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r.e.d.s. rinnovamento evoluzione della sinistra

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L’allegorica  saga dell’Ittalyria del XXI secolo

Vi è un paese, citato in altro commento, che, come il nostro, è bagnato dal Mediterraneo, mare di lutti, sangue e conquiste. E difatti neanche esso sfugge al medesimo cinico destino.  Attualmente è retto da un Impresario di Circo, che con il suo Teatro, simile al Barnum, andava in giro per l’Ittalyria, a caccia di pulzelle e attricette. Un bel giorno il popolo stufo dei Gabbellieri Cristiani, lo chiamò al potere. Lui fissò la sede a Rearco dove lo esercitava in modo grottesco, nominando i cavalli senatori ed i suoi stallieri deputati della Repubblica.

Ma un giorno il popolo si stancò perché le prepotenze avevano varcato ogni limite. Pensate l’ultima: erano stati abrogati i Tribunali della Terra, che assegnavano i poderi ai contadini, le terre confiscate e lui stesso aveva scritto un Editto in cui si proclamava padrone di tutti i feudi sottratti al popolo, Farò le strade con un Progetto ed un Obiettivo, dichiarò ma le strade restarono melmose e solo striscie di fango. Riformerò il paese, decretò, ma l’unico Editto scritto risaliva ai primi anni del potere quando si appropriò dei poderi. Podere è Potere! Esclamava mentre i calici di vino e nettare scorrevano entro i seni delle sue cortigiane.

Ma venne l’inizio della fine e la sua caduta divenne ineluttabile. Il popolo proclamò la rivoluzione silenziosa, troppo silenziosa. Si preparò un nuovo Governo. E lì che avvenne la rovina! Tornò dall’esilio il Maestro, un vecchio cantore di Scandiano che predicava bene e razzolava malissimo. Tenendo alto il suo bastone di purissimo Ulivo, decretò la fine del Regno dell’Impresario e l’inizio della Rivoluzione dell’Ulivo 3. Ogni capobastone aveva il suo ruolo ma il capo del Direttorio non fu scelto: troppi i candidati e troppo poco candide lo loro vesti!

Il capo della Gestione dei Talleri fu Gigi il sornione, dimentichi tutti dei suoi antichi Penati. Figlio di un coltivatore di olio energetico, aveva aiutato l’Impresario a costruirsi il suo frantoio, arricchendolo ancora di più. Di notte entrava nel laboratorio, macinava il greggio, poi al sorgere dell’alba, ne usciva furtivo per non essere visto dagli altri della Rivoluzione.

A capo dei Tribunali e dell’Epurazione fu messo Fra’ Tonino da Montenero che aveva dismesso il saio da molti anni quando qualcuno sosteneva che brucasse l’erba altrui. Mancavano le prove, peccato! Accanto a sé aveva Maddalena Ruma che gli teneva i sacchetti con le monete della questua, chissà perché le teneva solo lei, e Fra’ Minimo Torquemada, detto così per via del suo ghigno cattivo che intimoriva tutti quando faceva balenare la sua spada ammonitrice. Accanto a loro, due tomi, messi male in arnese, uno vecchio e sornione, Frà Luca da Prizzi, antico tribuno dei Conventi Cristiani, che di giorno pregava e di notte andava con i briganti, e l’altro detto “il lavoratore con il ghigno” per via di quel nome di derivazione franciosa, pieno di carte e rotoli, presi qua e là nei Tribunali delle Terre. Egli andava sbirciando nei lavori dei Tribunali, prendeva i rotoli e li portava dal Santo, così  chiamavano il Guru che veniva dalle acque salernitane e che dopo lungo viaggiò approdò negli avamposti dell’Ittalyria.

Una femmina, o presunta tale, cianciava sulla felicità del futuro, essa era pingue e grassa e somigliava ad un uomo per  via di attributi mancanti ed altri eccessivi. Diceva sempre le stesse cose, sembrava ossessionata dall’idea monomaniacale. Erano giuste, per carità, ma le diceva male e la gente non le credeva.

Fu così che per via di questi presunti rivoluzionari, gestiti dalla guida invisibile di Frà Alè, sempre a pescare a bordo del suo gozzo, l’Ittalyria si ridusse come sappiamo. Oggi è priva di risorse e di denaro, gli abitanti sono scappati e la Rivoluzione si conduce solo in gioco da tavolo detto “il Trapianto dell’Ulivo”, un gioco più al massacro che da passatempo.

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