappresentata in toto. L’italia di una mano sul petto e dell’altra che scrive leggi sul falso in bilancio, sulle rogatorie, sulla Gasparri. Francamente un’Italia che non ci piace e che ci preoccupa. In tutto questo le FF.AA. sono ridotte al ruolo minimale della parata, essendo solo una piccola loro parte impiegata all’estero in missione.
Sarebbe una visione riduttiva se la sinistra da tempo non avesse qualche idea propositiva sulle forze armate. Il problema è complesso e va affrontato in ambito europeo anche se i contrasti sono noti e difficili da dirimere. Ma noi abbiamo il problema gravissimo, che raramente si affronta in assenza di crisi, del dissesto del territorio. Il Paese è squassato da fatti sismici almeno 2-3 volte a settimana in forme minimali ed ogni 6-7 anni con gravi danni a carico di cose e di uomini. Senza pensare all’emergenza dei vulcani che periodicamente interessa interi paesi e senza prendere in considerazione l’alta potenzialità alluvionale, che è certamente da imputare al dissesto degli alvei causati dall’uomo.
In queste circostanze come tutti vediamo, la Protezione Civile non è sufficiente, non ha i mezzi (da sola) e le possibilità di spesa ed è, non dimentichiamolo, alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio, con tutti i risvolti possibili ed immaginabili.
Il Know-how delle FF.AA., vedi una per tutte le Armi, l’Aeronautica, ha potenzialità e risorse enormi. È il dicastero con più alto budget (25 miliardi di Euro circa) ha uomini affidabili, di altissima professionalità che spesso sono mal impiegati e tra i quali vi sono conflitti anche di competenze. La utilizzazione piena di queste risorse in ambito civile potrebbe offrire una più significativa prevenzione dei guasti naturali, un maggior raccordo delle FF.AA. con il territorio, un più adeguato assetto ed utilizzo della spesa.
Il problema è complesso ed articolato perché lo si esaurisca in poche righe ma se queste servono ad accendere un dibattito, ben vengano. Il problema non è dunque se, come e quando i nostri ragazzi devono tornare dall’Iraq: il problema è più ampio e riguarda la piena, completa, efficace utilizzazione delle risorse del Dicastero Difesa.
(giugno 2004)
L’Italia non è rifacta Elezioni Europee del 2004
Il chirurgo plastico non ha potuto evitare l’emorragia di voti di FI che non è più il primo partito italiano, con una perdita secca di 11 e 12 punti. In rivolta i ceti medi e medio-piccoli, del Sud, più sensibili ai problemi della capacità di tenuta dell’euro e del suo potere d’acquisto più che alla Messina-RC ed all’alta velocità.L’incremento relativo o comunque la minore perdita di AN (14, 5% nel Centro e nel Sud, ed il 13, 9% nelle isole) testimonia una capacità di assorbimento dei flussi emorragici a destra, con totale contenimento da parte dell’UDC che frena la caduta libera della CdL.
Diversa è l’analisi relativa all’Ulivo che parte ma non decolla con una migliore tenuta (37%) nel centro ove le roccaforti di Toscana, Umbria e Marche evidenziano il ruolo dominante dei DS.
Persiste la maggiore capacità di tenuta delle destre nel Nord che non ha registrato il possibile travaso di voti dalla Lega verso FI.
La dispersione dei voti a destra (Alternativa Sociale, Forza Nuova, Verdi-Verdi etc) è pari al 5% e la crescita, non clamorosa ma significativa, dei socialisti di De Michelis & Signorile indica che è arrivata per questa destra l’ora di un certo riassetto che poi sarà un regolamento di conti interno, come ha già fatto notare qualche esponente dell’UDC. Tuttavia la somma dei partiti maggiori di destra (FI, Lega, UDC, AN) sembra attestarsi al 42%, PSI + PRI sono pari al 2, 6%, il totale indica un 44-45% che può sommarsi, in caso di voto maggioritario, al 5% delle liste minori e si cumula così un discreto 49-50%.
Appare dunque evidente che la vittoria dell’Ulivo è marginale, modesta con una politica da rivedere perché poco aggregante. Tiene per la presenza di un apparato DS nelle regioni-roccaforte ma deve fare i conti con un 8, 5-9% di altre formazioni (comunisti italiani + Verdi ,anche se Di Pietro e Mastella segnano abbondantemente il passo). A ciò si aggiunga la tenuta forte di RC.
Il destino dell’Ulivo è ancora incerto. Si sfiora appena un risultato-sommatoria che non appaga perché manca il potenziamento elettorale. Ed il risultato di una tenuta delle forze più radicali ( RC + Verdi + PDCI, pari al 10, 5%) indica un complessivo spostamento a sinistra dell’elettorato riformista.
I partiti-immagine (Di Pietro, Occhetto e Mastella) segnano il passo: Non c’è spazio per la non-proposta, l’elettore italiano vuole di più, aspetta programmi, idee e non belle e sorridenti facce. L’ingresso di Martinazzoli nell’UDEUR non ha apportato nessun valore aggiunto ed Alleanza Popolare resta un partito campano.
Infine c’è voglia di rappresentazione, l’italiano vuole un parlamento rappresentativo e globale con la massima presenza politica che significa un forte richiamo al proporzionale. Il Cavaliere ha clamorosamente sbagliato l’appello al voto concentrato sui grandi partiti, anche se si riferiva solo al suo, l’italiano vuole esprimere tutte le sue potenzialità.
Last but not least, il mondo associazionistico e dei consumatori ha fallito la presa, al momento non c’è spazio per liste “fai da te” nel segno di una dichiarata voglia di politica e partecipazione, testimoniata peraltro da un’affluenza alta per le elezioni europee. Lo stesso dicasi per il mondo dei girotondi che non ha sviluppato una carta vincente, quella di partecipare attivamente ma dall’esterno. È caduta nella trappola della Lista e lì ha concluso il suo ciclo.
(giugno 2004)
Appunti di viaggio…..politico
Per identificare una possibile identità di un nuovo eventuale soggetto politico, forse è opportuno verificare quali denominatori comuni ci hanno indotto ad espedire detta strada, e se essi siano sufficientemente giustificativi di questa scelta.Vi è innanzitutto la necessità che, nell’ambito della sinistra, il cui dibattito politico è ingessato a fortiori anche nei confronti della attuale situazione di governo, si ricreino le condizioni per una più ampia e libera circolazione di idee, programmi e contenuti da sottoporre a confronto vivace e costruttivo. Per quanto molteplici ed articolati, i motivi che hanno creato detta situazione possono condensarsi nello spostamento dei DS verso una politica dai contenuti liberistici che consentisse di guadagnare l’aera di governo. Questo ha comportato il transito attraverso la formazione della Lista Unitaria sul cui sviluppo e futuro si addensano nubi secessionistiche, se non al centro certamente nelle periferie. Una formazione non caratterizzata, certamente indistinta e magmatica.
Nè RC si è rivelata idonea a recepire le istanze della sinistra nella sua totalità, essendosi data una veste più radicale quale esclusiva rappresentante del laboratorio Politico Sociale. Dalle esperienze del Social Forum esso sta transitando fino a raccogliere alcune e non tutte le insoddisfazioni delle classi meno abbienti e dell’emarginato, dimenticando tuttavia che l’emarginazione sociale consiste nel non arrivare a fine mese e nella lotta del quotidiano contro la Burocrazia imperante.RC ha soddisfatto solo parzialmente l’esigenza di rappresentare le classi sociali diseredate, attestandosi invece su una posizione politica che oggi rivela le sue contraddizioni. Tanto meno in questo contesto politico sembrano dar fiducia i Verdi, stretti in una politica di governo e sottogoverno, animati solo da proposizioni ambientaliste emotive e sprovviste di una logica scientifica. C’è dunque spazio a sinistra per una formazione di sinistra che occupi il vuoto politico tra la Partito Democratico, Liste minori e RC?
Tale domanda si pone esclusivamente per il contesto politico attuale prevede una conventio ad excludendum più che ad includendum per ciascuno dei gruppi politici organizzati ora citati. Ne deriva una condizione di sfiducia politica in queste strutture partitiche nelle quali il dibattito è ormai da tempo cessato e parimenti ne consegue una mancata partecipazione. Sono proprio questi motivi che hanno indotto molti di noi all’allontanamento, voluto o in alcuni casi imposto dalla circostanze, da strutture di partito-piovra al quale dobbiamo dare un’alternativa che si può identificare nel movimento-farfalla, ossia in una sorta di “Rassemblement pour la gouche” che nella nostra lingua non è facilmente traducibile. Un tentativo verso l’unitarietà di progetti al quale dare forma attraverso il peso politico che riusciremo a costruire. Perchè ciò avvenga si rende necessaria una base o piattaforma programmatica attraverso la quale non solo si potranno identificare obiettivi prioritari ma soprattutto avviare una discussione critica e costruttiva all’interno della sinistra o delle sinistre.
1) Partecipazione: occorre quindi dare voce politica a chi ne è stato privato, ridare una sorta di chance di partecipazione Ma accanto a questo obiettivo politico irrinunciabile, la proposizione politica deve tendere a colmare una lacuna a sinistra ormai definitiva:quella cioè di riproporre le tematiche proprie, quelle cioè fortemente segnate dalla solidarietà. Già da tempo la stessa R.C. appare demotivata su questo terreno e priva di quello slancio necessario per difendere le posizioni ed i diritti degli emarginati e dei veri e propri esclusi dalla società.
Ridare dunque voce agli esclusi, sia che essi vivano ed operino nella cosidetta società civile sia che da questa ne siano, volontariamente od involontariamente allontanati. Utilizzare le tante peculiarità sommerse di tanti compagni e cittadini che sono ai margini del dibattito politico. Questi non appaiono certo obiettivi di modesta portata.
Le dimensioni.qualitative e quantitative, del problema dell’immigrazione, sia essa parcellare o migrazione di massa, indicano quanto sia urgente ed importante dare un assetto all’intera vicenda, assicurando garanzie per i diritti dei nuovi cittadini.La diversificazione etnico-razziale è una peculiarità del mondo avanzato mentre i fenomeni delle migrazioni di massa ben si inquadrano nella globalizzazione.Non è dunque possibile assumere politiche resistive, ma occorre regolamentare il diritto alla piena cittadinanza ed alla occupazione. In questo contesto va anche operata una programmazione del trend economico, sociale e strutturale dell’Italia futura: un paese in cui nel 2014 vi saranno 20 milioni di ultrasessantenni, con quello che comporta in termini di spesa sanitaria ed assistenziale e nello stesso periodo incrementerà la popolazione mista, con generazioni di nuovi italiani, sotto ogni profilo.Il ricorso a nuove forme di cultura e di istruzione si renderà necessario per far fronte ad un processo di globalizzazione che richiede specializzazione e specifiche competenze, senza le quali ci troveremo fuori da ogni mercato. Superata la fase dello sviluppo industriale, il volano occupazionale e produttivo è affidato unicamente al terziario, non sufficientemente distribuito nel paese che alterna aree di terziario avanzato ad aree di profondo sottosviluppo. Per ulteriore deduzione ne discende la necessità di dover approntare un Manifesto Politico che parli anche a quelle Aree Europee con le medesime nostre problematiche, al fine anche di accendere un dibattito allargato ai confini extranazionali e ridare alla nostra politica un respiro più ampio e francamente meno provinciale.
2) Obiettivi: È in questo contesto che si può articolare un discorso politico nel quale punti essenziali, e non più obiettivi minori, sono costituiti dalla tutela dei diritti primari del cittadino che lavora:diritto alla casa, alla salute ed all’ambiente, la riscoperta della città vivibile e quant’altro oggi da questi temi discenda.
Appare riduttivo che la battaglia sullo stato sociale si conduca limitatamente alla difesa delle pensioni d’anzianità, addirittura trascurando i minimi pensionistici ovvero l’occupazione giovanile, mentre ai problemi sopra riferiti ben minore spazio politico è riservato. Si impone dunque una svolta più decisa nel ridisegnare uno stato sociale moderno ma ancorato ai valori di tutela dei diritti di cui sopra. Ridisegnare ed in qualche caso ridiscutere ruolo ed intervento dello Stato cui spetta il controllo dei servizi primari (occupazione e previdenza, sanità ed assistenza, scuola, e soprattutto l’ambiente).
Nè si può trascurare il ruolo stesso dello Stato, in quanto espressione di unità ma questo va ridiscusso alla luce delle nuove esigenze delle diverse realtà del Paese. La differente distribuzione delle risorse e della produzione, ciò che implica un diverso livello d’occupazione, impone che l’autogoverno delle singole istituzioni locali (siano esse comuni, province, regioni) sia contemperato con il rispetto dell’intervento pubblico. Questo va inquadrato in un ambito di coordinamento, evitando quella deriva istituzionale che è poi la strada per il dissolvimento dello stato sociale. Ciò vale soprattutto per due settori focali, sanità ed istruzione, ove la regolamentazione può essere solo affidata al governo centrale con delega al territorio di parcellari adattamenti o aggiustamenti.
Ciò premesso ne discende quanto segue:
riteniamo centrale il problema ambientale per i suoi riflessi ed interazioni con l’economia, l’industria ed il suo sviluppo, la sanità a causa dell’emergenza che si sta creando nelle metropoli, con l’occupazione e la risoluzione di gran parte dei problemi ad essa collegati;
riteniamo che le politiche ambientali siano mortificate da una connotazione inadeguata a risolvere i problemi del territorio, con mistificazioni politiche, rese evidenti nella recente campagna elettorale ove i temi più squisitamente amministrativi regionali, sanità, territorio e trasporti, sono stati mortificati a scapito di un’impostazione di volgare polemos partitica.
riteniamo anche che esso sia aggregante e possa conferire una sorta di denominatore comune che trascini poi con sè le problematiche sui Servizi, il rapporto con la fonte industriale occupazionale etc.
Le nostre finalità:
i) attivare un nucleo di interdizione che restituisca ai problemi ambientali di questa terra una sua priorità, e segnatamente sulle infrastrutture da armonizzare con la salvaguardia naturale, sulle risorse idriche da privilegiare e sulla salvaguardia del territorio in modo affatto compatibile con un processo di sviluppo.
ii) costituire le premesse perché un’organizzazione siffatta possa essere duplicata in altre regioni ove siamo presenti.
Inevitabilmente il nostro progetto si connoterà di una veste di riferimento politico (e non partitico).Acquisirà le caratteristiche di punto di riferimento per le esigenze del cittadino in termini di occupazione, sviluppo e territorio. A questo punto sarà inevitabile la prospettiva di un inserimento attivo nell’agenda politica.
Questa potrà essere possibile solo quando si porranno le condizioni che possono essere espresse nel modo seguente:
I) i punti di riferimento politico possono essere individuati nella necessità di contribuire al progetto di programma governativo, quale espressione di un ambientalismo coerente, maturo e programmatico. Non più dunque una denuncia del dissesto ambientale ma una denuncia-proposta con entrambi i termini della questione assolti e suffragati da un background scientifico, come si evince dai nostri primi rapporti già noti ai media.
II) sentiamo tutti la necessità di esprimere un programma di “cose concrete”, nella denuncia e nella proposta sia su temi ambientali sui su temi di interesse pubblico e sociale, quali la sanità i trasporti etc.Sono tutte tematiche alle quali il cittadino è particolarmente sensibile da un lato, deluso dall’altro perché proprio su queste esigenze è venuto meno il rapporto con le Istituzioni;ciò dunque significa un impegno politico e sociale da esprimere, tenendo ben presenti quelle esigenze del cittadino così mortificate da tutti i partiti nella recente campagna elettorale.
III) Ne discende per ultimo che il raccordo politico con altri gruppi è possibile attualmente con associazioni, movimenti, comitati che si identifichino nel percorso sopra esposto. Nella fase successiva dovremo identificare un raccordo politico con quelle forze, quantitativamente più consistenti, che adegueranno il loro programma ai principi di sviluppo della società nei termini da noi identificati.
Nel momento politico attuale, segnato da una disaffezione del cittadino verso la politica, occorre con coraggio guardare avanti verso una prospettiva dalla quale possano emergere con forza i progetti di socialità ispirati dalla sinistra. Bisogna chiedersi quanto i partiti oggi corrispondano alle necessità ed i bisogni delle masse popolari, a fronte di un cammino verso una normalità del paese, che ancora non c’è. Verso uno stato di diritto nel quale al sopruso si sostituisca il merito, verso uno stato di diritto in cui l’escluso o l’emarginato abbia possibilità di sopravvivenza ancorchè di vita. Viene dunque da chiedersi se è normale un paese che esclude piuttosto che selezionare dalla diversità la ricchezza anche culturale di nuove cittadinanze. Viene da chiedersi se è normale un paese in cui si discute a chi elargire l’offerta di salute a fronte di una domanda ubiquitaria.
Tutti questi quesiti che sottendono ad altrettante necessità emergenti impongono un nuovo modello di politica. La forma partito ha esaurito la sua funzione, occorre trovare nuove prospettive di aggregazione tra le diverse composizioni della nostra realtà sociale, di cui l’aggregazionismo e l’associazionismo sono forme aggregative emergenti. Occorre uscire dallo schema sclerotizzato della appartenenza e sviluppare la cultura dell’esigenza, ossia quei meccanismi che consentano di recepire ed intercettare le nuove esigenze di una società articolata, pluralista e composita. È difficile tornar indietro, anche se colti da giuste motivazioni di ancoramento alla tradizione socialista e comunista, ma questo ispirarsi alla tradizione va coniugato con le nuove esigenze, dando nuove risposte. In termini pratici, in tema di welfare, oggi la società pone una domanda di assistenza e di salute che lo stato non riesce a soddisfare. Ed allora si deve passare da una ubiquitaria offerta a pioggia ad una più precisa connotazione di risposta, ma commisurando questa con la qualità e la priorità di offerta. In termini di ambiente, lo sviluppo della società va commisurato alle necessità di vivibilità ambientale offrendo uno sviluppo compatibile. La sostituzione di una semplice aggettivazione da “sostenibile” in “compatibile” non costituisce un passo indietro bensì un passo in avanti verso uno sviluppo programmato e controllato, coniugando la salvaguardia dei posti di lavoro con quella ambientale.
Se vogliamo essere credibili, pur restando fermamente ancorati alla tradizione marxista, dobbiamo trovare nuove strade di proposta politica ove all’ispirazione ideale si coniughi la necessità di una programmazione per le nuove esigenze che emergono dalla società che chiede risposte. Passare dunque dalla “cultura dell’appartenenza” alla “cultura della pluralità aggregativa” significa dare più forza alla nostra proposta che pertanto deve coniugare al più alto livello la qualità di risposte da dare alla società con la proposta unitaria della sinistra che è tanto più forte quanto più ispirata ad un progetto comune.
(settembre 2004)
Governo civico come laboratorio politico? forse! ma…
Qual è il ruolo delle Liste Civiche, circa 400 raggruppamenti, che a vario titolo si attribuiscono detta denominazione?
Per Lista Civica si deve intendere un raggruppamento spontaneo di cittadini, di comitati di quartiere o quant’altro che trova spunti per un’aggregazione politica, talora transitoria, talora permanente. Essa corrisponde a precise caratteristiche:
- una naturale ritrosia a sviluppare le tematiche, per le quali è nata l’aggregazione, nell’ambito dei partiti c.d. tradizionali. Va notato che di partiti tradizionali o di massa non ve ne sono più e quelli che sono considerati i loro successori, DS per il PCI, Margherita per la DC o una sua componente, hanno conservato parte dell’apparato e perso quasi completamento il sostegno di massa. Vi sono aree del Paese ove la occupazione del potere è talmente forte da indurre a costituire Liste Autonome ma è anche vero che l’egemonica presenza dell’apparato spesso impedisce un loro naturale sviluppo. Nella mappa delle Liste Toscana, Umbria e Marche, tradizionali roccaforti di sinistra (-centro) le Liste Civiche sono poco o nulla rappresentate.
- la necessità di dover arginare situazioni loco-regionali di assoluta gravità o di emergenza, come le questioni ambientali, occupazionali o questioni locali sentite come prioritarie. Ovviamente queste sono così poco sentite dai c.d. partiti che non resta altro che l’aggregazione spontanea che diventa trasversale e coglie strati della società locale.
- la trasversalità è dunque una componente essenziale perché la Lista si presenti come Civica ossia al servizio di tutti i cittadini che sentono quella comune esigenza che è peraltro prioritaria e che fa mettere da parte ogni riferimento ideale ancorché ideologico. Era uno dei concetti cari al primo Togliatti, quello dello sbarco di Salerno che identificò nella Lista Garibaldi un reassemblement di sinistra capace di intercettare la comune esigenza di quell’epoca, cioè della ricostruzione e della ripresa dal fascismo. Salvo poi utilizzare quella stessa Lista per egemonizzare le componenti diverse dal PCI. Nei fatti, i voti che il PSI ed il PCI presero all’Assemblea della Costituente del 1946, furono poi ribaltati nelle successive elezioni con il PSI relativamente soccombente.
Una aggregazione naturale su problemi specifici del territorio porta alla costituzione di una Lista Civica in modo tuttavia transitorio, fino cioè alla naturale soluzione del problema. Sanate le questioni, ciascuno torna alla naturale aggregazione di parte. Una Lista civica che persiste per anni, per legislature, è evidentemente deficitaria sul piano della risoluzione politica e della proposta.
Un’altra, e non trascurabile, componente segnala l’inammissibilità di Liste c.d. nominalistiche che ossia recano il nome di un personaggio nel quale molti si identificano. Le tante liste nazionali che recano questa connotazione non sono Liste Civiche ma Liste nominalistiche con una precisa identità politica e di schieramento.
Di non minore peso è la necessità di apertura delle Liste Civiche ad espressioni politiche e territoriali che sorgono spontaneamente. Una conventio ad excludendum sarebbe più congeniale ad un raggruppamento politico di classica accezione.
Quest’ultimo, lo schieramento, è dunque il punto cruciale che può rendere una Lista Civica degna di questo nome ovvero se invece la fa corrispondere ad altro. Una Lista Civica è per definizione una Lista non schierata e non soggetta ad identità da schieramento ma solo soggetta e dedita alla risoluzione dei problemi per cui è nata.
Dunque una Lista Civica dovrebbe invece costituire Laboratorio Politico per superare l’impasse dello schieramento stesso e creare le premesse politiche per un superamento di concetti, onestamente obsoleti di “sinistra”, “centro” e “destra”, non più identificabili ed comunque non assimilabili con quelli di progressismo e conservatorismo.
Come avemmo già modo di scrivere in questa sede, il problema della Lista Civica non è il contenuto programmatico e della proposte bensì quello della veste politica di riferimento oltre il territorio di cui è espressione.
Una Lista Civica deve quindi saper coniugare le necessità territoriali ma deve colloquiare politicamente con le altre Liste alle quali manca una sorta di Manifesto comune, un Manifesto del Cittadino, che costituisca il riferimento ideale per una politica “oltre le mura”.
In questo caso le Liste Civiche avrebbero reso al Paese un grosso servizio, quello cioè di attrezzare un Laboratorio Politico che sblocchi l’ingessata politica dei due schieramenti contrapposti e ridia vitalità ad una politica sinceramente vieta che contrappone due nomenklature dalle politiche diverse ma non troppo.
Di qui la perplessità che in fondo una certa omologazione è rappresentata e, se presente, è elemento essenziale per snaturare la genuinità della proposta politica.
Emblematico a tal proposito è il caso di una Lista Civica di una cittadina toscana che per anni è stata all’opposizione, intercettando una certa diffidenza antipartitica di quella popolazione e proiettando sul piano delle proposte concrete la sua linea d’azione. Il suo 21% era significativo fino a quando non ha deciso di passare alla concretizzazione delle sue proposte, entrando in maggioranza e portandovi anche due simboli partitici inscritti nel logo della Lista. Gli elettori ovviamente hanno bocciato quest’idea che snaturava la Lista, le toglieva quella spontaneità di elementi e la ri-omologava alla tradizione partitica. Credo anche che l’elettore di quella cittadina abbia preferito riportarsi alla tradizione piuttosto che votare un ibrido politico.
Forse questo ultimo non è punto trascurabile: l’ibrido politico è quello che più il cittadino italiano aborre, perché indistinto e tutto sommato poco inscritto in un panorama di chiarezza politica.
Guerra santa di religione o di oro nero?
Si fa sempre più pressante la diatriba, un pò di lana caprina se vogliamo, se la guerra in Iraq sia di religione ovvero più semplicemente di oro nero. Un recente meeting a Montecarlo ha visto interloquire i Ministri degli Interni dei principali paesi del M.O. secondo i quali il terrorismo non può essere considerato islamico: è terrorismo e basta. Apporre l’aggettivazione ( islamico appunto) significherebbe etichettare tutto il mondo islamico di responsabilità e complicità terroristica. Noi diciamo che un conto è la matrice un conto è il fiancheggiamento, ma la realtà delle cose indica tutto sommato che il focolaio bellico iraqueno è ben lungi dall’essere qualcosa di facile interpretazione. I connotati e le motivazioni finanziarie che vi stanno alle spalle non sono cosa di poco conto e rendono ragione di una forte connotazione economica. Nella quale giocano due componenti:
a) la necessità di doversi accaparrare le risorse energetiche e quindi un interesse da parte di alcuni Paesi nell’egemonizzazione delle risorse planetarie;
b) interessi specifici da parte di gruppi finanziari che risalgono a ben precise personalità
A) La produzione è aumentata di otto volte negli ultimi 50 anni. Il petrolio contribuisce con il 40% al fabbisogno mondiale di energia collocandosi al primo posto tra le fonti primarie di energia, seguito dal carbone (27%), dal gas naturale (23%). Le sue riserve attuali, stimate attorno a 140 miliardi di tonnellate, 2/3 delle quali localizzate nel Medio Oriente, hanno una durata di circa 40 anni e si sono notevolmente accresciute rispetto al 1970, quando la durata delle stesse era prevista attorno ai 30 anni.
Come si vede dalla FIG.1 circa il 95% delle risorse che per i prossimi cento anni potremo sfruttare sono di derivazione mediorientale ( Paesi Arabici, Iraq, Iran, + Venezuela).
Al contempo la FIG:2 indica che a tutto il 2003 la sfruttabilità è in massima parte appannaggio del M.O.
Lo stesso dicasi per il metano. Agli attuali consumi le riserve accertate di gas naturale sono sufficienti per 60/70 anni, la sua diffusione è abbastanza distribuita, le regioni con minori riserve sono quelle americane, le maggiori ancora le regioni dell’area del Golfo Persico dove sono concentrati più di un terzo dei giacimenti accertati. La FIG.3 indica in migliaia di miliardi di m³ la produzione attuale di metano. Molti si chiederanno quanto durerà la guerra in Iraq ma noi replichiamo chiedendoci quanto dureranno le altre fonti primarie, come il metano o il petrolio? Le correnti di pensiero sono due: gli ottimisti e i pessimisti. Tra i primi vi è una task force scientifica dell’U.S. Geological Survey che dopo uno studio durato cinque anni ha concluso che il mondo ha riserve sufficienti per circa 80 anni ai ritmi di consumo attuali, circa due mila e trecento miliardi di barili, ( 313 miliardi di tonnellate) anche se gran parte di esse devono essere ancora scoperte. Tra i secondi, invece, ci sono i geologi del Colorado School of Mines che ritengono che la produzione dell’oro nero toccherà il suo picco in questo decennio con 85 milioni di barili al giorno per poi scendere drammaticamente a 35 milioni nel 2020. Una previsione che molti altri esperti ritengono errata. Secondo D. Yergin, consulente governativo americano, benché vi siano predizioni catastrofiche sull’esaurimento delle riserve petrolifere, l’unica cosa sicura è che il petrolio è in via di esaurimento. Secondo Thomas S. Ahlbrandt della Geological Survey sono stati consumati circa 710 miliardi di barili di petrolio e da sfuttare ve ne sono ancora 891 miliardi sicuri più altri 688 probabili. Senza contare che ulteriori ricerche potranno portare a scoprire altri 731 miliardi di barili. Colin J. Campbell ritiene ad esempio che le nuove scoperte daranno un massimo di 100 miliardi di barili sufficienti solo per tre o quattro anni.
A questo punto entra in gioco il modello di vita occidentale, basti pensare che il 22% della popolazione ( al 99% appartenente al G8) consuma il 76% delle risorse. Questo favorisce i consumi altissimi di fonti primarie, portando al surriscaldamento del pianeta, ai cambiamenti climatici, alla necessità di dover arrestare la quota di CO2 (anidride carbonica) che, quale gas serra principale con i 6 miliardi di tonnellate annue, crea la cappa di calore planetaria.
Aver impostato un modello di sviluppo basato sulle automobili, sul terziario flessibile e non sulla produzione biologica e contadina ha sacrificato le nostre risorse agricole ha spostato il quadro produttivo nelle realtà urbane, dapprima con un modello industriale e successivamente con un modello post-industriale e comunque ha reso irrespirabili le nostre città che vedono un incremento continuo delle malattie respiratorie ( il cancro polmonare è aumentato in Italia da 7 casi ogni 100 mila abitanti (1952) a 108 casi/100 mila nel 1999.I consumi di energia di derivazione fossile comportano una liberazione di gas exaust mineraloide cancerogeno, non solo per l’apparato respiratorio ma anche per quello immuno-competente e riproduttore e comunque irritante per tutte le mucose. Un modello di sviluppo dunque fortemente patogeno, ossia pericoloso per la sopravvivenza anche delle future generazioni, considerata la patogenicità del benzene, ad esempio, sul DNA cellulare.
Ma in questo contesto planetario, con una economia globalizzata, non mancano gli esempi di Insider Trading o Saving ovvero i conflitti di interesse.
B) James Baker, già Segretario di Stato dell’Amministrazione Reagan è stato nominato inviato del Governo USA per la questione del debito pubblico dell’Iraq. Sfruttando le amicizie e la posizione di Baker, il gruppo Carlyle, nel cui CdA vi sono Bush Senior e John Major, già Premier Britannico, oltre che lo stesso Baker, avrebbe cercato di ottenere dal governo del Kuwait l’intermediazione per la riscossione del debito iraqueno.Si tratta di una complessa operazione di cessione di proprietà per 57 miliardi di dollari in crediti iracheni insoluti. I soldi che l’Iraq deve a tutt’oggi al governo de Kuwait saranno gestiti da una fondazione creata e controllata da un Consorzio ad hoc, guidato dal gruppo Carlyle, il gruppo Albright (che fa capo da un altro ex segretario di Stato, Madeleine Albright), e altri istituti di credito. L’accordo prevede anche che il governo del Kuwait conceda un anticipo di 2 miliardi di dollari da investire in un fondo privato del Consorzio della cui metà beneficierà il gruppo Carlyle. Il tutto è contenuto, nero su bianco, su un documento inviato a gennaio dal Consorzio al ministero degli Esteri del Kuwait per esplicitare la proposta di assistenza al governo del Kuwait per i crediti iracheni.
Il Consorzio informa il ministero degli Esteri kuwaitiano che i debiti insoluti dell’Iraq sono in imminente pericolo per la globalizzata tendenza a condonare il debito, in ossequio alla politica di condono con il debito del terzo mondo. Ma non tutti sono d’accordo.
E sono in forse non solo i 30 miliardi di dollari di debiti reali ma anche i 27 miliardi di dollari che l’Iraq deve al Kuwait come danni di guerra per l’invasione del 1990.
Per evitare ciò, il Consorzio scende in campo affermando che può contare su politici di primo piano, americani ed europei (lista che include lo stesso Baker) che hanno «rapporti personali con i detentori dei pacchetti nell’ambito dei negoziati previsti» e che hanno la possibilità di «mettersi in contatto con i personaggi chiave che prendono decisioni negli Stati Uniti e nelle più importanti capitali».
Se il Kuwait accetta di “appaltare” i crediti al Consorzio, questi userà le sue risorse ed i suoi rappresentanti per esercitare forte pressione sui leader mondiali che l’Iraq deve «massimizzare» i propri debiti nei confronti del Kuwait il quale potrà recuperare il prezzo d’acquisto del debito tra 10-15 anni. Più soldi il Consorzio riuscirà a far pagare all’Iraq durante questo lasso di tempo, più soldi riscuoterà il Kuwait, e il Consorzio intascherà una commissione superiore al 5 per cento. Ma afferma Naomi “ L’obiettivo di massimizzare i versamenti del debito iracheno è in diretto contrasto con l’obiettivo di politica estera americano di ridurre drasticamente i debiti dell’Iraq”. Quindi ecco che spunta il conflitto di interesse confermato da Kathleen Clark, della Washington University e fra i maggiori esperti di deontologia politica, secondo la quale almeno Baker ne è oggetto. In questa operazione Baker da un lato dovrebbe rappresentare gli interessi degli Stati Uniti, dall’altro è partner di Carlyle che vuole essere pagato per aiutare il Kuwait a recuperare i crediti che ha con l’Iraq. Non solo ma anche Bush è afflitto da questo conflitto di interessi in quanto Presidente degli USA ed in quanto assai vicino alla Carlyle, lo è almeno il padre.
(Ottobre 2004)
Pillole di laicità
Il Reverendum
Sembrerebbe un refuso invece non lo è, almeno nelle personali intenzioni. La prossima campagna referendaria sulla procreazione assistita muove da un punto focale. Il dibattito sembra vertere sui temi indicati invece c’è un convitato di pietra, grande quanto una casa che nessuno vuole vedere come nella metafora del “re è nudo”. Questo problema riguarda la libertà non solo di coscienza ma di azione.
Non mi spingo sui temi specifici del referendum perché non ne ho la competenza pur essendo un medico e, da giovane, biologo. Questo sta a significare che -succede spesso- i temi referendari sono usualmente al di fuori delle competenze della cittadinanza chiamata ad esprimersi ed il tema può essere affrontato anche in assenza di una competenza scientifica. Qui è in gioco la libertà non di culto, perché al cattolico non viene chiesto nulla in contrario alla propria coscienza, non di fede perché nessuno abiura andando a votare ma è chiesto di esercitare semplicemente una libertà di pensiero che è quanto di più sacro ci sia stato dato da Madre Natura e che si traduce nella libertà procreativa.
Non posso vestire neanche i panni del filosofo ma credo si debba operare un distinguo significativo tra fede e religione, tra consapevolezza dei propri limiti e necessità di credere in una dimensione ultraterrena o sovrannaturale e capacità di esprimere in ogni atto della propria esistenza quotidiana valori e principi che ai concetti sopra esposti fanno riferimento.
Ma il cattolico di oggi deve anche prendere coscienza del suo essere, poi del suo essere civile e quindi rendere compatibile ogni assunto della gerarchia ecclesiastica con i principi in cui crede. Né di più né di meno.
In questa ottica, ogni atto che possa condizionare il comportamento dell’individuo, è pura ingerenza non nella vita dello Stato bensì nella vita del cittadino e pertanto è inammissibile. Un tempo Cavour coniò il detto “Libera Chiesa in Libero Stato”, oggi l’interpretazione di tale assioma è assai più estensiva e sviluppata ossia cittadini di uno Stato, verso cui esistono diritti e doveri, liberi di professare il proprio credo, quale esso sia, monoteista o altro. Questo è principio ineludibile che non ammette deroghe di qualsivoglia tipo. Se lo stesso Cristo fosse qui da noi oggi, ci chiederebbe di non piegare la testa di fronte ai soprusi del tempio, per non rendere lesa la dignità dell’individuo che è dignità di tutti.
Ecco perché il titolo non è un refuso: l’atteggiamento reverenziale mal si sposa con la dignità. É una vecchia storia quella del rapporto tra uomo, fede, religione, e gerarchia. Il cattolico dunque farebbe torto a sé stesso se non scegliesse secondo la sua coscienza e non secondo quella degli alti prelati.
É in gioco, in questa consultazione ma altre similari ne verranno, la riappropriazione da parte dei cattolici della propria dignità e della autonomia di scelte.
Una recente ricerca di Theo (e chi meglio di lui) De Kok, pneumologo della Maastricht University, ha individuato nelle candele accese e nell’incenso, bruciati nelle chiese, una fonte di grave inquinamento indoor simile a quello rilevato in una strada percorsa da 45 mila vetture al giorno (Eur. Respir. Journal,1.05).
Non è certo questa la sede per disquisire sul problema dell’inquinamento indoor che è problematica per addetti ai lavori (specie quelli che si svolgono al chiuso) ma per indicare che la patologia da incenso è più nota nell’ambito politico che non in ambito medico.
Si racconta il caso occorso, nei primi anni Trenta, ad un ambasciatore italiano, Giuseppe Salvago Raggi, che andava a riferire a Palazzo Venezia, al Cavaliere, quello dell’epoca (il Benito per intenderci, si sa, ogni epoca ha i suoi Cavalieri), sull’esito di una Conferenza della Società delle Nazioni sui gas nervini.
Entrato nella Sala del mappamondo, senza che Mussolini si degnasse di alzare lo sguardo, si sentì rivolgere solo una domanda: “ Allora, Ambasciatore, quali sono i gas più letali ?” e lui prontamente rispose “ La lista è lunga ma in cima c’è l’incenso”.
Il nostro non è più un anticlericalismo di maniera, oggi è dimostrato scientificamente da De Kok che andare in chiesa fa male, anche senza la modica quantità dell’ “oppio dei popoli”. Se si vuol pregare, lo si può fare anche durante ogni altra attività quotidiana. Ma nella società d’oggi, con il dilagare neanche strisciante dell’opportunismo da potere, con lo spoiling system per gli accoliti e “ gli amici di..”, l’incenso immateriale appare più grave e patogeno di quello materiale bruciato in chiesa che corrode i polmoni e spesso anche il cervello.
La favola insegna che l’incenso ed i ceri accesi al potente di turno sono più corrosivi per la società di quelli accesi in chiesa che pure corrispondono a 45 mila vetture che inquinano.
In fondo erano meno dannosi De Gasperi ed Andreotti, l’uno andava in chiesa per pregare, l’altro per parlare con il parroco; oggi l’incenso viene acceso in altre sedi istituzionali ed inquina, altro se inquina!
(giugno 2005)
Laicità & Salute
Il tema della moderna bioetica è di estrema attualità e presenta complesse articolazioni. Due sole considerazioni: una è inerente al cambiamento di rotta del Quirinale,con l’arrivo di Napolitano, palese, evidente eppure esplicitato con naturale eleganza, sulle questioni relative alla prevenzione delle morti bianche ed all’eutanasia. Dalla relativa latitanza del precedente settennato, si vira verso un atteggiamento di chiara, evidente eppure sapiente politica di indirizzo. La questione Welby è sempre ancorata all’attenzione della pubblica opinione, e questo la dice lunga sulla finalità di guidare in modo morbido la pubblica opinione, almeno sul fatto che un problema c’è e va risolto. Questo appare l’indirizzo del Quirinale, guidato finalmente da una personalità che conosce i meccanismi della politica e la sensibilità della popolazione italiana.
L’altra questione più spinosa, perché appare con caratteristiche di emergenza, deriva dai dati emersi da recenti ricerche che indicano una crescita epidemiologica delle malattie da HIV. La generalizzata idea che il problema fosse stato eradicato e che ci si avviasse ad una soluzione sul piano terapeutico rientra precipitosamente e fa capolino un’altra verità: le infezioni aumentano. In Italia c’è un contagio ogni 2 ore e diventano sette e non più quattro gli anni in cui avviene il viraggio dalla sieropositività verso la malattia clinicamente conclamata. In termini di diffusione sociale della malattia, significa che, mediante rapporti non protetti, in sette anzichè quattro anni si decuplica il numero di soggetti esposti al contagio. Il generale convincimento che esista già un vaccino – in termini numerici fino al 27% dei giovani ha questa cognizione – ha indotto i giovani ad abbassare la guardia nella protezione dei rapporti .Dal gennaio 2006 , in Italia sono stati riscontrati 1216 nuovi casi di AIDS, con 160 decessi. Il Lazio ,con 139 casi, è secondo solo alla Lombardia (289), Emilia-Romagna (121), Sicilia (94), Toscana (81), Piemonte (66) Liguria (58).
Cosa c’entra con la laicità ? Presto detto. Nel Lazio ed a Roma soprattutto, il diffuso e sbagliato senso del cattolicesimo, la mancanza di informazione in merito nelle scuole pesano come macigni nei confronti di ragazzi che vengono indottrinati sul Vangelo anche nelle scuole pubbliche ma che non ricevono insegnamenti, degni di questo nome, sul tema della prevenzione di questa gravissima malattia ma anche di altre malattie infettive, a diffusione anche non sessuale come l’epatite C che pure si trasmette da ago. La città della Chiesa è avvolta in una cappa di indolenza culturale su questi temi da consentire una larghissima diffusione di una malattia mortale che, a questo punto, ha anche gravi complicità. La battaglia sacrosanta sull’uso del profilattico, campagna epica negli anni novanta, è stata dismessa, abbandonata perché si riteneva che i dati epidemiologici fossero favorevoli e soprattutto perché la nostra classe dirigente ha fin troppo flirtato con la Curia vaticana, che in modo ratzingerianamente correct, di questa questione non ha mai voluto parlare fino in fondo. Non solo di questo problema non si parla più nelle scuole, ma si è abbandonata una politica di prevenzione che invece in Francia, nella Francia chirachiana e di destra, è sviluppatissima fino ad arrivare alla distribuzione quasi gratuita del profilattico.
La laicità ha anche questo aspetto e risvolto sulla salute umana, essa serve a difendere la salute dei nostri ragazzi messa in pericolo da concezioni arcaiche, incompatibili con la vita moderna. (novembre 2006)
Quale riformismo dal Congresso DS ?
Il terzo Congresso dei DS, tenuto a Roma (3-5/2/05) fa riemergere con forza, almeno nelle forme, il socialismo riformista. Quella lanciata da Fassino è una sfida che permea di speranza tutti coloro che socialisti sono e lo erano quando Fassino stesso era segretario provinciale del PCI a Torino. Ma le sfide si fanno con i fatti ed al momento attuale possiamo solo interpretare le Relazioni del Segretario e del Presidente.
Tre i nodi cruciali: le radici socialiste, il rapporto Stato-impresa, la politica estera.
Le radici:il richiamo forte alle radici è venuto meno per una volontà precisa perché con “…..una battaglia tra il presente e il passato, rischiamo di perdere il futuro….”.
È mancato un preciso riferimento non solo alla storia del movimento operaio italiano ed internazionale, quasi fosse oggetto in disuso da mettere in soffitta, ma soprattutto al legame ideale che ci unisce alle lotte passate. Il problema, tuttavia, non è facilmente liquidabile quando gran parte dei problemi sociali è dovuta alla situazione dei salariati, alla disoccupazione ed allo stato precario dei pensionati, non garantiti neanche nel loro minimo.
La Relazione Fassino, in tutta la sua complessità- spazia infatti dalla situazione planetaria a quella europea per poi focalizzarsi su quella italiana- dedica largo spazio ad un progetto di solidarietà sociale da coniugare con un processo di sviluppo della impresa italiana, individuata, giustamente, fonte primaria di sviluppo.
E qui interviene il secondo aspetto:il rapporto Stato-impresa. Identificare nella sola impresa la fonte di reddito italiano significa minimizzare due aspetti vitali della nostra società: da un lato la gran parte della società è costituita da reddito dipendente, e non autonomo, e dall’altro vi è la necessità di dover fornire risposte a chi chiede uno sviluppo industriale che sia fonte primaria di decollo economico e non solo finanziario, che sia base strutturale per nuovi investimenti produttivi. In altre parole, la nostra formula di sviluppo basata solo sulla piccola e media impresa ha rivelato i suoi limiti, evidenti nel momento in cui la produttività italiana è insufficiente, per qualità e quantità, a penetrare nelle maglie del mercato.
Da qui la necessità di una riconversione, almeno a 180 gradi, delle fonti di sviluppo perchè, senza investimenti strutturali, si rischierebbe la paralisi di quel terziario che al momento è la fonte principale di reddito dei ceti medio-borghesi, proprio quelli ai quali la Fed dell’Ulivo fa appello per vincere e che sono il vero target elettorale di questo terzo congresso.
L’appello alla impresa, politicamente corretto, ed ineludibile poiché in gioco c’è il ruolo della Confindustria ed i suoi rapporti con le parti politiche e sociali, avrebbe avuto ben altro risvolto se fosse stato inscritto nel contesto del rapporto Stato-Impresa, ossia sviluppo, ruolo e quant’altro possa concernere il bilanciamento tra pubblico e privato.
Non è pensabile che una grande forza di sinistra, che si professa riformista, non si debba porre il problema del ruolo del pubblico nella società di oggi, ruolo che non solo è necessario ma è richiesto per garantire sicurezza sociale e solidarietà. E non è neanche negabile un ruolo dello Stato che deve coesistere con le forze produttive per assicurare, in modo bilanciato, i servizi di supporto del nostro quotidiano, dall’assistenza ai trasporti, alla scuola etc.
Ecco che dunque il richiamo alle radici operaiste e fortemente solidariste non poteva esserci, sarebbe stato inconciliabile con una politica di mediazione tra parti sociali e produttive, politica pronta, pur di vincere, al sacrificio della lotta operaia.
Nasce dunque al Palalottomatica una forza riformista, nei termini, pronta a portare al governo un programma, per altro non ancora definito, dai contorni fin troppo incerti, ma che è fungibile e quindi disponibile per compromessi di varia natura.
La stessa politica estera è commisurata a questo programma. Il non aver accennato con decisione all’uscita dall’Iraq, giusto nelle ore dell’ennesimo rapimento a spesa di una italiana, nostra concittadina, la dice lunga sulla fungibilità delle scelte in politica estera. La politica di mediazione continua tra parti opposte e la non volontà di scegliere appare con tutto il suo fulgore nella relazione del Presidente D’Alema. E tutto questo apre un nuovo scenario.
La non piena condivisione delle scelte congressuali da parte di coloro che non si identificano con la linea riformista, e dunque di governo, del gruppo dirigente, è fatto politico che non si consacra nelle liturgie dei numeri congressuali e va oltre qualche percentuale ad una cifra. Ma è pur vero che neanche le scelte radicali della sinistra di lotta appaiono soluzioni praticabili e con quest’anima della sinistra non è facile tessere una tela politica, considerate le diverse componenti, il ricorso al tatticismo estremo etc..
E allora rinasce con forza una posizione terza o terzista, non nel senso di terzo polo tra centro-destra e centro-sinistra, ma una posizione di intermediazione e di compensazione politica che faccia sue le istanze sociali ed operaiste convogliandole in proposte politiche e dunque in una futura azione di governo. In pratica uno spazio di socialismo, chiamatelo 2000, 3000, come volete, ma che ha il compito di rimettere in discussione le scelte che ci accingiamo a compiere, a tutto campo perché per ogni argomento addotto da Fassino ci devono essere controproposte valide ed efficaci. E ci sono!
(febbraio 2005)
Dalle elezioni regionali al Berlusconi III
1- abbiamo vinto, dunque siamo
Senza scomodare Descartes, vi sono pochi dubbi sulla vittoria elettorale del 3/4 aprile 2005. Un mese che ricorda la vittoria, più sofferta, del 1996. Ma da oggi al 2006 molto è ancora in attesa di costruzione ed alcuni aspetti vanno chiariti.
1) il risultato di molte regioni è rimasto fino all’ultimo incerto e lo scarto poi è apparso minimo come in Puglia ove la differenza è stata di appena 14.131 voti a favore di Vendola. Altrove, come in Toscana, con lo zoccolo duro dell’apparato diessino, la percentuale ha raggiunto un indiscutibile 57, 37% a fronte del 49, 36% del 2000, con un incremento del + 8, 01%. A questo fa pendant, la cura dimagrante della CdL (-7, 14) ed un incremento di tutti i partiti del centro-sinistra, eccezion fatta per l’IDV che con soli 15.847 voti fa crollare la Lista Di Pietro allo 0, 9%. Complessivamente un ottimo risultato, dunque, ma in questa regione, per regolamento elettorale, è mancato il listino regionale ed è stata abolita la preferenza. Ergo in funzione del numero dei voti e del quorum, i candidati venivano considerati eletti in funzione della loro posizione nella lista. Una forma cioè di cooptazione di cui quasi tutto è previsto, tranne il numero esatto dei voti riportati dalla lista di appartenenza. In regioni siffatte prevale dunque la logica d’apparato più o meno premiante, ma che mette in serio dubbio la rappresentatività degli eletti, scelti dalle segreterie di partito, e sui cui nomi gli elettori toscani hanno potuto ben poco incidere, a differenza di quelli pugliesi, che hanno ben lottato per far prevalere Vendola, sia con voto di lista sia con voto di preferenza. Per le prossime consultazioni, andranno adottati correttivi per queste sostanziali differenze, tra regione e regione, che sono limitanti la partecipazione attiva e costruttiva dell’elettorato.
2) La vittoria dell’aprile 2005, netta, chiara ed indiscutibile indica un trend in ascesa, in termini di voti complessivi e di percentuali, che può costituire premessa politica per vincere nel 2006. Questo per due ordini di motivazioni:
a) la legge elettorale per le politiche è profondamente diversa, malgrado le apparenti somiglianze, da quella applicata alle regionali. Innanzitutto non è previsto il voto disgiunto sulla medesima scheda che ha certamente provocato qualche disguido e molti voti nulli. Esso consiste nella facoltà di dare il voto ad un candidato-presidente ed il voto ad una lista dello schieramento opposto. Ma il tutto nella stessa scheda. In molti casi, questa facoltà non è stata ben intuita o applicata dalla stragrande maggioranza degli elettori, con grave danno per il voto di tendenza. È verosimile che molti elettori siano stati tratti in inganno ed anche per questa motivazione l’ipotesi del Presidente del Consiglio pro-tempore di unificare la scheda va massimamente contrastata. In un recentissimo incontro 26 aprile) con il Leader dell’Unione, Romano Prodi, che ha avuto la pazienza somma di ascoltarlo, il Cavaliere ha addirittura proposto l’abolizione del proporzionale per un maggioritario all’inglese e senza ballottaggio. Come diremo più avanti, UDC, Nuovo PSI e molte aree dei partiti di centro-sinistra caldeggiano invece il futuro possibile referendum per un sostanziale ritorno al proporzionale. L’ipotesi di Berlusconi appare chiara: costituire un partito unico che, con il maggioritario “secco” possa vincere, chiudere la partita con le opposizioni interne e creare un Partito su misura.
b) Ne deriva come corollario un fattore squisitamente politico, più che di tecnica elettorale. I risultati elettorali lasciano intuire spazi politici aperti sia nell’uno sia nell’altro schieramento. Anche di questo sono espressioni le Liste Civiche, che tra l’altro hanno avuto lo scopo di dare visibilità ad alcuni candidati-presidente (Lista Marrazzo, Lista Storace, Lista Biasotti, Insieme per Bresso etc.). Infatti, altri, come Formigoni, hanno tirato la corda fino all’ultimo per dare vita ad una loro Lista. Sia la visibilità sia la libera possibilità di scelta dei candidati sono motivazioni sufficienti ad attivare un processo di sganciamento dai Poli e costituire forze cosiddette terziste che hanno il vago sapore di una ricerca, naturale e legittima, di presenza la cui emersione non è sempre possibile con l’attuale maggioritario. Appare forse un tentativo di superamento del maggioritario con la ricerca di un proporzionale ibrido o spurio che è inconciliabile con la legge attuale. Ma se queste liste fossero destinate ad allargare il ventaglio nel collegio maggioritario, porterebbero alla sconfitta dell’uno o dell’altro competitore. Questa spinta verrà certamente auto-limitata da forze in chiaro declino, la cui autonomia politica è già da oggi messa in discussione e ne impedisce la fuoriuscita dal maggioritario che, al contrario, offre l’ombrello della cooptazione. Non così dicasi per alcune forze emergenti che da oggi al 2006 tenteranno la fuga dal Polo, in cui tra l’altro non credono più o comunque, data la sostanziale impossibilità di uscire dal meccanismo ingessato, di promuovere azioni centrifughe. Ci si riferisce in modo particolare all’UDC ed al Nuovo PSI, non a caso i promotori della politica neo-proporzionalista.
c) Quanto sopra dimostra che la politica dell’Unione è, tutto sommato, pagante perché tende a limitare le possibilità di fuga dalla Lista maggioritaria mentre stanno esplodendo le contraddizioni nella CdL.
d) Ergo, la possibilità di archiviare una volta per tutte la pratica-CdL deriva dal grado di coesione e compattezza della compagine ulivista che deve saper resistere a tentazioni centrifughe e possibilmente capire le motivazioni delle falle dovute a liste perdenti o comunque non più in crescita.
2 -Tappa in salita per tornare a vincere
Ma se tornare a vincere è a portata di mano, governare non sarà poi così semplice. Il primo problema è quello “dell’indistinto”che caratterizza l’Ulivo. Il fatto, non di poco conto, che i partiti “ulivisti” raggiungano migliori risultati quando presenti da soli, indica un problema da affrontare. La sommatoria in politica quasi mai diviene potenziamento in termini di voti e di consensi, soprattutto se in campo sono forze che provengono da tradizioni assai diverse e difficili da conciliare. Bisogna forse attendere un ulteriore ricambio generazionale fino a quando il corpo elettorale non sarà più costituito da coloro che hanno votato DC e PCI. La diversa estrazione non è cosa di poco conto ma periodicamente ripropone problematiche che vengono da lontano, dalla fecondazione medicalmente assistita, alla nostra politica estera ed alla diversa concezione che questi partiti hanno del ruolo del militarismo in tempo di pace ed oltre i nostri confini. Ne deriva una sorta di “ compromissione permanente “ che obbliga i partiti a stare “Uniti nell’Ulivo” perché piove sulla democrazia e l’unico riparo è appunto l’Albero di Prodi. Ma La tesi programmatica ulivista è ancora da venire, ancorché edulcorata dalla encomiabile linea della fabbrica del programma, al solo scopo di coinvolgere la pubblica opinione. Con due riserve possibili, non tutti sanno che esiste questa proposta, disponibile attualmente solo per i web-navigatori (www.lafabbricadelprogramma.it) e tutti possono intuire che poi poche saranno le proposte incluse ed effettivamente recepite dal comune cittadino.
E il programma ulivista stenta a nascere per la intrinseca difficoltà di conciliazione di tesi da forze politiche che sono accomunate da tante istanze ma anche divise su tanti temi, tattici o strategici. Tra quelli tattici, uno dei problemi, in caso di vittoria nel 2006, è quello di un processo di controriforme, non solo allo scopo di riazzerare il tentativo destabilizzante sulla Costituzione, perpetrato dalla Cdl, ma di riassettare il funzionamento dei Servizi: di qui il modulo di riequilibrio delle Comunicazioni (legge Gasparri) e dell’istruzione avanzata (legge Moratti). Maquillage alla Margherita o tutto da rifare, come si sostiene a sinistra? Senza poi parlare della politica di pace in Europa o oltre i confini europei! E su questo tema, una seria politica estera che si occupi delle nostre comunità all’estero è da tempo auspicata, senza tentazioni populiste ma in sinergia con i Paesi nei quali vivono, lavorano e risiedono i nostri concittadini.
Il secondo punto riguarda un problema strettamente connesso al primo, cioè se sia migliore il metodo maggioritario o invece il ritorno ad una legge proporzionale con i correttivi dello sbarramento. Come si fa a non temere le tentazioni dirigiste da maggioritario nostrano che hanno portato allo spoiling system? Quando si assiste alla prevaricazione strisciante, frutto dell’arroganza politica che certo non era nello spirito primigenio di Mario Segni, ma che ha condotto ad una cattiva e non “inglese” applicazione del maggioritario, ci si chiede se si possa affidare a questo metodo la volontà politica di applicare un processo riformista. A noi pare inconciliabile “in terminis” il processo riformista con il metodo maggioritario.
Non c’è risposta a questo senza un dibattito aperto che coinvolga tutte le forze del paese e non solo quelle strettamente partitiche. Le tentazioni neoprop, timide nella pratica politica, ma sicuramente trasversali, attraversano l’arco politico da destra a sinistra e sono tanto pulsanti nella CdL quanto nell’Unione. Appartiene a questi giorni il fermento del Nuovo PSI e dell’UDC, accomunati nella protesta politica e dall’istanza neoprop. Non sfugge ai più che tale fermento può facilmente valicare il confine e tracimare anche a sinistra più di quanto non sia presente, anche se il processo politico in atto a sinistra è fortemente indirizzato e tutto sommato condizionato dal maggioritario.
Il terzo punto è che l’effetto Puglia ha smitizzato il teorema della necessità di conquista del centro moderato con una politica indistinta e moderata. Vendola ha sviluppato un metodo intelligente che ha catturato ed intercettato non solo voti ma più ampli consensi. E non è certo né un moderato né un estremista, ha solo proposto una politica distinta, ossia intelligibile e chiara, nei termini e nei metodi. Ha fatto come gli aveva suggerito Moretti, ha fatto proposte di sinistra, sul lavoro e sul precariato, sulla sanità, sulla scuola, tutte tematiche di competenza regionale che fanno la politica quando, invece di stendere parole programmatiche, si stendono proposte concrete e fattibili. Avere dunque il coraggio della proprie proposte, senza le remore di essere per taluni impopolari, fare e dire le cose che riteniamo giuste. Saranno proposte che cammineranno sulle gambe di chi vorrà proporle. Altrimenti non saranno proposte e il cittadino se ne renderà conto.
Quello che intravediamo difficile e complesso è il Governo della Sinistra, nei termini di autorevolezza propositiva, che noi auspichiamo, e di durata che è proporzionale alla rispondenza della pubblica opinione, la vera cartina al tornasole della politica efficace.
E l’efficacia delle proposte deve essere evidente sin d’ora, a pochi mesi dalle elezioni e soprattutto a pochissimo tempo dalla finanziaria che deciderà il destino della CdL. Diamo qualche esempio?
Rifondare la sinistra?
La franca proposta di Achille Occhetto e l’altrettanto e più chiara controproposta di Felice Besostri aprono una discussione che sarebbe peccato mortale lasciar perdere.
Ricorrono in questi giorni i dieci anni dell’Appello all’Unità della Sinistra promosso da Sergio Garavini. Era appena caduto il Governo Berlusconi e Dini aveva preso il suo posto. Garavini, con una pattuglia di deputati di Rifondazione, di cui non era più Segretario, aveva preso le distanze dal partito e formalizzato il voto a favore del Governo Dini che rischiava di non passare. Scelta difficile ma giusta che pose Sergio nel guado tra la sinistra rappresentata dal PDS, poi divenuto DS, e RC. La teoria delle Due sinistre, una di interposizione parlamentare e l’altra più radicale, aveva convinto Sergio della necessità di scrivere un Appello che firmammo in massa, ritenendo possibile uno spazio politico di interlocuzione e quasi fattibile l’operazione partito di cerniera che poi nel 1998 fu costituito, con ben altre premesse, da Cossutta nel PDCI.
Dopo aver letto Occhetto, che va ben oltre nella sua analisi, questa appare storia lontana, ormai superata ma con qualche distinguo. Non solo è morta la “teoria delle due sinistre”, quella di governo e quella radicale ma è anche impacciata la distinzione tra riformisti di destra e di sinistra. Senza dimenticare che tra i progressisti del 1994 c’erano tantissimi conservatori della sinistra, ma comunque sempre conservatori ed anche per questo gli italiani scelsero quello che sembrava o si spacciava per l’Innovatore, il non-politico-venuto-da-lontano, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.
Effettivamente una novità Occhetto la pone sul piatto della discussione: il ruolo della società poco impegnata in politica, ma non per questo poco interessata, che pure è tentata dal terreno riformista e progressista, ed il suo difficile coinvolgimento. Quell’area laica, riformatrice e vigile sulla scena politica che aspetta da tempo un cambiamento sulle regole, sui servizi, insomma sulle “cose da fare”. Ma è in questo terreno che Occhetto non fa giustizia a sé stesso ed al processo razionale che vuole intraprendere.
1) Innanzitutto il Progetto o il Programma resta confinato in un limbo indistinto non comprensibile e, se vogliamo, un pò incerto. Besostri ha ragione quando chiama in palla il metodo elettorale, gli schieramenti: Ma forse c’è qualcos’altro. Innanzitutto il ruolo dello Stato e quindi quale politica di Stato? Una politica cioè improntata ad un chiaro ricorso alla sussidarietà che inevitabilmente porterà il privato, con i suoi interessi a sostituire lo Stato nelle sue funzioni principali di offerta dei Servizi al Cittadino ovvero Stato quale organo assoluto di garanzie costituzionali e di diritti fondamentali?
Abbiamo forse paura o lo riteniamo cosa vetusta parlare di una impronta solidarista che vede lo Stato al centro della politica? Specie quando essa concerne l’erogazione e l’offerta dei principali servizi cui la stessa Costituzione si ispira, dalla Sanità, alla Istruzione, alla Ricerca, alla stessa Mobilità oggi ineludibile prerogativa dell’economia post-industriale e premessa per lo sviluppo economico. Orbene, questi non sono solo servizi ma diritti fondamentali all’esistenza, alla cittadinanza, alla partecipazione ed alla qualità della vita. Se tirassimo in ballo i diritti del cittadino-consumatore-utente non potremmo intercettare nuovi bisogni e nuove aspettative? Ma il problema è: il politico sa leggere nel pensiero del cittadino o pretende che avvenga l’opposto?
2) perché se, in pratica può servire ai fini di tattica parlamentare, limitare il dialogo politico, in una sorta di conventio ad excludendum, tra DS e Rifondazione, ciò però comporta l’emarginazione di aree fortemente interessate a quello che Occhetto chiama Progetto. Specie se il tutto debba restare nel limite di una pura comunicazione e collaborazione, e spesso di una polemica fra insediamenti politici diversi anche in prospettiva, e realizzandosi, quando possibile, solo nell’ambito di specifici impegni e obiettivi determinati, possibilmente a breve-medio termine. Oppure, se questa attuale diversità non è fissata come discriminante pregiudiziale, impegni e obiettivi comuni possono diventare una piattaforma organica allargata ad altre aree, se si lavora per porre le basi reali di una sinistra alternativa reale, per produrre una nuova partecipazione nel paese ed in vista di un soggetto politico autonomo e fortemente rappresentativo.
Quando, bene o male, si è posto il problema di colmare l’enorme vuoto lasciato dal disfacimento del movimento operaio, la sinistra non ha trovato argomenti nuovi per essere rappresentativa e non poteva perché non ha intercettato le esigenze, i problemi, i meriti ed i bisogni del Paese. Nel colloquio a distanza tra Occhetto e Besostri, personalmente vedo ancora aspetti di contrapposizione tra distanti, non tanto per le cose che dicono bensì per come le dicono. Il concetto di maggioritario che certamente non è disdegnato da Occhetto è francamente criticato da Besostri che interpreta il proporzionale corretto la forma di tecnica elettorale più garantista delle minoranze mentre l’ex-segretario PDS tende a interpretare un ruolo maggioritario che deriva dall’essere stato a lungo in una minoranza di forza o comunque partito espressivo di una massa.
Ma il partito di massa non c’è più e le esigenze della società italiana sono talmente articolate da richiedere più varianti politiche, più espressioni pseudo-partitiche che poi finiscono per essere comitati elettorali.
Tutto quanto sopra non toglie che sia benvenuta l’epoca della discussione, purchè produttiva, come sembrano avviarla i nostri due protagonisti e che speriamo sia lontana da discussioni nel ridotto di una stanza anche allargata (nei telegiornali è spesso visibile, anche questa è democrazia) che sembrano vertere sulle cose da fare quando poi invece si chiacchiera solo di spartizioni di collegi elettorali, e l’epoca è già questa.
(maggio 2005)
Il cantiere visto da vicino
cronache dalla Fabbrica del programma
Nella due-giorni romana (6-7 maggio,2005) “Fuori Programma–cantiere per il futuro”, organizzata da associazioni, centri sociali e quanto può essere contenuto nella stretta e parcellare definizione di “sinistra radicale”, finalmente una sinistra propositiva, che tira fuori i temi dagli schemi vetusti, da l’addio alla demonizzazione e si prepara a costruire le regole per le regole del futuro governo.
Certo, i rituali sono quelli consueti della sinistra auto-referenziata, ma la ampia partecipazione di circa 37 tra associazioni e riviste (Articolo 21, Rinascita della sinistra, Il Manifesto, Micromega, Microchip, Nuova Ecologia) garantiscono una presenza propositiva auspicata e non ancora vista.
Notare dunque i singoli e le singoli associazioni più che i gruppi politici organizzati, che questa volta hanno ceduto alla marea che “viene dal basso”, è un buon segnale, confortante per chi è allergico alla nomenklatura.
Di certo questo segnale decreta la fine storica dei girotondini, di quel movimento che non ha saputo darsi regole, piccola riedizione sessantottina e che ha mostrato solo l’insofferenza dei “ceti medi riflessivi”, anche se ha indubbiamente scosso le coscienze libertarie e legalitarie contro il berlusconismo rampante.
Indipendentemente dalla variegata composizione, si respira aria di novità per il semplice fatto che da personaggi non ancora noti al mondo politico (Petrella, Nerozzi) vengono indirizzati ad un Romano Prodi, presente e partecipe, forti richiami ai problemi più pressanti che il prossimo governo dovrà affrontare. E dunque ci si muove subito su due fronti: da un lato si chiedono a Prodi proposte concrete ma dall’altro le regole per la fabbrica del programma perché ogni buona fabbrica che si rispetti deve avere il suo consiglio di fabbrica e la sua rappresentanza sindacale.
Prodi non smentisce ( in parte conferma) e va sul piatto dei problemi mettendo le mani avanti: “ sbaglia chi pensa che abbiamo già vinto: una cosa le regionali, un’altra le politiche, dovremo confermare i voti che sono stati prestati alla sinistra”. Ottima partenza, con le giuste distanze dal Blair, semivincente, con i nonostante che la stampa del mattino ha già valorizzato. Un Prodi in cabina di regia pronto a divincolarsi da ogni ossessione e tentazione di demonizzazione e che mette in guardia la vecchia nomenklatura: dovremo ascoltare tutti e dovremo dare risposte ai singoli problemi.
Che non tardano ad arrivare: i migranti e le loro necessità, mai più centri di accoglienza che assomiglino a campi-lager, cancelliamo la Bossi-Fini. Ma poi viene il problema più sentito: i Beni Comuni, a partire dall’acqua.
Che il 25% della popolazione mondiale utilizzi il 98% delle risorse energetiche, acqua compresa, è un’assurdità che va subito rimossa, per quanto è possibile da parte italiana. Che poi sempre quel 25% utilizzi il 100% dell’aria respirabile rendendo l’aria il sacco della spazzatura delle sue scorie aeree, è inimmaginabile. Prodi avverte che il protocollo di Kyoto, come già molti di noi avvertirono il 16 febbraio, giorno della sua entrata in vigore, è solo un timido passo in avanti ma bisogna pur cominciare con qualche regola. E qui viene fuori il Prodi migliore: un giusto mix di metodi e di problemi specifici cui si devono dare risposte.
Sul tappeto le questioni urgenti: par condicio e nuove regole per il futuro assetto radiotelevisivo. La presenza del Ministro zapateriano Garcia Castillejo suona la carica per una possibile riedizione del modello spagnolo in tema di telecomunicazioni. Innanzitutto un modello finanziario in cui l’apporto commerciale è limitato al 40%, con il restante apporto statale (50%) ed un flottante di ricavo da prodotti. Un processo di territorializzazione da integrarsi con le radio-TV locali ed un assetto dirigenziale sganciato dal potere politico ed al Governo, un CdA rappresentativo e pluralistico. cancellazione del sistema Auditel , sostituito da un nuovo sistema di rilevamento che miri alla valutazione della qualità (Qualitel). Insomma qualche idea in più.
Così come è articolata la proposta di un nuovo Welfare che integri assistenza e pensioni in un mix controllato ed ottimizzato. Dare spazio al territorio, con una maggiore offerta di salute e prevenzione, riorganizzare il sistema pensionistico per garantire una pensione a quella fascia di età, ora giovanile, ma che fra 30 anni non avrà la copertura pensionistica; un sostegno ai giovani per l’ingresso nel mondo del lavoro per il quale dovrebbe essere comunque fortemente rivista la legge 30. Compito tra i più ardui che dovrà affrontare il prossimo Governo.
Rivedere la nostra prospettiva legislativa nella scuola per ora a doppio binario: vocazionale ed obbligatoria ma che con la Riforma Moratti sarà sempre più vocazionale: più si è ricchi, meglio si può studiare e quindi avere gli strumenti per conservare la ricchezza! Con tutto il rispetto per chi ha composto la Hit Parade degli errori del Centro-destra, questa è una delle più grandi fratture della società del nostro tempo.
Ciò posto, era prevedibile che molti argomenti restassero nell’ombra. Ad esempio quello energetico. È di queste ore l’accordo Berlusconi-Chirac per il concorso dell’ENEL nella costruzione di centrali nucleari ( sembrano due al momento) da realizzarsi sul suolo francese con capitale italiano, per devolvere a quest’ultimo mercato l’energia ricavata. In pratica come aggirare, senza consultazione alcuna, neanche parlamentare, il divieto esplicito del popolo italiano di far ricorso, diretto od indiretto ad energia nucleare, sancito nel referendum del 1987.
Ancora una volta il Governo pro-tempore prende in giro gli italiani e rincara la dose, così come è avvenuto a Catania per l’ultima fase di campagna elettorale, offrendo merce avariata: fondi europei e grandi opere. Non occorre la palla di vetro per predire il ritorno di Enzo Bianco a palazzo dell’Elefante, sperando che questa volta non si limiti a mettere solo qualche vaso di fiori in più in via Etnea.
Dunque una due-giorni positiva nei metodi e per i problemi affrontati che ha delineato un Prodi in salda cabina di regia, i movimenti e la sinistra radicale in fase propositiva, il futuro delle nostre Forze Armate dentro i confini italiani, i nostri ragazzi a casa presto.
Ci sono in nuce tutti gli elementi perché si possa intravedere un futuro propositivo e forte di una sinistra multicolore unita e determinata e forse una rappresentatività più trasparente.
(maggio 2005)
S.P.V. Se Palmiro Vedesse
Cronache delle Ottobrate romane del 2005. Se Palmiro Togliatti, a Piazza del Popolo, domenica scorsa avesse visto questa sinistra, si sarebbe messo le mani nei capelli. Nel mio minimo l’ho fatto anch’io malgrado l’esiguità del materiale epiteliale. Capitanata da un Prodi privo di grinta e di efficacia, costretto alla lettura ed il cui ricorso a frasi fatte e prevedibili era costante, questa sinistra impacciata tra un Cossutta che non ha nulla di meglio che portare a spasso i suoi futuri candidati, e un Di Pietro che perde 500 mila voti ad ogni competizione elettorale e che si fa portatore di legalità, di una politica della trasparenza, affatto smentite dal povero Giulietto Chiesa che era incappato nell’IDV, questa sinistra fatta di pezzi incollati a malapena, a soli otto mesi dalla competizione elettorale decisiva, non sa tirare fuori un briciolo di programma alternativo a questa destra e sappia proporre una:
- Politica di pace e di contenimento delle spese militari, degli sprechi amministrativi e dell’evasione-elusione fiscale;
- politica dei redditi per le fasce sociali, contro gli sprechi;
- politica di energia alternativa e di sviluppo compatibile anzi che sostenibile;
- politica di sviluppo della ricerca e dell’università, combattendo le ingiustizie e le iniquità;
- politica degli emarginati e dei diseredati per combattere le nuove povertà;
- politica di corretta amministrazione degli organi statali;
- politica sanitaria volta alla soddisfazione delle necessità elementari delle fasce meno abbienti, dando l’addio una volta per tutte alle privatizzazioni nei settori di interesse pubblico e ritornando al vecchio, per nulla obsoleto, concetto di “Più Stato per i bisogni della gente”.
Non solo, ma nella manifestazione di protesta contro la Finanziaria, di tutto si è parlato fuorché di questo, non è venuto neanche un cenno di programma, abbiamo solo assistito ad una passerella, peraltro muta, di Nomenklatura aggiornata, pronta alla candidatura. Ma come si può pensare di votare un piano di sviluppo per l’università quando si pensa di candidare qualche rettore, sommerso dai ricorsi giudiziari, che ha flirtato a lungo con la destra e con lo stesso Ministro Moratti per poi prenderne le distanze in tempo utile?
Come si può votare una sinistra alternativa che di alternativo non ha più nulla e che continua a pasticciare con gli interessi legittimi dei lavoratori, dalla Legge 30 in poi, con la gravissima situazione in Iraq, su cui sono tutti d’accordo che si è in totale disaccordo, come si può votare una sinistra fatta di comitati elettorali che ha il solo scopo, in questo accomunata a questa destra becera, di durare, solo durare e di portare in Parlamento non esperti, non gente perbene ma i collettori delle tessere, delle truppe e degli interessi lobbystici?
A cosa servono le primarie se non per riassettare i giochi interni in vista delle candidature, del numero dei collegi da attribuire, con l’occhio lungo alla distribuzione delle poltrone ministeriali e sottoministeriali? No, compagni, questa non è la sinistra che conoscemmo, è solo un Comitato Anti-Berlusconi.
Votiamo pure Prodi turandoci ben strette entrambe le narici ma poi ripensiamo davvero una sinistra che non abbia paura di tornare a pensare anche ideologicamente.( ottobre 2005).
Pillole di programma
1. Privatizzazioni, risorsa o debolezza?
È di queste ore il dibattito sulla crisi economica e la sua possibile soluzione mediante le privatizzazioni. Il problema che ci poniamo è se questa è una soluzione che preveda o meno margini di sviluppo ovvero non sia uno strumento politico di innesco di una manovra di carattere più ampio che preveda il sistematico assalto allo Stato ed a quello che esso rappresenta.
Ci rifacciamo anche alla lettura di “Più poveri ma brutti”, un editoriale ricco e fertile di spunti di Romano e Ferrari che danno una chiara idea delle privatizzazioni, in Italia ed in Europa negli ultimi 20 anni. Il problema è acuito non solo dalle insistenze del nostro Premier che non avvengono quasi mai per caso ma rispondono ad una tecnica comunicativa ben precisa: l’esternazione che sembra casuale ma che è sempre causale, ossia foriera di nuove & “brillanti idee”. Che la politica del centro-destra sia iperliberista, addirittura più a destra della stessa Confindustria, lo registriamo ogni giorno con lo smantellamento dell’intervento pubblico e solidaristico; basta seguire l’iter parlamentare con gli emendamenti-farsa sulla cosiddetta Legge Moratti che sta consegnando ai privati scuola, formazione, università e ricerca. Basta andare in Lombardia per assistere allo smantellamento sistematico della sanità pubblica, che pure ha assicurato ben l’86% del PIL lombardo, a favore di privati convenzionati, con il grave rischio che si ripetano fenomeni di corruzione e malaffare, sempre possibili nel circuito sanitario. La politica della privatizzazione obbedisce a regole precise che sono state poste in essere dal Governo Amato (1992) in un momento di gravissima crisi economico-finanziaria e per far fronte al buco nero del debito pubblico. Tuttavia essa rappresenta una politica di cambiamento dell’asse strategico della produzione industriale, della diversificazione economica e della fase di redistribuzione del prodotto. Quindi uno strumento che non solo obbedisce a regole economiche ma segue anche norme di impostazione politica. Privatizzare dunque è lo strumento di spostamento in senso liberista della produzione che obbedisce solo ed esclusivamente alla legge del profitto per pochi. Dunque in termini forse antichi ma sempre validi una sorta di plusvalore emergente che abbatte la redistribuzione del reddito, esattamente l’opposto di quello che predicava Ugo La Malfa, che marxista certo non era.
Sotto un profilo strettamente economico, poi, le privatizzazioni in Italia non hanno affatto contribuito ad accrescere il valore dell’impresa ma paradossalmente, lo affermano anche Romano e Ferrari, “ hanno ulteriormente indebolito il sistema economico nazionale. Infatti, all’imprenditoria privata non è sembrato vero – attraverso le privatizzazioni di reti pubbliche e servizi – di avere-creare occasioni di attività, in massima parte svolte al riparo della concorrenza dei paesi emergenti di maggior successo. Le stesse banche d’affari hanno intravisto da subito i guadagni potenziali, che avrebbero potuto realizzare con le privatizzazioni, diventando parte indispensabile del meccanismo.
Quale modello di sviluppo dunque può essere possibile per conciliare progresso sociale, redistribuzione paritetica del prodotto, e quindi relativo benessere, con lo sviluppo industriale e del capitale? Ricette non ne ha nessuno, specie in questo momento di grande sofferenza dei mercati per la rilevante egemonia dominante che la globalizzazione ha creato a favore di Holding a capitale straniero, tuttavia non possiamo che valutare lo status quo con una profonda delusione e quasi inquietante bilancio del processo di privatizzazione. .
Spacciata per la panacea e la soluzione dei problemi economici infertici dal centro-destra, che si sono sommati ad alcuni carenze dei precedenti Governi, abbiamo dolorosamente constatato che la cartolarizzazione dei Beni dello Stato a malapena ha assolto alcuni debiti che il DPEF 2005 voleva sanare.
Siamo dunque di fronte ad errori complessivi della gestione economica o c’è qualcos’altro nella programmazione economica che ci sfugge e che rientrerebbe in un piano preciso?
L’Italia occupa il secondo posto, tra i paesi di area Ocse, per valore di introiti, e il primo a livello europeo, nella cessione ai privati delle imprese pubbliche. Dal 1994 al 31 dicembre 2003 lo Stato ha ceduto quote di proprietà pubblica per un ammontare di quasi 90 miliardi di euro. Ma è solo negli ultimi anni che avviene la svolta, nel 2003 quando il paese assume un ruolo ben diverso con il suo 34% delle privatizzazioni mondiali nel 2003, cioè molto al di sopra dei picchi, già alti, del 1997 (14%), 1999 (15%) e del 2001 (15%).
È in questi anni che avviene la cessione di alcune società che segna il declino della presenza pubblica in economia. In particolare la cessione alla CDP (Cassa depositi e prestiti) di una quota del 10, 35% del capitale dell’Enel, di un pacchetto pari al 10% del capitale Eni e del 35% del capitale di Poste italiane, la vendita del 30% del capitale sociale della Cdp (1.050 milioni di euro) a favore di 65 Fondazioni bancarie (Monte dei Paschi, San Paolo, CR Province lombarde, etc.). Viene venduto lo storico Ente tabacchi italiani (100% del capitale), ed inoltre si modifica l’intero assetto delle partecipazioni pubbliche: 62, 33% Alitalia Spa; 50, 63% Enel Spa; 20, 32% Eni Spa; 32, 30% Finmeccanica Spa. Mentre ci sono ancora partecipazioni significative e/o comunque pari al 100%: Anas Spa (100%); Cdp (70%); Ferrovie dello Stato (100%); Poste Italiane (65%); Rai Holding (100%).
Corretta l’analisi di Romano e Ferrari che si rifanno proprio al Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) per il 2005: «Grazie alla manovra di aggiustamento e sviluppo che si intende attuare con la Legge finanziaria, con eventuale provvedimento collegato e con le operazioni di privatizzazione, cessione di crediti e di immobili ed altri attivi per un ammontare complessivo di circa 100 miliardi di euro nel quadriennio 2005-2008, il rapporto debito-Pil è previsto scendere al di sotto del 100% nel 2007». (Fig. 4).
Il problema che noi oggi ci poniamo è essenzialmente di tipo programmatico. Se questa è la politica del centro-destra, che si avvale di leve di questo tipo per un processo di destrutturazione pubblica a favore del privato, o di alcuni privati, il Governo che noi vogliamo, quello cioè di sinistra-centro, dovrebbe prevedere un processo di sviluppo industriale che coniughi i seguenti elementi:
risanamento del debito pubblico, senza le privatizzazioni o riducendole al minimo;
processo di innovazione e sviluppo industriale;
stabilità dell’offerta dei servizi , che devono essere identificati in primari sociali quali scuola, sanità, trasporti altri gestibili da Pubblic Companies, che rilancino l’offerta energetica e di acqua.
Elenchiamo in appresso le motivazioni economiche e finanziarie delle privatizzazioni in base alle quali si auspicava un netto miglioramento:
- l’efficienza delle attività produttive,
- ridurre le interferenze politiche;
- dare maggiore spazio alla libera iniziativa.
- aumentare la competitività dell’offerta riducendo i suoi costi per la molteplicità.
Questi intenti, sul piano teorico, ancora reggono all’insulto dei fatti ma alcune di queste premesse sono venute meno, tranne che per i telefonici, laddove al monopolista si è sostituito un trust di oligopolisti, in grado di ridurre, sia pure in parte, i costi al pubblico. Ma ciò non è avvenuto per i trasporti, specie quelli aerei, laddove alla privatizzazione si è preferita una deregulation che ha abbassato le tariffe ma ridotto i livelli di sicurezza, affidabilità e convenienza. Con il risultato, sotto gli occhi di tutti, del tracollo dell’Alitalia, finanziario, d’immagine e di competitività. Lo stesso dicasi per l’assoggettamento dell’’industria Automobilistica, tutta sotto l’egida della FIAT. Il comparto FIOM sa bene qual è il destino di migliaia di operai metalmeccanici destinati alla cassa integrazione, se non licenziamento, quando salterà il comparto auto. Vi è poi il ruolo difficile di ENI ed ENEL nel riassetto del Piano Energetico Nazionale. Il fabbisogno energetico richiede una pronta disponibilità che non essendoci va trovata sul mercato: Francia, Germania e Svizzera riversano sul gestore della rete (GRTN) il fabbisogno richiesto. Queste nazioni possono erogare un surplus di energia, essendo dotate di circa 25 centrali nucleari. Tuttavia, come dimostra la FIG. 5, la loro emissione in termini di relativi gas-serra, emessi da produzione energetica, è pari se non superiore a quella italiana. Si deduce che l’apporto di Nucleare non costituisce valore aggiunto positivo ma valore aggiunto negativo perché non limita o riduce le emissioni serra. Inoltre già negli USA è stato definitivamente abbandonato il progetto nucleare per il costo sempre più elevato ( 4-5 cent per watt, a fronte dei 3 con fonti rinnovabili e 2, 5 con fonti tradizionali). Né in Italia i nostri pochi laureati in Fisica nucleare ( inferiori ai 25/anno) presentano un Know-How idoneo a sviluppare una progettistica valida ed affidabile.
Al contrario viene incentivato in Italia il progressivo ricorso al Carbone, che viene di fatto limitato nei paesi europei, ma non in quelli di futura acquisizione ( Ungheria, Rep. Ceca, Moldavia, Bielorussia). Un esempio recente: la riconversione a carbone delle centrali Enel di Civitavecchia e di Montalto di Castro ha scatenato un’ ondata di proteste da parte dei comitati locali anche perché la situazione sanitaria dell’area interessata è già critica per l’ alta percentuale di tumori, leucemie e patologie infantili come l’ asma bronchiale. Basti pensare che una Centrale, a ciclo combinato o turbogas, da 800 megawatt produce PM10 pari a 200 mila vetture/die mentre a carbone la medesima inquina quanto 500 mila vetture/die.
Quindi il motto prossimo venturo dovrà essere NO NUC -NO COK.
Come si vede la matassa è assai intricata: dai problemi di fabbisogno si discende alla tipologia di distribuzione del prodotto, alla sua gestione economica ed ai fattori politici che vi sottendono. Non certo le sole privatizzazione, ma occorre trovare, e subito, una politica di produzione che si concili con quella dei redditi. (febbraio 2005)
2. Il difficile reperimento delle risorse energetiche
Dalle indiscrezioni della stampa abbiamo appreso che Romano Prodi partirà con un Tir per affrontare le primarie. Verosimilmente a gasolio. E deve far presto perché secondo le pessimistiche previsioni dell’ASPO, Associazione di studio del picco del petrolio, le scorte di greggio potrebbero essere agli sgoccioli già entro il 2010. Secondo la Cibc/wm la domanda di greggio a scopi industriali ed urbani appare in netto aumento rispetto la complessiva offerta a livello mondiale, (Fig. 6). Questo significa che, in assenza di energia alternativa, potremmo trovarci entro dieci anni senza fonti energetiche. I 12 milioni di barili che si prevedono in estrazione supplementare da nuovi giacimenti serviranno a colmare eventuali perdite da altri giacimenti esauriti. I più ottimisti, come Chris Skreboswski, indicano che la dotazione mondiale di greggio si assesta sui 2 mila miliardi di barili, di cui metà già consumata. Siamo dunque comunque in fase di calo produttivo, anche se non si è d’accordo su quando la cessazione definitiva avrà luogo.
Il mondo capitalistico, basato sulla produzione incontrollata di energia da fonti fossili non rinnovabili, paga così il peccato di presunzione e la mancanza di proiezione al futuro, non avendo esperito altre possibilità di fonti rinnovabili. Questo ci dà lo spunto per alcune considerazioni.
1) L’Unione dovrà fare i conti, in caso di vittoria elettorale, con il gravissimo oil deficit, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti per aumento del costo del barile che si prevede possa salire dagli attuali 66 dollari ai 100 entro quattro anni (2009). A ciò si aggiunga che l’aumento del costo del greggio e soprattutto la sua costanza nell’ascesa, comporta un processo inflazionistico medio dell’1-1,5% annuo per questa sola causa. Il Governo non potrà mantenere a lungo le accise a titolo elevato e pertanto dovrà ripianare ricorrendo ad altre fonti di incetta fiscale. Quindi, bene o male, si dovrà ricorrere ad un aumento della tassazione, diretta od indiretta, accelerando così la spirale inflazionistica, sia pure attraverso il giogo della recessione (stagflation) per riduzione dei consumi.
2) a questo punto Prodi dovrà spiegare a noi tutti che non bastano più gli slogan che spaziano dallo sviluppo sostenibile alla cura del ferro perché le parole non costano ma questa volta in campagna elettorale vogliamo i fatti, ecologicamente corretti. Lo richiedono le migliaia di morti all’anno per smog ed i 10 miliardi di euro spesi in cure per malattie da inquinamento. Prodi dovrà anche spiegarci se indica come prioritarie le scelte in tema di energia rinnovabile, di energia fotovoltaica e, perché no, eolica che tanto disgusta alcuni Verdi doc ma che, pur deturpando il paesaggio, comporta la risorsa di quei 8-10 mila MegaWatt che risolverebbero il nostro costante deficit energetico:
3) Prodi dovrà spiegare anche cosa intende fare, in caso diventasse Premier, per sviluppare quella ricerca scientifica che è essenziale per rimuovere il gap del nostro Paese in tema sanitario, energetico e di sviluppo territoriale. La drammatica incapacità di prevedere il trend delle scelte future ha fatto sì che si navigasse a vista per troppi anni e che l’ultimo governo navigasse a svista continua, incoraggiando spese pubbliche impossibili ed in contrasto con quanto sopra esposto. Continuare ad investire nelle opere stradali, nelle bretelle, nelle autostrade, in assenza di alternative energetiche, risulta essere un tragica contraddizione in termini.
4) Nel caso malaugurato che tali tematiche non venissero ritenute prioritarie per il futuro del Paese, ma francamente non lo crediamo, una politica, priva di tali connotazioni, non potrà essere ancora considerata di avanguardia. Da esperto economista, di certo Prodi finalmente chiarirà l’apparente contraddizione tra sviluppo industriale e del territorio urbano con la salvaguardia ambientale. Come noto, i due termini sono sempre stati considerati antitetici fin tanto che non si è apprezzato che investire nell’ambiente è molto meno oneroso che perseguire uno sviluppo ecologicamente scorretto. La vicenda del Protocollo di Kyoto lo dimostra senza ombra di dubbio: i Paesi che hanno riconvertito in senso ambientalista la produzione industriale sono quelli che oggi vendono le quote d’aria e che risparmiano in termini di risorse e di penalità che non versano più.
5) Il Governo pro-tempore ci lascia in eredità una servitù ecologica caratterizzata dalla conversione di alcune Centrali da ciclo misto a carbone, come Civitavecchia; dalla riduzione del finanziamento per le infrastrutture urbane (corsie preferenziali e nuovi tracciati di metropolitana: basti pensare che il Governo D’Alema aveva lasciato in eredità 125 milioni di euro, per nuovi percorsi metro); dall’incremento sensibile delle polveri sottili ad ogni inverno per mancanza di provvedimenti sui carburanti etc. E soprattutto ci lascia il seme del nucleare come ipotesi di lavoro buttata lì quasi per caso. La sinistra non deve cedere a queste tentazioni e deve far proprio lo slogan “no nuke-no coke” per sgombrare il campo da possibili equivoci antiecologici.
6) Dunque siamo vicini ad una condizione di Primary Oil Deficit che ridurrà progressivamente la capacità di offerta mentre la domanda è in crescita per lo sforzo produttivo di molte nazioni asiatiche, come la Cina, l’India e la Corea e che, bene o male, sono al riparo dalle limitazioni del Protocollo di Kyoto proprio per incrementare lo sforzo produttivo. Tale considerazione indica che a medio termine dovrà salire ulteriormente il prezzo del greggio proprio per riduzione dell’offerta ed aumento della domanda. Allora ci si chiede come mai il prezzo del greggio è già nell’agosto 2005 salito a quota 66 dollari al barile anticipando di qualche anno l’oil deficit primario. La risposta è complessa e non obbedisce ai canoni classici delle leggi economiche. Siamo in presenza di una drammatica lotta tra dollaro ed altre divise, tra Stati Uniti ed altri paesi che cercano di divilupparsi dalla morsa americana che da due anni sta coinvolgendo il globo in una guerra, quella iraquena, che tutto prevede tranne che l’esportazione della democrazia. Bloccare il mercato del petrolio, limitare le esportazioni irachene, condizionare il modello di approvvigionamento, con un aggiotaggio statunitense che si aggira sul 9% delle riserve mondiali, in pratica avere in mano i rubinetti dell’oro nero sono stati i veri obiettivi di un’America spinta alla riconquista dei mercati finanziari per una forte ripresa del dollaro attraverso la crescita del prezzo del greggio. Ed in tutto questo le holding russe (Nafta, Gruppo Abramovich et altri) hanno cooperato perché il mercato dell’oro nero entrasse nella spirale del duopolio delle Compagnie texane e quelle russe.
Le ripercussioni sul nostro mercato sono immediate: ne deriva un costo aggiuntivo per le nostre famiglie, sin da subito, dal prossimo ottobre, costituito da un aggravio di circa 80 euro/anno per famiglia, in termini di energia elettrica + gas, e di circa 270 (+/- 100) euro/anno per i carburanti. Un impegno collettivo stimato su 5,5-6 miliardi di euro, verosimilmente destinato ad ascendere fino ai 20 mld di euro. A cui si devono aggiungere circa 25-30 euro/anno/per famiglia da imputare al Protocollo di Kyoto per surplus di quote di anidride carbonica e quindi da debito contratto nell’emission trading. Quanto basta per creare ulteriore perdita di acquisto dell’euro, nuove povertà e maggiore indigenza. Quanto basta per chiudere finalmente la partita perdente con il petrolio ed aprire, se possibile, un varco con le energie alternative. Anche di questo Prodi dovrà tener conto se vorrà tracciare un moderno piano di sviluppo del paese.
7) Occorre dunque che Prodi, con il suo corredo di nozioni di economia industriale, sia pure aggiornata ed arricchita dei nuovi capitoli di riconversione ambientale, dia al Paese un’immagine nuova e proiettata nel futuro pulito, ricorrendo ai fatti senza cedere all’ecologismo di maniera ormai demodé.
8) Ancora una volta: spostiamo la discussione politica su temi concreti che la gente comune, il salariato, l’operaio sentono sulla propria pelle come vitali. Altrimenti qualcun’altro ne approfitterà.
(settembre 2005)
3. Dalla Legge Obiettivo alla Tav
In queste giorni, qualunque possa essere l’esito del Berlusconi III, si consuma la fine dell’illusione che è stata ammannita agli italiani caduti nella trappola del miraggio. Questo è stato costruito con una serie di promesse tra cui spiccano la riduzione delle tasse e la Legge Obiettivo. In evidente contraddizione con un minore introito fiscale, la previsione delle Grandi Opere ( Alta velocità, Autostrade e bretelle) è miseramente fallita prima di ancora di nascere.
In questi giorni avrebbe dovuto essere completato l’iter ( poi per fortuna è slittato) per la presentazione delle offerte alla Società Ponte dello Stretto di Messina, da parte delle tre cordate (Impregilo, Astaldi e Strabag) per il ruolo di General Contractor, ossia ruolo di costruttori e gestori futuri. Chimera assoluta, il sogno del Ponte sullo Stretto di Messina è proprio irrealizzabile. Lo affermano esperti di fama europea nella Valutazione di Impatto Ambientale. Uno studio recente del Prof. A.Guerricchio indica nell’instabilità della costa calabra il primo ed essenziale fattore limitante. Dopo aver speso cento milioni di euro in 20 anni di progetti, il Ponte, inserito tra le opere strategiche della cosiddetta Legge Obiettivo, si rivela un fallimento. Ecco perché. Innanzitutto il Ponte, progettato con campata unica di 3300 metri e largo ben 64 metri, comporta un rischio tecnologico elevatissimo. I ponti più lunghi oggi esistenti sono stati calcolati sfruttando già al limite estremo la resistenza dei materiali. Con il Ponte di Messina si andrebbe verso il raddoppio delle lunghezze, con una crescita esponenziale dei rischi. Ma l’Ingegneria italiana, che una volta aveva posizioni di eccellenza in vari settori, oggi si trova in condizioni, pietose, e quindi non è assolutamente in grado di affrontare un’impresa casi incerta, e rischiosa.
Ma, ammesso pure che si possa dimostrare la fattibilità tecnica dell’opera, converrebbe davvero costruirla? Assolutamente no, perché il Ponte di Messina costituirebbe solo una costosissima opera inidonea a risolvere i problemi reali. Infatti il traffico attuale, di circa 8400 tra vetture e autotreni, al giorno, pur con una previsione ottimistica dl crescita fino al 2030 fino a 25.000 vetture, non è una base sufficiente per un progetto che prevede una larghezza fino a 12 carreggiate. In pratica, il Ponte è progettato solo per tenere sé stesso, il rapporto costo/beneficio è sproporzionato alla massa di traffico, sia quella attuale sia quella prevista per il futuro, e non appare struttura idonea né ad aumentare l’occupazione nè tanto meno è autofinanziabile. Gli introiti ottenibili non sarebbero sufficienti neppure a pagare gli interessi e quindi i costi non si ripagherebbero mai. Proviamo comunque a fare due conti: i circa 10 miliardi di Euro di spesa possono essere ammortizzati, con i pedaggi, solo se l’ammortamento avviene a lungo termine, ad esempio 10 anni. Dunque va riassorbita una cifra che all’incirca potrebbe essere quantizzata in 1 miliardo di Euro/anno. Se il flusso medio previsto raggiungesse la quota di 9.000 autoveicoli/die, commerciali e privati, pari a circa 3.280.000 veicoli/ anno, il costo medio di pedaggio equivarrebbe a circa 305 € pari cioè all’importo che attualmente pagano non una ma 10 vetture. Tale costo scenderebbe a 30 €, cifra accettabile, solo se l’ammortamento prevedesse tempi biblici come i 100 anni. In ogni caso, il costo dell’attraversamento del Ponte aumenterebbe non solo per i passeggeri, turisti e persone fisiche ma anche e soprattutto per le merci.
Sempre nelle stesse ore in cui si doveva tenere l’asta, veniva registrata a Reggio Calabria una scossa sismica pari a circa 3, 7 gradi della Scala Richter, inidonea a evocare danni seri a cose o persone ma comunque idonea a smottamenti e frane che attualmente costellano tutta la costa calabra, viciniore a Scilla, dove dovrebbe sorgere il pilone calabro, proprio come afferma il Prof. Guerricchio.
A ciò si aggiunga che la gravità dell’impatto ambientale è testimoniata non solo dagli aspetti sismici e tettonici dell’area, ma anche dalla presenza dl rampe di accesso che altererebbero del tutto l’armonia del territorio di entrambe le sponde e la circolazione viaria di Messina. Non si capisce come mai non siano state prese in considerazione altre possibilità, a cominciare dal ponte tradizionale a più campate per finire all’ avveniristico “Ponte di Archimede”, che presenterebbe la massima compatibilità ambientale.
Ancora più semplicemente si potrebbe rendere più fluido e dinamico il traffico marittimo attuale, potenziandolo con traghetti di maggiore capacità e volume, come quello attualmente impiegato che è stato acquisito da Società Norvegese.
Non è dunque stato recepito il modello europeo della procedura di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), che ha portato decisive innovazioni nella realizzazione delle grandi opere pubbliche, utilizzando anche la partecipazione diretta dei cittadini all’intero processo decisionale. Il metodo con cui oggi si costruiscono opere di pubblica utilità, per migliorarne la qualità della vita, è radicalmente cambiato nel segno di una maggiore tutela e non più al servizio di qualche gruppo di potere. Oggi poi si utilizza un criterio di utilità socio-economica. Ne è esempio il modello europeo adottato per la complessa progettazione del Ponte di Oresund, a più campate con un’isola di scambio, che ha unito la Scandinavia all’intera Europa. Nel caso del Ponte di Messina si è rimasti fermi alla vecchia idea di unire un’isola alla terra ferma e null’altro, senza avere la capacità di pensare, come fecero i nostri antenati di qualche millennio addietro, che l’Isola può diventare un grande momento di sviluppo del Mediterraneo. Nulla è dunque cambiato da quando Giolitti nel 1895 ritenne inutile un possibile ponte“ se serve solo a trasportare quattro ceste d’arance”.
Le inchieste della Procura di Reggio Calabria hanno consentito di accertare la longa manus della n’drangheta e della mafia degli appalti che hanno appena finito di fare il consuntivo del Porto di Gioia Tauro e degli appalti sulla SA-RC.
Insomma tra sismi e dissoluzione delle coste di Scilla e Cariddi, appalti fraudolenti, promesse insipide ed irrealizzabili, il Ponte sullo Stretto resta comunque il simbolo delle assurdità concepite dal Governo-pro tempore.
Basterà aver vinto le Regionali, con un Presidente della Regione Calabria, Loiero dell’Unione ed uno della Regione Siciliana, in procinto di smarcarsi dalla CdL, per scongiurare il Ponte? Forse no, perché infatti la riedizione del Governo vede il massimo della concentrazione ministeriale nelle Infrastrutture (1 Ministro, 2 Vice, 6 sottosegretari), senza contare il neo-dicastero per lo sviluppo e coesione territoriale (leggi meridionale). Crediamo che questo dia il senso della forzatura sugli appalti, che verranno spacciati per il processo di sviluppo occupazionale nel Sud ma che in realtà serviranno al recupero elettorale: appalti da un lato, voti dall’altro! Insomma ci ritroviamo un Governo (Berlusconi) pre-elettorale con ben 99 componenti, 1 Presidente, 2 Vice, 10 Ministri senza portafoglio, 14 con titolo di spesa, 9 Vice-ministri e ben 63 sottosegretari. Intanto nessuno ci dice a quali capitoli di spesa si attingono i fondi per mantenere i nuovi entrati; in secondo luogo non basta elargire pseudo-riforme al Nord per tacitare la Lega e soldi al Sud per AN e UDC. Specie se quest’ultima ha iniziato proprio in Sicilia le prove generali di smarcamento con un Cuffaro in uscita dalla CdL ed in vista di una Lista Nuova Sicilia che traghetterebbe Cuffaro verso il centro-sinistra nell’isola e l’UDC verso un possibile grande abbraccio a Roma.
La spettacolare organizzazione logistica di cui Roma ha dato, finalmente, esempio, nel corso delle manifestazioni per il decesso di Giovanni Paolo II e poi per l’elezione del nuovo Papa, indicano che quando si lavora bene, si è sempre premiati. Il Sindaco di Roma, Veltroni ha dato un ottimo esempio di organizzazione logistica, consentendo a circa 5 milioni di persone che si sono avvicendate, di essere accolte in modo civile, organizzato, senza scontentare gli altri 3 milioni di residenti, come invece accadde durante il Giubileo del 2000. Con questa carta fiduciaria, Veltroni ha dimostrato di essere ottimo organizzatore e dunque politico da pole position. Teniamone conto!
(maggio 2005)
La protesta degli abitanti della Val Susa per la costruzione della nuova linea di alta velocità (TAV) esula dalla mera cronaca e si inscrive in una vitale politica di trasporti, urgente per la nostra economia e che merita risposte precise entro pochi mesi. E questo non interessa solo quella Valle ma l’intera Val Padana, se non l’intero Paese. Per dare un giudizio complessivo sull’opera, senza abbandonarsi da un lato alla protesta non motivata e dall’altro alla sua esaltazione a priori, occorre puntualizzare tre aspetti: 1) il piano europei dei trasporti; 2) le aspettative italiane; 3) i costi dell’intero progetto.
1) I progetti di viabilità europei, noti come piano Van Miert, prevedono, tra l’altro per l’Italia, l’inserimento dell’ormai famoso “Corridoio 5″, il Lisbona–Kiev, che è stato definito essenziale per i trasporti e l’economia del nostro paese. Tuttavia dobbiamo constatare che il piano pone interrogativi non marginali:a) in generale, le priorità indicate dal gruppo Van Miert sono troppe. Individuare ben 22 progetti prioritari vuol dire correre nuovamente il rischio di assistere a delle grandi opere incompiute. Non viene attuato in questo modo il principio della concentrazione delle opere che darebbe maggiore garanzia sulla fattibilità delle opere stesse. b) È grave che il “Corridoio 8″ non sia stato incluso nelle priorità delle reti europee. É tanto più grave perché questo implica la volontà di escludere la dorsale adriatica dalla mappa delle reti transeuropee, dal momento che l’elevato numero di progetti prioritari significa lasciare ben scarse possibilità di realizzazione alle opere non considerate tali. È una scelta che penalizza pesantemente tutte le Regioni adriatiche italiane e che appare in contraddizione con le prospettive di cooperazione nell’area dei Balcani. A ciò si aggiunga che è del tutto discutibile la scelta, fortemente voluta dal Governo italiano, di anteporre il ponte sullo Stretto di Messina alla realizzazione del Corridoio Adriatico, che avrebbe maggiori ricadute sul piano economico, e garantirebbe l’equilibrio tra lo sviluppo della dorsale adriatica e di quella tirrenica. c) Molto positivo per l’Italia sarebbe, invece, l’inserimento tra le opere prioritarie di un nuovo Corridoio Genova-Basilea-Anversa, che rappresenterebbe l’attraversamento alpino a servizio del Nord Ovest italiano. Scelta opportuna, ma in palese contraddizione con le intenzioni del Governo italiano che nella cosiddetta legge obiettivo non prevede alcun investimento su questa direttrice, preferendo rispolverare il vecchio progetto “Tibre” di collegamento delle aree tirreniche al valico del Brennero. Il piano Von Miert non tiene dunque conto di due aspetti fondamentali della questione: da un lato il compimento di opere regionali che siano complementari e quasi attuative dei grandi corridoi e dall’altro che, fondamentalmente, il traffico che investe l’Italia ha direzione Nord-Sud ossia si materializza al Sempione, Gottardo e Brennero. La ferrovia del Frejus ha portato merci per 8 milioni di tonnellate nel 1984 e per 6,9 milioni di tonnellate nel 2004, mostrando una tendenza in calo. Potenziare le direttrici Gottardo e Brennero significherebbe, potenziando le linee merci su ferro, decongestionare il traffico inquinante da e verso Svizzera e Austria, con grande sollievo dei nostri rapporti internazionali, spesso tesi per questo motivo.
2) Le aspettative italiane dai grandi corridoi sono dunque disattese perché il corridoio 5 esclude virtualmente le dorsali adriatiche e tirrenica. Attualmente in adriatico lo smaltimento delle merci che interessa 5 regioni ( Emilia-Romagna,Marche con tutto l’indotto della piccola e media industria, Abruzzo, Molise e Puglia, con il loro carico agricolo) è affidato a due sole dorsali su gomma, l’A14 e la SS16 che attraversa tutti i paesi costieri, nessuno escluso, creando disagio per la sommatoria di traffico locale a quello dei grandi trasferimenti. Mentre nelle regioni del versante tirrenico, l’insufficienza della programmazione ha portato allo stallo sulla messa in sicurezza della SS1 Aurelia e la riduzione del traffico merci sulla Genova-Roma. Si deduce la necessità immediata di strutturare una programmazione su ferro che “agganci” il corridoio 5 con due bretelle, adriatica e tirrenica, 5a e 5b, di cui la seconda succedanea al corridoio 8 Ancona-Istambul. In assenza di una programmazione italiana che si inneschi su quella europea e la integri, la Lione-Torino, e più in generale il corridoio 5, assomigliano ad un progetto faraonico, pressochè inutile e non funzionale per il trasferimento merci Est-Ovest. Paghiamo dunque lo scotto di assenza di programmazione su questi aspetti che il Governo attuale ha colpevolmente trascurato per dare luogo a progetti inutili come lo Stretto di Messina.
3) I costi dell’intero progetto esaminato gravano su Italia e Francia nella misura di 6,6 miliardi di euro per l’Italia e 5,2 miliardi di euro per la Francia, difficili da reperire, se non in accordo a finanziamenti europei. Ma attualmente Olanda e Belgio appaiono contrari perché intenderebbero dirottare parte di questi finanziamenti su progetti fluviali del Nord mentre Germania e Danimarca enfatizzano le direttrici Nord-Sud come assi da privilegiare. Oltretutto non si è sicuri che i costi, sopra riferiti, siano definitivi perché vanno realizzate le infrastrutture intermodali che consentano poi di trasferire le merci da gomma a ferro, insomma l’opera nel suo complesso costerebbe circa, binari in mano, 20 miliardi di euro.
Dunque si desume che le faraoniche imprese non sempre vanno nel senso sperato di salvaguardare la triade ambiente-occupazione-economia, ed in questo caso si teme di costruire un asse di direttrice TAV assolutamente inutile per il trasporto merci ancorché per i passeggeri.
La protesta dunque dei cittadini della Val Susa non è sbagliata, è solo incompleta per motivazioni e ragioni addotte. Manca, infatti, tra le ragioni della protesta una visone d’insieme del piano dei trasporti: non è solo la Val di Susa a soffrirne, bensì tutta l’economia e l’ambiente della Val Padana, senza che i leghisti se ne siano minimamente accorti. Occorre, dunque, che la sinistra, attraverso una rivalutazione programmatica dell’intera materia, evitando prese di posizioni non motivate, compia un atto di sintesi politico-programmatica tra due irrisolte questioni: salvaguardia ambientale compatibile e sviluppo industriale, questioni spinose ma affatto conciliabili qualora si assumano criteri programmatici condivisi ed obiettivi.
4. Il Welfare che verrà
La lievitazione della spesa e gli interessi della collettività
Nel recente mese di agosto, in piena bonaccia delle antille agostane, c’è stato un acuto giornalistico, quando la Ministra della Salute Livia Turco ha posto sul tappeto uno dei tanti problemi-tessere di cui è composto il puzzle Sanità-Assistenza-Welfare: ossia il ruolo dei sanitari a tempo pieno. Che poi a tempo pieno non sono mai per le deroghe che consentono loro di lavorare negli studi privati o in Case di Cura, in regime di tempo pieno pubblico.
Una delle tante incongruenze della Legge Bindi-Zecchino, costruita ad hoc e che, malgrado le buone intenzioni iniziali, è stata malamente applicata fino a favorire i ricchi a discapito dell’offerta di sanità data ai poveri indigenti che non si possono permettere il lusso deIla sanità privata, modello Formigoni. Se da un lato appare necessario un riassetto dell’intera materia sanitaria, va anche detto con chiarezza che la sinistra ha per troppo tempo trascurato questo settore, ritenendolo impropriamente marginale, sposando, va detto, le tesi dell’aziendalizzazione sanitaria quasi fosse strumento di profitto anziché servizio a tutele dei bisognosi, secondo il dettame dell’Art.32 della Costituzione. Le ricerca quasi ossessiva della produttività ha impedito che si sviluppasse l’aspetto più qualificativo della sanità ossia le sue implicazioni sociali. Perdere di vista questo obiettivo significa la più grave sconfitta che la sinistra, una sinistra moderna ed europea, possa subire. Oggi, previdenza e sanità, pilastri portanti del welfare, sono da affrontare con una politica che affronti i seguenti nodi:
1) rilanciare una politica di modernizzazione della sanità e conferirle un progetto di qualità. Questo comporta lo sviluppo della politica di prevenzione e la territorializzazione della offerta sanitaria;
2) considerato che nel 2015 i nostri ultra sessantacinquenni saranno circa 20 milioni, considerare che la domanda di salute sarà tale da costituire una nuova “gobba” del profilo di spesa. Dunque, per i nostri anziani si porrà il problema pensioni e quello della cura.
3) Ne deriva che la spesa per previdenza ed assistenza si embricano fino a costituire un problema limitante lo sviluppo.
Assistiamo con reale sconcerto a posizioni che da un lato indicano per la sanità e l’assistenza tagli indiscriminati e talora irrazionali, dalla chiusura dei centri di assistenza ospedaliera agli aumenti delle contribuzioni e dall’altro una proposta del “non toccare”. La nostra posizione, alla luce dei dati esposti, è profondamente diversa: essa segnala la necessità di interventi mirati su almeno quattro punti:
- razionalizzazione della spesa con criteri di priorità, in funzione della crescente domanda, data anche dall’aumento dell’età media.
-armonizzazione dell’offerta sanitaria in funzione delle necessità territoriali e regionali, affrontando il tema cruciale del ruolo del Dicastero che da organo di controllo centrale deve diventare elemento di coordinazione dell’intervento periferico. Affrontare dunque il problema della responsabilizzazione regionale dell’offerta sanitaria vuol dire affidare alle regioni il compito di sovraintendere la spesa sanitaria in funzione delle necessità epidemiologiche locali. È proprio su questo tema che si può operare una sperimentazione politica sul federalismo; ne discende la necessita di perequare l’offerta sanitaria in modo da evitare il “pendolarismo” di pazienti che sovraffollano enti o ospedali di grandi centri o di fama, ciò che comporta allungamento delle liste di prenotazione da un lato e povertà di afflusso nei centri territoriali. In attesa di soluzioni strutturali, il problema non può né deve essere impedito. Ciascuno deve essere libero di curarsi dove vuole, lo dice l’Art. 32 della nostra Costituzione, la cui radice è stata salvata dal recente Referendum.
-il divario Nord-Sud raggiunge una sua massima espressione nella divaricazione che interessa la qualità dell’offerta di salute e che implica il problema della formazione professionale. La demotivazione ad operare in centri ospedalieri e di ricerca del Sud obbliga i giovani operatori sanitari ad un’emigrazione spesso non controllata , così che non è infrequente rilevare ottime strutture del Sud poco operative per mancanza di qualificazione professionale e sovraffollamento nei centri del Nord che invece richiederebbero maggiore attenzione sul profilo strutturale.
Ne consegue che il problema sanitario si intrecci indissolubilmente con quello della ricerca e della cultura medica di qualità non armonizzate nel Paese.
- recupero e contenimento della spesa per i farmaci, in modo che essa riduca la tendenza attuale, sempre più a carico del cittadino. È questo un nodo non solo di spesa ma assume anche una valenza politica: fin tanto che il Dicastero privilegerà le necessità di profitto dell’industria farmaceutica, nè assistenza nè prevenzione saranno a buon mercato. Ne è esempio la c.d. liberalizzazione dei farmaci da banco sul libero mercato. Errore che pagheremo presto in termini di salute ed anche in termini economici.
-iniziare una volta per tutte l’azione di prevenzione, se si pensi che le giornate lavorative perdute per malattie sociali e da comunità costano circa 5-7 miliardi ogni anno.
-risolvere il problema-strutture, proprie e convenzionate, come nel caso delle Università mediche, nei confronti del sociale. Da un lato si assiste ad un organizzazione sanitaria avulsa dai problemi del territorio e dall’altro a centri di ricerca che operano isolatamente, privi di coordinazione e di indirizzo. La verifica delle strategie si rende dunque indispensabile per riportare un minimo di validità nel riassetto dell’universo sanitario. Ottimizzare le risorse non è solo un problema di controllo della spesa ma lo strumento per ristabilire priorità negli interventi. Si impone dunque un programma di riconversione degli indirizzi dei vari Enti in questione, Aziende Sanitarie Locali, Università, CNR ed Enti di Alta Ricerca (IRCCS). A ciascuno va dato il suo preciso compito, riservando alla centralità dell’Amministrazione il ruolo di coordinamento tra strutture centrali e periferiche. Dare a ogni ente un suo preciso indirizzo, significa ottimizzare le risorse, umane ed economiche, migliorarne il rendimento e facilitare l’operazione centrifuga della sanità. L’offerta di salute dunque va migliorata nei strutture centrali, migliorando il rendimento degli enti di ricerca e distribuita al territorio.
Naturalmente tutto questo pone problemi nella gestione, oggi ingabbiata da un eccesso di burocratizzazione: andranno studiate modalità e modelli di gestione che sollevino lo Stato e snelliscano le procedure con formule miste nelle quali largo ruolo avranno le realtà locali e cooperative.
La nostra posizione dunque è chiara: intendiamo sviluppare un concerto di proposte nelle quali siano contemperate le esigenze della domanda sanitaria e i conti dello Stato, poichè se mai si dovesse prevenire ad un riassetto dei sistemi di gestione questi saranno notevolmente inferiori ai 100 miliardi attuali. Ridurre la spesa per la salute è in controtendenza con altri Paesi ove essa è in crescita (negli Usa di ben 5 volte quella italiana). Ciò significa che una posizione politica possibile è quella di una ristrutturazione globale dell’assistenza che comporti risparmi e non tagli.
Se dunque assumiamo che assistenza e previdenza presentino profilo d’intreccio e poiché il dibattito odierno verte anche sul Trattamento di Fine Rapporto, la vecchia Liquidazione di fine rapporto, o TFR, la cui cifra complessiva si aggira sui 150 miliardi, la nostra proposta può se non altro contribuire al dibattito sul tema. Il “trattamento di fine rapporto”, in sigla TFR è la somma che spetta al lavoratore dipendente al termine del lavoro in un’azienda. Conosciuta, specie in passato, più popolarmente come “liquidazione”, è una prestazione al cui pagamento è tenuto il datore di lavoro nel momento in cui cessa il rapporto stesso. La sua disciplina è prevista nell’art.2120 del c.c.. Il TFR gioca un ruolo fondamentale, per il rilancio della previdenza integrativa, nella nuova riforma previdenziale (legge 243/2004), pubblicata sulla G.U. del 21 settembre 2004. Infatti, la legge Maroni stabilisce il suo “dirottamento” automatico alla previdenza complementare, salvo diverso avviso da parte del lavoratore.
Le ipotesi di lavoro sono lo slittamento del TFR in busta paga (scenario A) ovvero la capitalizzazione ai fini contributivi, ciò che comporterebbe un fondo pensione integrativo (scenario B).
Tuttavia riteniamo che esista un terzo scenario (scenario C) cui si perviene per una serie di passaggi logici:
a) l’età media è in continua ascesa: toccheremo nel 2014 il top dei 20 milioni di ultrasessantenni, 86% dei quali in fase di pensionamento o prepensionamento;
b) malgrado i continui progressi, ben il 74% degli ultrasessantenni presenta stato di malattia e quindi la necessità di ricorso alla spesa ospedaliera o farmaceutica;
c) la gran parte dei pensionati capitalizza il TFR per ottenere un plus agevolativo ed aggiuntivo per la terza età;
d) si deduce che se tale operazione viene fatta dallo Stato si risparmiano alcuni passaggi, con un godimento di benefit da parte dello Stato stesso.
In pratica, la proposta è quella di una capitalizzazione di almeno il 50% del TFR complessivo (75 miliardi), che ben o male corrispondono all’intero capitolo di spesa per la sanità, ai fini contributivi assistenziali. Lo Stato cioè si comporta da buon padre di famiglia, assicurando al proprio cittadino una certa cifra ma destinandola direttamente alla contribuzione assistenziale, almeno nella sua quota capitalizzata. Qualora le parti convocate in concertazione sul problema (industria, sindacati ed altre rappresentanze) ritenessero vulnerata la difesa economica dell’azienda, il 50% potrebbe anche diventare 25% ma cifra inferiore.
I vantaggi assicurati sarebbero i seguenti:
1) resterebbe nelle casse dello Stato il 50% ad maximum o 25% al minimum del TFR capitalizzato ai fini assistenziali;
2) il pensionato godrebbe effettivamente di un 50% in meno di TFR , ma si vedrebbe corrisposta una quota parte in trattamento assistenziale le cui forme possono essere suddivise in fondi assicurativi o esenzioni dai ticket sanitari;
3) tale agevolazione sanitaria si riverserebbe sui pensionati nel loro complesso, assicurando un maggior benefit per i pensionati al minimo pensionistico;
4) capitalizzando il TFR nel suo 50% (75 miliardi), si otterrebbero mediamente circa 4 miliardi di interesse attivo che incrementerebbero l’attuale capitolo di spesa della sanità, riversandosi tra la spesa farmaceutica e quella ospedaliera.
In pratica attraverso una destinazione già prefissata non si farebbe altro che investire in assistenza senza mortificare i diritti e le necessità del cittadino ma sollevandolo addirittura di ogni problematica relativa all’investimento del TFR, evitando così il trasferimento di questi fondi ad Enti Privati (Banche, Assicurazioni) ai quali si rivolgerebbe il cittadino pensionato per investire il suo TFR. Senza dimenticare un altro vantaggio dato dalla più equa ripartizione dei fondi che si riverserebbero in parte sulle classi di pensionati meno abbienti.
Ecco, è su questi temi che vanno affrontati la natura ed il destino del socialismo, senza mezzi termini e senza tentazioni liberistiche che cedono ad industria capitalistica, banche ed assicurazioni, il dominio sui lavoratori autonomi e dipendenti, sui salariati, sui pensionati su cui grava anche l’alea della vecchiaia incombente spesso intricata da problemi di salute. Di questa fetta dominante di umanità, i socialisti si sono dimenticati perdendosi nei rivoli delle diatribe pseudopolitiche, dimenticando ideologia, proposte e proteste. Se si tornasse al vecchio criterio della “Falce e Martello” sempre e comunque, non sarebbe male.
5. Il Lavoro la salvaguardia della vita dei lavoratori e le “morti bianche”
Le “morti bianche” ammontano a due milioni nel mondo, di cui 12 mila bambini, mentre in Italia sono 1.360. Gli infortuni mortali nel nostro Paese, anche se hanno avuto una lieve diminuzione, sono pur sempre un numero consistente rispetto a 4,7 milioni di infortuni che annualmente accadono nell’Europa ma noi continuiamo a registrare 4 infortuni mortali ogni giorno lavorativo nel nostro Paese, e quelli mortali che avvengono nel nostro Paese sono il 20,52 per cento di quelli che accadono in Europa.
- Nel mondo L’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) ha diffuso i dati sulle “morti bianche”, rilevando che sui duecentocinquanta milioni di infortuni a lavoratori di ogni età che avvengono ogni anno, 335 mila sono mortali: 170 mila nel settore agricolo, 55 mila nel settore minerario e 55 mila nelle costruzioni. Inoltre, in tutto il mondo muoiono sul lavoro mille bambini al mese (dodicimila ogni anno).
- In Italia gli infortuni mortali in Italia sono ogni anno 1.394 (quelli di lavoratori regolarizzati e denunciati all’INAIL); abbiamo, inoltre, oltre 24.000 malattie professionali all’anno.Il settore edile registra il più alto numero di infortuni mortali, oltre 350 all’anno ma anche nell’industria pesante come l’Ilva di Taranto, il più grande polo siderurgico d’Europa, si registrano circa 4mila nel 2004, vale a dire una media di 10-11 infortuni al giorno.
- Accanto alle morti bianche da traumi nell’edilizia, industria e d agricoltura ,le malattie professionali costituiscono le morti bianche lente e colpiscono soprattutto il sistema cardio-respiratorio. Nel mondo, 160 milioni ogni anno. Un problema sociale, ovviamente, ma anche un “peso” per l’economia: il costo annuo nel nostro paese è di 28 miliardi di euro, mentre a livello mondiale si arriva a 1.251 miliardi di dollari, il 4 per cento del pil, una cifra 20 volte superiore all’ammontare mondiale ufficiale dei fondi stanziati per lo sviluppo.
- La stessa fonte indica che i 335 mila morti salgono a due milioni le persone se si considerano anche le vittime di malattie professionali, le c.d. “morti bianche ad orologeria”.In pratica ogni giorno muoiono 3300 lavoratori, al ritmo di un morto ogni 6 minuti.
- Le morti per mesotelioma pleurico, una malattia con un periodo di latenza che va da 20 ai 30 anni. Gli istituti scientifici prevedono per il 2020 dai 3 ai 4mila casi di mesotelioma all’anno da amianto, Non basta più il divieto di utilizzo di materiali nocivi, amianto e sostanze chimiche. Sono emersi due elementi nuovi il radon che inquina le costruzioni dei paesi europei e la necessità di istituire un fondo di risarcimento per le vittime, perché serve prevenire, ma anche risarcire.
- Per quanto attiene alcune categorie fortemente usurate come vigili urbani e autoferrotranviari, dati i numeri epidemiologici ad essi va applicato il concetto di “morte bianca ad orologeria”.
- dal 1995 al 2005 sono morti in Italia circa 600 vigili urbani per cancro polmonare pari a circa 1,1 vigile alla settimana, ma se si considerano i dati relativi alla insufficienza respiratoria la mortalità ascende a 2/ alla settimana , apri a circa 1050-1100 in dieci anni. Considerato che la popolazione dei Vigili è pari a circa 50.000 unità vi è una falcidie pari all’1%° per Cancro polmonare.
- Nella categoria degli autoferrotranvieri l’aspettativa di vita è di circa – 7,3 anni rispetto ad altre categorie; il rischio cardiovascolare è del + 18%, quello per ipertensione arteriosa del + 35%. (ottobre 2006)
6. Riforma elettorale ed un proporzionale che riapre la questione morale
La sinistra grida allo scandalo per la nuova proposta della destra sulla legge elettorale. Ma a conti fatti l’unica truffa consiste solo nel premio di maggioranza.
Il problema evocato dalla sinistra è dovuto alla soglia di sbarramento del 4% che preclude l’accesso parlamentare ai partiti minori. Stando all’ultima consultazione elettorale su base proporzionale (Europee 2004), a sinistra passano DS, DL, RC pari al 38,2% con un totale di 12.091.609 voti ed a destra FI, AN, UDC e Lega con il 43,4% e 14.130.932 voti. Su tale base numerica, la sinistra restituisce alle destre i 2 milioni di voti che le consentirono di far passare la Repubblica sulla Monarchia nel lontano 1946.
Tuttavia i partiti minori hanno diversa consistenza nei due schieramenti: a sinistra pesano per 3.608.813 voti ed a destra per 2.445.897. Si paga il gravissimo sconto della disunione e della frammentazione che non riproduce più, come nei decenni passati, la società di massa ma i singoli apparati o micro-aggregati. E dunque vince chi aggrega di più ed a sinistra i numeri sono più convincenti.
Indipendentemente da queste considerazioni numeriche, é possibile operare un distinguo tra legge maggioritaria e politica del maggioritario?
Ripercorrendo a ritroso la nostra storia post-fascista, quando la guerra fredda rese il mondo bipolare con opposti imperialismi, nel nostro paese imperversava il proporzionale puro. Eppure in parlamento erano presenti due blocchi contrapposti: democristiani e comunisti. Addirittura nel 1948 la sinistra presentò un cartello Blocco del Popolo o Lista Garibaldi in cui tutte le sinistre erano rappresentate. A dispetto di quanto qualcuno dice, il peggior aspetto di quell’epoca non era pertanto l’instabilità che risiedeva invece in altri fattori: politici, economici e di scontro sociale perenne (basti pensare ai fatti di Genova del 1960, ai morti di Avola del 1965, allo stragismo degli anni di piombo) e quindi in un certo senso inevitabile. I tanti Governi succedutisi dal 1948 fino al 1992 erano espressione di un lungo cammino verso una ipotesi di incontro sociale tra anime diverse, quella cattolica e quella socialista. Al contrario la vera essenza negativa di quegli anni era insita nella stessa natura politica della competizione elettorale proporzionale, riservata ai collettori di voti, alle lobbies, alle varie mafie che condizionavano e privavano il voto di quella sua giusta aurea di pari opportunità. Era la caccia all’ultimo voto, acquisito in ogni modo lecito e non. Con il proporzionale ritorna il collegio fatto di galoppini, voti di scambio, ritornano (ma sono mai state bandite?) le raccomandazioni e le elargizioni riservate alle mille associazioni spesso fantomatiche di cui ogni territorio elettorale è pieno. É anche vero, tuttavia, che, con questa nuova impostazione elettorale, possono dire addio al seggio, i paracadutati di turno che, privi di consistenza elettorale, sperano nei voti altrui. Esempi ve ne sono a iosa: dai cosiddetti tecnici di lusso o di rango agli improvvisatori dell’ultim’ora.
Il trucco velenoso, lo afferma con lucida analisi Giovanni Sartori, sta nel premio di maggioranza all’insegna di quella pervicace volontà di “durare” a tutti i costi anche quando il paese non ne può più. Forse c’è stato un momento, e risale a subito dopo il tempestoso e difficile varo della Legge Gasparri, quando il premier (va posta la maiuscola se non altro per rispetto all’istituzione) il Premier, dunque, avrebbe potuto lasciare la politica ma successivamente il mancato decollo, per altro previsto, del digitale terrestre, ha spianato la strada a Murdoch ed al suo impero satellitare che soppianterà presto la tv terrestre, non appena arriveranno le quote pubblicitarie. Costretto dunque a subire i tentennamenti dell’UDC, le manovre per il grande centro che fagòciti parte della sua creatura (FI), il Premier deve escogitare qualche escamotage per resistere e far sopravvivere le sue creature dorate.
Questo comporta che molti giochi non sono finiti: il rapporto con i radicali che dovrebbero essere traghettati all’Unione è ancora indefinito, il destino del Nuovo PSI appare incerto come le anime che lo compongono che sembrano seguire le sorti dei marinai di Lucio Dalla “…non san dove andare però ci vanno…”.
Siamo comunque in fase interlocutoria: se l’Unione recupera ulteriormente le sue componenti e le aggrega in modo stabile da potersi presentare unita anche al proporzionale, magari con qualche aggregazione forzosa, il divario esistente tra i blocchi può essere superato. Perché anche questo ha di negativo il maggioritario: il falso divario. Le regionali 2005 hanno dato un’euforia poco condivisibile, visti i dati assoluti della competizione. E a ritroso nel 1996 si vinse con un numero assoluto di voti inferiore al Polo.
Non ci troveremmo a questo punto se la sinistra avesse privilegiato una politica delle larghe intese di massa, di programmazione collegiale e di maggior coesione, senza cedere alle tentazioni di voler far emergere questo o quell’altro leader. Una politica per il Paese e per le masse che sono state dimenticate.
E se proprio la sinistra vuole riappropriarsi di una sua configurazione morale e di etica in politica, ha un argomento in più per dire di no a questo proporzionale che trasuda arroganza e smodatezza. (novembre 2005)
Appare evidente, ed emerge anche dal dibattito opportunamente avviato dal Compagno Ermano su “Avvenire dei lavoratori”, che chi si riconduce ad una matrice marxiana non può identificarsi, per ragioni etiche ancorché culturali, nel c.d. partito democratico. Credo che non sia peregrino distinguere il “Partito dei Democratici” dal “Partito Democratico” . Il primo appare come una sorta di largo rassemblement di forze dall’identità diversa, dalla matrice storico-culturale spesso antitetica, tutte accomunate dalla sacrosanta matrice anti-berlusconiana, intesa come necessaria antagonizzazione non di un singolo personaggio quanto di una politica che il detto personaggio impersona. Una politica affaristica, di mero lucro alle spalle e contro la classe operaia, media e dirigenziale, nessuno escluso, tranne i congiunti del predetto e qualche altro amico. Il partito dei democratici è dunque una sorta di Comitato nazionale di rivendicazione legale dei nostri diritti negati, dall’art.21 all’art.11 della Costituzione, tanto per citarne qualche articolo della Costituzione, tra quelli più vituperati degli altri, dalla guerra in Iraq al 53° posto occupato dall’Italia nella classifica dei paesi liberi di…. Dunque più che un partito, una coalizione provvisoria, come lo furono il CLN ed il CLNAI, sostituiti dopo l’emergenza anti-nazifascista dai partiti istituzionali su cui ancora in parte si regge la repubblica.
L’altro,il Partito Democratico, di più statunitense richiamo, è qualcosa che si annuncia stabile ma è comunque un processo di difficile amalgama tra identità diverse nel cui ambito spiccano l’anima popolare e l’anima socialista, con il richiamo, giusto storicamente ma più anacronistico politicamente, dell’anima mazziniana. Un mix difficile da amalgamare con problematiche politiche che sono sotto gli occhi di tutti, dalla partecipazione militare all’estero, al ruolo dunque delle forze armate, in chiave militaristica o solo di supporto logistico e di assistenza, al ruolo della presenza dello Stato nell’economia pubblica, nella scuola, fino ad arrivare al punto cruciale che è quello della laicità dello stato che ha creato più evidenti contrasti, a malapena sanabili, per le interferenze del clero curiale nella conduzione della cosa pubblica.
Già nel 2004, alla vigilia delle elezioni europee, facemmo notare l’incongruenza della Lista Uniti nell’Ulivo, sia sotto il profilo politico perché segnata dalla precarietà dei numeri (la somma dei voti dell’intera coalizione risultò inferiore a quelli dei singoli partiti, come appunto avvenne nell’aprile 2004), sia anche per il profilo identificativo per l’elettore che, se appartiene ad una matrice politico-culturale, fa fatica a votare una lista mista ove si trovano spesso pregressi antagonisti. La necessità di acquisire una posizione dominante rispetto Forza Italia fu la spinta determinante alla costituzione sia dell’Ulivo sia della FED poi Gad, poi Unione, con una matrice, francamente più antagonizzante di quanto non sia stata, e sia tuttora, costruttiva sul piano programmatico. La simbiosi politica tra anime diverse è una quadratura del cerchio non di facile soluzione. Né il Partito Democratico sembra essere una logica soluzione. Hanno ragione Andrea Ermano e Fabio Vender quando fanno un forte richiamo all’identità socialista: si dice spesso non vogliamo morire democristiani ma, parafrasando, credo si debba dire vogliamo vivere socialisti, ora e sempre.
La discussione, nata dal risultato delle primarie, è figlia della fretta che è sempre cattiva consigliera e va rimandata a dopo la definitiva vittoria sulle destre, ossia non solo sul Partito Azienda ma sul modo di concepire la conduzione dello Stato, improntata al militarismo, alla dominanza del privato, alla prevaricazione contro i ceti più deboli. Dopo, dovremo liberarci di ogni forma consociativa che, tatticamente attuabile e possibile nell’emergenza attuale, non è mai scelta strategica e dovremo operare una sorta di svolta di Salerno, ma al contrario.
Nelle more resta la prospettiva forte e possibile di una Lista della Rosa e del garofano, radical-socialista, libertaria e laica che accomuna tradizioni diverse ma fortemente compatibili che Bobo Craxi, Marco Pannella e Boselli hanno il dovere di onorare. É un logico passo anticipatore verso l’unificazione forte e duratura dei socialisti. (novembre 2005)
Perché il 25 giugno votiamo no
Per quanto l’argomento “riforme” sia più da addetti ai lavori, costituzionalisti, fini giuristi etc., è tale l’importanza del problema che non possiamo permettere che il dibattito su questo tema muoia prima di cominciare e l’epilogo è assai vicino. Più di un milione di firme raccolte vogliono e gridano che la Costituzione non venga stravolta con un provvedimento che la lacera in più punti. Ed i punti in sintesi sono due: i poteri del Premier e la funziona pubblica dello Stato affidata alle Regioni.
Il primo punto, come dice Giovanni Sartori, prevede non una Repubblica presidenziale, con un Presidente votato dai cittadini-elettori, vedi la Francia, bensì un Paese con una sorta di Caudillo, dotato di pieni poteri, sperando che abbia anche quelli intellettuali. Sarebbe dotato di potere di dimissionare i suoi stessi ministri e capace di mandare a casa le Camere ma soprattutto insensibile al richiamo del Capo dello Stato e soprattutto del Parlamento. Affidare la nostra democrazia parlamentare ad un solo uomo al comando, significherebbe pregiudicare la nostra capacità di evolvere verso una democrazia dell’alternanza, pregio di tutte le democrazie europee e traguardo che stiamo faticosamente raggiungendo.
Il secondo punto è la qualità di Stato: un conto è lo Stato che controlla e verifica l’offerta dei servizi indispensabili (sanità, scuola, sicurezza che sono quelli da devolvere alle regioni) un conto è lo Stato privato di queste prerogative di controllo, affidate a potentati locali. Ci si avvierebbe verso una condizione di sussidarietà permanente con la perdita assoluta dei poteri di controllo. Basti vedere quello che succede in Lombardia con una sanità tendenzialmente in via di concessione al privato od in parte privatizzata ma che comunque impegna l’86% del PIL lombardo creando così due risultati: carico della spesa erariale ed aumento di quella privata. Il cittadino lombardo paga la sanità quattro volte: con imposte dirette, con imposte indirette, con aumento della spesa privata (farmaceutica,ticket) e con la necessità di dover ricorrere alle cure specialistiche private quando le liste d’attesa impediscono un ricorso sanitario provvidenziale.
Privatizzare sanità, scuola e sicurezza sociale significa vendere o svendere quello che i nostri padri hanno faticosamente costruito in termini di previdenza per il futuro ed in pratica cassare anche le certezze per il futuro dei nostri giovani.
Si vuole in pratica sostituire la certezza delle regole per quel liberismo che in definitiva altro non è che libero arbitrio e quindi Far-West. Non possiamo consentirlo né per l’art.21 della Costituzione che garantisce la libertà di comunicazione (la legge Gasparri è obiettivamente liberticida), né per l’art. 11 che ripudia la guerra (l’Italia combatte in numerosi fronti di guerra spacciati per umanitari) né per l’Art.32 che sancisce il ruolo dello Stato sul diritto alla salute per tutti nessuno escluso, povero o ricco che sia. Con questi provvedimenti su sanità e scuola si vuole operare un percorso politico ben preciso: dividere la società in una forbice perversa che preveda un ancestrale ritorno al passato: la società dei ricchi che possono curarsi e sopravvivere meglio e possono studiare di più, recarsi all’estero etc. Il solito metodo di Robin Hood alla rovescia. La Costituzione nata dalla Resistenza antifascista chiede un “no” secco giorno 25 giugno, salvo che il Governo non decida di porre rimedio subito con un decreto ad hoc. ( aprile 2006)
Dopo il referendum accordi in vista?
Dopo il successo del “No” al referendum, lasciatemi segnalare quanto è avvenuto nella giornata di ieri. Tra un gol (unico) ed il delirio per una squadra di calcio che dovrebbe essere mandata a casa per direttissima, i commenti politici erano dedicati all’esito del referendum. Non che ci fosse molto da dire, ha vinto il no, con qualche isola di Sì in Lombardia e nel Veneto, le destre meridionali hanno detto che non ci stanno, restano legate comunque alla nostra vecchia cara Costituzione che appare nel volto sorridente e rasserenante del Presidente Scalfaro, tra i Padri di questa Repubblica.
Ma il problema non sta qui. Sta in un’altra cosa di cui pochi si stanno accorgendo. I richiami sono diventati continui come quelli delle sirene, Alemanno e Di Pietro in testa, ma il coro è arricchito da Buttiglione ed altri dell’UDC. Ed il problema si chiama “bicameralismo”, che è un modo per tornare alla politica della Sala della Regina, quando il consociativismo espresse il suo acme di rischio per la tenuta istituzionale della Repubblica.
Il pericolo per questa fragile democrazia permane, causa la capacità della classe dirigente di diventare egemonica senza che nessuno la contrasti. Il pericolo non sta ora tanto nell’accordo trasversale, o nel ricorso ad una linea compromissoria, tipica di questa Repubblica dove la politica è sempre stata l’arte del possibile. Il pericolo è che manca una vera e forte opposizione capace di aprire gli occhi politici agli italiani. Non dobbiamo dimenticare che anche Bertinotti, il puro e duro, trovò modo in Bicamerale di affermare che la sussidiarietà dello Stato era cosa possibile in tema di sanità ed istruzione…
Insomma, il compromesso, o meglio la compromissione, è dietro l’angolo. Il tentativo di creare una larga intesa sulle Riforme costituzionali è palese così come è pur evidente il timore di rifare una bicamerale con gli esiti che sappiamo. I modi per incontrarsi sono tanti: anche la Commissione Affari Costituzionali può diventare una nuova bicamerale.
E allora io ribadisco che il problema è un altro: in Italia oggi sta sparendo il crinale, già vago e poco visibile, tra maggioranza ed opposizione. L’affare De Gregorio, quello della Commissione Difesa Senato, che naturalmente porta il marchio dipietrista, un marchio dalla natura politica incerta e poco affidabile, indica quanto siano indistinti, imprecisi e mescolati i ruoli di maggioranza e di opposizione.
É molto verosimile che una resa dei conti si sviluppi anche nella destra con un ridimensionamento del ruolo e della efficacia politica di mister B. Ed il ruolo di UDC crescerà quale ponte stabile con la maggioranza. Non è difficile prevedere per Buttiglione, o forse per Bruno Tabacci, un incarico di prestigio, nel segno di un affrancamento degli ex-dc che si sposteranno su ruoli sempre più di primo piano.
Questa, dunque, non è una maggioranza spostata su posizioni di sinistra ma sempre più disposta ad aperture verso le destre, certo le meno reazionarie, ma sempre destre sono. Il consociativismo, ossia la mancata distinzione tra ruoli di maggioranza ed opposizione, è nei fatti. E si tramuterà anche in accordi economici, in affari e quant’altro consenta a questa classe dirigente… di governare? No certo. Di lavorare? Nemmeno. Di durare! Solo, per dirla con parole di Sartori, di durare. ( giugno 2006).
La compromissione strisciante: il patto Molotov-Ribbentrop all’amatriciana
Le primarie di Milano,che si terranno il 29 gennaio 2006, riserveranno sorprese. Al momento la più significativa è quella derivante dalla candidatura di Dario Fo che ha sparigliato le carte dell’Unione e spiazzato il suo candidato eccellente, l’ex prefetto Bruno Ferrante. Fo ha presentato il proprio programma alla Stecca degli Artigiani di Milano, giovedì 22 dicembre, in un’area destinata alla costruzione di circa 1 milione di metro cubi di cemento, con un impatto ambientale gravissimo, specie al Parco della Gioia ed ai giardini limitrofi. “Io non sono moderato” è lo slogan con cui Dario Fo indica un preciso percorso politico: sì alla partecipazione di tutti gli strati della popolazione al dibattito e no alle speculazioni che hanno cementificato Milano e vieppiù la renderanno invivibile e avvolta in una cappa di smog.
Già nel 2001 Albertini vinse a mani basse anche perchè Fo era stato dissuaso dai compagni della sinistra ad avanzare la candidatura. Ora la presenza di Fo ha galvanizzato la base della sinistra dei circoli e dai centri sociali, è appoggiata da professionisti, architetti, medici, urbanisti, insomma sembra coinvolgere in modo inaspettato la società civile. Ma, c’è un ma!
In milanese si dice “ me veni en dubi”: non sembra cioè casuale che l’Unione, che presenta alle primarie anche Milly Moratti, oltre a Fo e Ferrante, si presenti sin da subito a ranghi non compatti mentre la candidatura della CdL è unica nella persona di Letizia Moratti. La situazione appare speculare a quella che si sta profilando per Roma. Nella capitale il Polo appare disunito con due candidati in competizione, entrambi ministri, Alemanno e Baccini mentre a sinistra Veltroni appare indiscusso candidato quasi vincente.
Ci rode un tarlo: che vi sia un tacito, e forse neanche tale, patto di non aggressione per le due realtà urbane più importanti del paese. La Milano riformista di Turati, dei Sindaci socialisti da Greppi a Filippetti ad Aniasi, è diventata il centro della politica degli affari della CdL, della cementificazione inarrestabile e delle società di produzione Radiotelevisive, il core della politica iperliberista, appoggiata dalla Lega, il centro degli affari di Berlusconi. Roma, la capitale nella quale pure il 49% dei voti va alla destra, una destra sociale e di clientele ministeriali, deve quindi restare in salde mani della sinistra. Le rispettive divisioni dell’Unione a Milano e della CdL a Roma non sembrano causali ma rientrare in un patto di non aggressione così ben delineato da indicare una suggestione: che non si siano messi d’accordo magari con una telefonata a quattro voci? Come dice il titolo una sorta di casereccio patto di non aggressione.( gennaio 2006)
Come costruire la “bella politica”
Non sembra che la campagna elettorale per le amministrative sia segnata da una grande passione e che scorra “sangue”. Regna la calma piatta delle Antille di calviniana memoria. Specie a Roma ove sembra tutto all’insegna del “volemose bene”. Anzi il 22 maggio presso la sede dell’Associazione Romana dei Costruttori Edili si sono incontrati per un faccia-a-faccia Veltroni ed il suo concorrente Alemanno per discutere di piano regolatore, edilizia popolare, riconversione delle aree urbane, periferie, Roma Capitale etc., mostrando più convergenze che disaccordo.
Nessuno sembra volere sciogliere il nodo dell’esenzione-ICI al Vaticano su alcune migliaia di stabili di proprietà della Chiesa. Difficile stabilire quanti, già nel lontano 1975 un giornalista dell’Europeo – vado a memoria, mi sembra si trattasse di Bruno Manfellotto – fece il censimento delle proprietà immobiliari romane del Vaticano che assommavano allora a circa il 15% degli stabili cittadini.
Allora mettiamo insieme le cose: a Milano Letizia Moratti potrebbe, se eletta, continuare i progetti faraonici della precedente amministrazione che riguardano la riconversione delle aree Garibaldi-Repubblica per costruire il Pirellone2, la ristrutturazione dell’ex Fiera campionaria, del vecchio Portello e delle aree industriali dimesse, per un complessivo milione di metri cubi da costruire ex-novo, passando per il saccheggio della Darsena.
A Roma Veltroni e il suo sfidante concordano, nella sede dei costruttori, in che modo ricostruire o riconvertire l’edilizia a Roma. Il leader dell’UDC, Pier Casini, è in pacs con Azzurra Caltagirone, della stirpe dei costruttori romani omonimi. Non sarà che la politica è diventata un mattone? (maggio 2006)
la megattera
Aldo Moro, che pure era uomo di idee e non di marketing, disse che tra i suoi allievi prediligeva Casini e Follini perché “uno è bello e l’altro intelligente”. Chissa se direbbe così anche oggi, allorché Follini ha perso l’autobus e Casini lo sta guidando?
Dove va quel bus? Il bus di Casini è diretto a Palazzo Chigi. Senza fermate intermedie. E nessuno se ne è accorto, ad eccezione del Cavaliere. La dissoluzione della Casa delle Libertà passa per le immagini del malore in diretta, che preannunciano un imminente ricambio al vertice, e la presenza di Casini a Palermo anziché a Roma per la manifestazione di sabato 2 dicembre.
Questo non vuol dire che le destre scompaiano, tutt’altro. Non avvenne la dissoluzione della Lega durante la lunga malattia di Bossi e qualcuno ipotizzò la fagocitosi della Lega da parte di Forza Italia. Allora si sottovalutò la Lega e le sue origini più radicate nella piccola borghesia lombardo-veneta di quanto non apparisse. E difatti la Lega proseguì il cammino. Oggi l’uscita di Casini e un naturale ricambio al vertice di quel che resta della CdL, dove l’asso pigliatutto potrebbe essere Fini, indicano un percorso chiarificatore: la destra ritorna ad essere la destra di sempre, un mix capitalista e populista, di piccola e media impresa impastata con idee corporativistiche e un concetto di stato sociale residuo dell’epoca fascista.
Il grosso di Forza Italia, ex-democristiani ed ex- socialisti o pseudo-tali, andrebbe ad infoltire un grande centro, secondo un recente sondaggio commissionato da Repubblica. L’indagine di Ipr Marketing immagina alle prossime elezioni politiche non più due, ma tre coalizioni: Sinistra, Destra, Centro. Ne risulta un quadro per certi versi sorprendente, potenzialmente capace di cambiare la geografia del sistema politico italiano.
Nel dettaglio, con tre coalizioni, quella di destra conquisterebbe il 40%, quella di sinistra il 35% e quella di centro il 25%. E c’è subito da notare che il rassemblement di centro strapperebbe sì un quarto abbondante dei propri suffragi al centrodestra, ma quasi altrettanto avverrebbe nei confronti del centrosinistra, portando via all’Unione il 22% per cento.
Il nascente Partito democratico cederebbe al centro casiniano un quarto degli elettori, Mastella e Di Pietro i tre quarti. Le quote di Margherita e dell’UDEUR si scioglierebbero nella Megattera di Centro.
Ora, la Megattera non potrebbe andare al governo da sola ma neanche le altre forze potrebbero, e dunque farebbe la felicità di certi post-craxiani: sarebbe l’ago della bilancia, come il PSI d’antan, e condizionerebbe le altre due coalizioni, standosene in pratica stando sempre al governo.
Il Bus di Casini resterebbe parcheggiato in eterno a Palazzo Chigi. Fantapolitica? Forse ma non troppo. Per varie ragioni.
1) Casini sa quanto costa alla Margherita, ed in specie al suo innesto popolare ed ex-DC, il connubio con gli ex del PCI nella fusione democratica, che invece è auspicata dall’innesto laico della Margherita (democratici, prodiani, rutelliani). L’arrivo di Casini servirebbe a togliere ogni castagna dal fuoco e mantenere integri tutti i petali per il grande centro, mettendo in relativa minoranza la quota “laica” della Margherita, dove per l’appunto c’è Prodi.
2) La componente UDEUR troverebbe una sua ragion d’essere politico nel catalizzare quest’incontro, poiché oggi ci si chiede qual’è l’identità politica dei popolari mastelliani se non quella di ottenere prerogative di governo ad alta percentuale di rappresentanza;
3) La componente residuale sarebbe dipietrista, da sempre di centro moderato e favorevole a un ritorno politico delle sue origini (oggi Di Pietro non fa politica ma interessi di gruppo).
4) E veniamo alla componente socialista che in questa operazione ha tutto da guadagnare. Innanzitutto un chiarimento e una nuova connotazione rispetto agli pseudo-socialisti, quelli che si sono schierati con la CdL per un piatto di collegi-lenticchie. Andranno nel grande centro ma che non si chiamino più socialisti perché dovranno aderire al Partito popolare Europeo e popolari saranno.
5) Quanto agli altri, quelli della tradizione autentica autonomista, che dovranno conciliare le proprie istanze con i post-diessini, avranno vita più facile in una sinistra ripulita di quanto non possa avvenire nel PD. Chiarezza si farebbe anche nelle fila della sinistra con questa operazione che doveva venire dalla componente socialista e che invece è venuta dalla componente democristiana. Pazienza per questa volta ma la prossima si faccia avanti un uomo di sinistra degno di questi sostantivi, e la conduca lui “l’operazione chiarezza”. Si vede che i pronipotini di Palmiro Togliatti hanno svernato per troppo tempo a Capua.
6) Finalmente potremo avere partiti italiani in linea con la politica europea da sempre contraddistinta dalle due anime di massa che contano sin dalla fine della Grande Guerra: l’anima popolare e quella socialista. Come pensare che un PD italiano, infarcito da popolari di ritorno, possa iscriversi al PSE, Rasmussen richiede? Né è altrettanto pensabile, per i socialisti, un riferimento all’area ELDR dei democratici laici e liberali.
7) Queste le premesse per parlarsi tra socialisti ed ex-comunisti che oggi sarebbe meglio ridefinire sotto il termine di socialisti riformisti e socialisti movimentisti con riferimento alla IV internazionale. La semplificazione, anche nei termini, gioverebbe alla costruzione di un nuovo rapporto politico tra le due aree. Queste in Italia sono rappresentate dal PdCI e dal PCL di Marco Ferrando, da un lato e dall’altro troviamo una miriade di gruppi socialisti nel centro-sinistra, privi di anima programmatica e politica. Quando cominceremo a parlarci?
aldo domenico giuseppe ferrara

