LA MADDALENA BELLEZZA ESPLOSIVA
S.Stefano, Arcipelago della Maddalena.
Nel 1954 viene stipulato l’accordo segreto fra Italia e Stati Uniti relativo a «infrastrutture bilaterali», nel cui assetto viene costituito a La Maddalena un «punto di approdo per una nave appoggio della Us Navy per sottomarini da attacco». Traduzione: viene costruita una base per i sottomarini da attacco nucleare della Sesta flotta. Trent’anni dopo, nel 1984, il ministro della difesa Spadolini sostiene che si tratta di solo di «uno speciale punto di attracco oggetto di vari accordi (nel 1954, 1972 e 1978) tra il governo italiano e quello degli Stati uniti, e mai si è pensato di trasformarlo in base operativa». Era l’epoca della polemica contro i Cruise in Italia, ricordate Comiso?
Spadolini garantì anche che «non esistono missili nucleari Cruise, tipo quelli di Comiso, a La Maddalena né nelle acque territoriali italiane». Solo che erano nella pancia dei sottomarini! Viene dunque sconfessato quattro anni dopo da una ricerca compiuta, anche sulla base di documenti ufficiali declassificati, da due analisti statunitensi, William Arkin e Joshua Handler (Briefing paper on La Maddalena: a key site for sixth fleet Tomahawk Cruise missiles, Greenpeace News, 22 giugno 1988). La Maddalena costituisce uno dei più attivi e completi depositi nucleari e centri di riparazioni della marina statunitense. Nessun’arma nucleare è depositata a terra alla Maddalena, ma la nave appoggio Orion per sottomarini, ormeggiata all’isola di Santo Stefano, funge da deposito galleggiante di armi nucleari e stivaggio dei Tomahawk (missili da crociera lanciati dal mare) a testata nucleare.
La Maddalena è divenuta dunque la più importante base d’appoggio nel Mediterraneo, basti pensare allo scacchiere di siti bellici quali il Kossovo, il Medio Oriente e nel lontano passato la Libia. Nelle due guerre contro l’Iraq e in quella contro la Jugoslavia i sottomarini riforniti e assistiti da questa base hanno attaccato gli obiettivi dal Mediterraneo, usando missili da crociera Tomahawk a testata convenzionale (non nucleare) con gittata di oltre 1.100 km. E, dato che la strategia statunitense prevede altre guerre, la base della Maddalena doveva ora essere ampliata e potenziata.
Poi ci sono anche i pericoli Anzitutto quelli dovuti agli incidenti dei sottomarini a propulsione nucleare, dei quali la popolazione e anche le autorità sono state tenute all’oscuro. Il 22 settembre 1972, ad esempio, entra nella rada della Maddalena, per esservi riparato, il sottomarino Ray, danneggiato da un urto contro il fondale. Il 19 giugno 1982, la nave appoggio Orion lascia l’ormeggio di S.Stefano per riparare, poco lontano, un altro sottomarino danneggiato; il 13 novembre 2002, il sottomarino Oklahoma City è danneggiato in una collisione nel Mediterraneo e viene quindi portato alla Maddalena; il 25 ottobre 2003 si incaglia nelle acque maddalenine il sottomarino Hartford. La possibilità di fughe radioattive e di altre sostanze pericolose, sia in caso di incidenti che di normali riparazioni, è stata dunque possibile e magari anche avvenuta. Le rilevazioni affidate alle ASL sono sempre state negative ma un’inchiesta di Leo Sisti (Espresso 2006) ha verificato presenza di Torio 235 in vari livelli biologici. Così sono passati sotto silenzio diversi casi di malformazione cranica dei neonati che potrebbero derivare da inquinamento radioattivo.
L’Italia, che con il referendum del 1986 ha deciso la chiusura dei reattori nucleari, è stata comunque esposta a un rischio di possibile esplosione nucleare, una nuova Chernobyl.
Vi è infine un aspetto politico non meno sensibile: La Maddalena, che non è una base Nato ma solo statunitense, rientra a tutti gli effetti nella catena di comando del Pentagono. Pur essendo in territorio italiano, essa è quindi sottratta a qualsiasi meccanismo decisionale italiano. Quando e come deve essere usata viene deciso a Washington.
Ma il ritiro statunitense del 2007 non ha migliorato affatto le cose. La Marina militare utilizza Santo Stefano, dove stavano i sommergibili Usa, per lo stoccaggio di missili di ultima generazione e per sovrammercato con un poligono di addestramento. Alla base americana si è sostituita una nuova servitù e nelle cavità sotterranee di Guardia del Moro alle munizioni della Us Navy sono stati sostituiti gli ordigni bellici della nostra Marina. Sono armamenti sofisticati, che la Difesa ha deciso di stoccare a Santo Stefano e non alla Spezia (dove sono operativi i depositi più importanti della Marina) perché questa piccola isola è più sicura, secondo il ministro La Russa.
A dispetto di quanto si possa pensare, la base dei sommergibili Usa è stata un freno allo sviluppo dell’economia della nostra comunità ed ha mortificato l’arcipelago della Maddalena sotto il profilo ambientale e turistico. Inizia così la lunga battaglia del Sindaco Comiti contro il decreto ministeriale di utilizzo della Guardia del Moro. Il Tar, con una sentenza del luglio 2008, diede parere favorevole a Comiti. Ma la Marina avviò ugualmente le procedure per l’imposizione della servitù ex novo. Il sindaco allora emise un’ordinanza di sgombero del deposito che, dopo la sentenza del tribunale amministrativo, non era più coperto dalla servitù militare e costituiva, per la quantità di armi e di esplosivi stoccata, un pericolo effettivo. Un evidente conflitto di competenze che il Federalismo non aiuterà a sanare.
Ora ci chiediamo: perché l’opinione pubblica viene sistematicamente esclusa da queste informazioni che non sono segreti di Stato? Come rendere la Regione Sarda autonoma nelle decisioni che, sia pure strategiche e militari, la riguardano direttamente? Il tutto in barba alla facoltà di autonomia amministrativa federalista.
