LA CASTA E’ IN LETIZIA
IL VITALIZIO termine convoluto ed ambiguo che equivale a “ pensione dorata” non solo per l’importo a vita ma per gli altri benefit che ne rendono più consistente la ricaduta. 3 a 10 mila euro al mese le pensioni dei parlamentari, 187 milioni all’anno rubati al popolo per pagare gli scandalosi privilegi pensionistici Gianni (PRC): 60 anni, 200 mila euro di stipendio e 6.600 euro di pensione. Veltroni (DS): 55 anni, 9mila euro di pensione in aggiunta allo stipendio di sindaco di Roma. Negri (ex leader di “potere operaio”, immortale), 3.108 euro.
Mentre i governi di qualsivoglia natura si apprestano a dare il colpo di grazia alle pensioni dei lavoratori e alla previdenza pubblica, gli ex parlamentari continuano a riscuotere pensioni che vanno da un minimo di 3 mila fino a 10 mila euro lordi al mese e a godere di tutta una serie di privilegi che riguardano la possibilità di riscuotere il vitalizio (così si chiama la pensione dei parlamentari) dopo appena 5 anni di mandato, a 50 anni di età, godendo peraltro della cumulabilità con qualsiasi altro reddito o pensione.
Procedere ad una fotografia non è facile ma il lievitare dell’età media fa sì che il numero degli ex sia in continuo aumento. Attualmente sarebbero circa 3.302 gli ex parlamentari a cui lo Stato garantisce pensioni e privilegi che gridano vendetta al cospetto di quei milioni di operai, lavoratori, cassintegrati, precari, pensionati e famiglie povere costrette ad una vita di stenti. Ogni anno la Camera spende oltre 127 milioni di euro per pagare gli assegni dei 2.005 ex deputati. Mentre al Senato i 1.297 pensionati d’oro ci costano quasi 60 milioni di euro all’anno. TOTALE 187 MILIONI DI EURO OGNI ANNO, 512.328 euro versati dai contribuenti ogni giorno.
Facciamo un esempio: un deputato di circa 57 anni, con soli 23 anni di contributi versati, riscuote un vitalizio mensile di 9 mila euro lordi. Altro caso eclatante è quello di Toni Negri, ex leader di Potere operaio: nel 1983 Pannella per farlo uscire di galera lo fece eleggere in parlamento nelle liste radicali; dopo poche settimane, temendo di finire di nuovo in cella, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, oggi riscuote 3 mila 108 euro di pensione parlamentare senza avere mai preso parte ai “lavori” parlamentari.
Il cumulo privilegiato
Il vitalizio di deputati e senatori è anche cumulabile con tutti i redditi: Scandaloso è ad esempio il caso di quel drappello di parlamentari eletti nel 2006 che, nominati viceministri o sottosegretari nel secondo governo Prodi, sono stati poi costretti a dimettersi nell’ambito della spartizione delle poltrone in seno alla maggioranza. Se fossero restati deputati o senatori non avrebbero potuto riscuotere il vitalizio; come ex, invece, nonostante incassino (198 e 192 mila euro l’anno rispettivamente) possono tranquillamente intascare anche la pensione. In tutto sono 2 viceministri e 18 sottosegretari. Fra essi spicca Alfonso Gianni, già sottosegretario (Prc) allo Sviluppo economico, che a 58 anni riscuote quasi 200 mila euro di stipendio all’anno e una pensione di 6 mila 600 euro lordi al mese. E poi ancora: Roberto Pinza e Enrico Micheli, Giampaolo D’Andrea e Famiano Crucianelli, Nando Dalla Chiesa, Elena Montecchi e Luigi Manconi. Con una anomalia ulteriore: i casi di coloro che a queste due voci sommano anche la pensione maturata come giornalisti (Ugo Intini) o magistrati (Alberto Maritati). Il vitalizio è cumulabile anche allo stipendio da lavoro dipendente di chi è tornato al suo lavoro o è stato nominato a un’altra carica come amministratore locale. Il caso più scandaloso è senza dubbio quello di Giuseppe Gambale, il baby-parlamentare-pensionato più giovane d’Italia. Con quattro legislature alle spalle e 20 anni di contributi versati, Gambale ha lasciato Montecitorio ad aprile 2006 e a soli 42 anni riscuote un vitalizio di 8.455 euro lordi al mese. Non basta: esponente della Margherita a Napoli, è stato arruolato dal sindaco Rosa Russo Iervolino come assessore alla Scuola e legalità. Incarico retribuito con 4 mila euro mensili che lui somma alla pensione parlamentare alla faccia di tutti i napoletani che spesso non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena.
Il solo privilegio del cumulo pensionistico nel corso degli ultimi 36 anni è costato al popolo italiano oltre 5 miliardi di euro (circa 10 mila miliardi di lire). Infatti, in base a un’interpretazione a dir poco losca dell’articolo 31 dello Statuto dei lavoratori (legge n.300 del 20 maggio 1970) il secondo trattamento pensionistico, cumulabile al 100% con la pensione di Montecitorio o Palazzo Madama, scatta per tutti quei parlamentari che, prima di essere eletti, avevano già aperta a loro nome una posizione previdenziale. Così, magistrati, universitari e della sanità, militari, ambasciatori, banchieri, giornalisti, una volta in parlamento, possono non solo conservare il posto di lavoro mettendosi in aspettativa, ma hanno “diritto” anche all’accredito dei contributi figurativi per la loro futura seconda pensione.
Contributi che addirittura fino al 1998 erano totalmente a carico dei rispettivi enti previdenziali: Inpdap, Inps o Inpgi a seconda dei casi. Un privilegio che non è stato certo cancellato nemmeno dall’entrata in vigore della legge n.488 del 1999 perché, in virtù di questa legge oggi, a un parlamentare che vuole mantenere i suoi contributi gli basta pagare appena il 9% della quota contributiva come lavoratore subordinato; mentre il resto della quota, pari al 22 o al 31% a seconda dei casi, continua a essere versata dai rispettivi enti previdenziali. Tra i beneficiari di questo iniquo trattamento spiccano ad esempio Gianfranco Fini, Storace, Gasparri e Urso, gli ex democristiani Follini e Mastella, il portavoce Bonaiuti, Taiani ma anche Massimo D’Alema e Veltroni; tutti giornalisti professionisti in aspettativa che a fine carriera potranno godersi una vecchiaia dorata grazie anche alla doppia pensione.

