BERGEN (Norge). Ne è passato tempo da quando nel grande Fjord galleggiava la corazzata Bismarck. Oggi, Bergen da città di pescatori, è diventata la
capitale del Brent e centro propulsivo di una politica energetica su scala planetaria. Numerosi elementi e considerazioni lasciano ritenere che la Norvegia sia un paese da seguire nei prossimi anni per la sua innovativa politica energetica. Conciliare la ricerca del brent con il controllo delle emissioni è compito reso difficile da numerosi fattori di mercato. Da paese in cui la pesca era la fonte principale del reddito la Norvegia è emersa nella top ten di paesi virtuosi in tema di emissioni.
La Norvegia ha appena annunciato di aver deciso di prendere l’iniziativa sulla scena mondiale in merito al taglio del CO2. A dispetto delle incertezze scaturite da Copenaghen nel dicembre 2009, quando un trattato globale era vicinissimo, la nazione si impegna a fare di più, e cioè spera di riuscire a ridurre le emissioni di carbonio del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020. Ma l’obiettivo più ambizioso fissato da qualsiasi nazione sviluppata al mondo, quello della Norvegia, è impegnarsi a diventare completamente ad “emissioni zero” nei soli 10 anni successivi. In Italia, invece a dispetto delle promesse del 20-20-20, ridurre cioè del 20% le emissioni entro il 2020 ed aumentare del 20% quelle da energia rinnovabili, le emissioni aumentano al ritmo del +16% l’anno!
L’annuncio ha contribuito a riaccendere le speranze che un trattato globale sul clima fosse possibile, e ha già trascinato l’ambizioso Giappone sui piani di contenimento delle emissioni. Sembra che ci sia una volontà crescente di seguire tali percorsi sul fronte del clima nella comunità internazionale. Almeno da parte delle nazioni più sensibili al problema. Guarda caso si tratta di due Paesi impegnati, sia pure in modo diverso, in un’economia in cui ancora la pesca assume un ruolo diversificante nel mercato globale attuale. Paesi industrializzati che ancora hanno il recupero economico di risorse autoctone e di tradizione.
La riduzione del 40% è importante per diverse ragioni, più di quanto qualsiasi Paese industrializzato sia stato disposto a fare finora, ed è l’importo che molti Paesi in via di sviluppo chiedono ai più ricchi. Secondo il quotidiano Bloomberg, la proposta norvegese è il tipo di volontà politica necessaria per spostare i colloqui di Copenaghen sul clima in avanti verso un accordo forte e stabile, mentre per tutti gli altri Paesi questo tipo di accordi è “ contestabile”.
Martin Kaiser, direttore delle politiche climatiche di Greenpeace International, ritiene che sia giusto che ogni nazione si impegni in un’azione per il clima più audace, perché così gli altri saranno indotti a seguire l’esempio. E le nazioni ricche, sia a causa dell’imperativo morale, ma anche perché sono in una migliore posizione economica per farlo, hanno effettivamente bisogno di istituire una tassa sulla riduzione delle emissioni. Spiegatelo alla Signorina Prestigiacomo, pro tempore Ministro dell’Ambiente nel Governo italiano!
Sembra che questo sia esattamente ciò che la Norvegia intende fare, impegnandosi non solo a ridurre le emissioni entro il 2020, ma impostando un tipo straordinariamente ambizioso di riduzione del 100% entro il 2030. Anche se la Norvegia non ha specificamente indicato i suoi piani per la realizzazione dei tagli, il ministro dell’ambiente ha notato che la nazione sarà “un Paese pioniere quando si tratta di politica ambientale”. Investirà nelle energie rinnovabili per volontà della stessa popolazione. Tutto il mondo, e specialmente l’Italia, dovrebbe prendere nota.
Il grande disastro all’ambiente causato dalla piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico e il non ancora risanato disastro in Alaska causato dalla superpetroliera Exxon Valdez, possono essere una forte molla per l’organizzazione di un nuovo concerto di interessi e cartelli petroliferi in cui la Norvegia possa giocare un ruolo di primo piano. Lo scenario è fortemente cambiato dall’epoca delle Sette Sorelle. Oggi l’immagine di BP e di Exxon, con tutto il cartello relativo all’estrazione nel golfo del Texas, è profondamente alterata nei rapporti finanziari internazionali.
Il paese che potrebbe vivere di rendita sul gas e sul petrolio del Mare del Nord e in un futuro prossimo, sulle riserve nascoste nell’Oceano Artico, ha dato impulso alle tecnologie per la produzione d’energie rinnovabili e pulite, presentandosi sui mercati con tutto il suo bagaglio di esperienze e di innovazione.
Einar Bull, Ambasciatore di Norvegia in Italia, ha affermato recentemente che il comportamento è ispirato ad un trend di futuro prevedibile e quindi non ci si deve meravigliare se i profitti dal gas e dal petrolio vengano investiti nella tecnologia di produzione di energia alternative, più pulite e rinnovabili, quale solare, eolica e marina.
La Norvegia è oggi tecnologicamente pronta per creare in poco tempo impianti solari, impianti solari ad alta capacità produttiva, in tutte le parti del mondo, Italia compresa. E’ pronta per creare impianti eolici sia in terraferma che in mare aperto. Ha creato impianti di osmosi per la trasformazione dell’acqua di mare in acqua dolce e potabile, in un paese dove l’acqua pulita, fresca e ossigenata non manca! Un’inclinazione all’innovazione che coinvolge istituzioni, università, studenti e centri di ricerca in modo massiccio e coordinato.
Il norvegese è un popolo di pescatori e non dimentica la sua tradizione. Oltre centomila famiglie vivono di pesca sia in mare aperto che di allevamento in acque marine, negli stupendi fiordi della costa nord occidentale. E’ un popolo quindi che sa cosa vuol dire avere un ambiente ecologicamente pulito, dove svolgere un’attività in simbiosi con la natura e con le risorse offerte dal territorio circostante. Naturalmente anche in questo settore che si può definire tradizionale, la presenza d’innovazione è molto marcata, tale da garantire un prodotto pronto al consumo entro le 48 ore dopo essere stato pescato.
Il Governo ribadisce che la Norvegia deve essere un paese promotore nell’ambito delle politiche climatiche. Per questo motivo la Norvegia sta lavorando a un accordo internazionale sul clima che sia più ampio e più ambizioso dopo il primo periodo vincolante del Protocollo di Kyoto (2008-2012). La Norvegia intende adempiere ai propri impegni attuali e ridurre le proprie emissioni di gas sia a livello nazionale che internazionale. Ma il progetto è volto ai cambiamenti climatici di cui tutti parlano e nessuno se ne preoccupa a livello mondiale.
Un aumento della temperatura non superiore ai 2 gradi. La Norvegia ritiene importante istituire degli obiettivi concreti per ridurre le emissioni di gas. La Norvegia auspica un’intesa internazionale che concordi su un aumento medio della temperatura globale circoscritto a una soglia di 2 gradi paragonata al suo valore a livello preindustriale. Per riuscirci le emissioni globali di gas a livello mondiale devono essere ridotte fino all’85 per cento entro il 2050. La Norvegia intende ridurre entro il 2020 queste emissioni equivalenti al 30 per cento di quelle causate dalla Norvegia nel 1990.
Un nuovo meccanismo di finanziamento. In un sistema di acquisto internazionale delle quote clima, la vendita all’asta delle quote di emissione rappresenta una potenziale fonte di guadagno. La Norvegia propone che una parte delle quote derivanti da un nuovo accordo sul clima vengano vendute all’asta a livello internazionale in modo che i proventi possano servire a coprire il fabbisogno di finanziamenti derivanti da un nuovo accordo.
Insomma in Norvegia, c’è solo da imparare da questi ex-pescatori.
