LA SVOLTA DI SALERNO
Molti lettori (anzi non molti, 25 per l’esattezza) mi chiedono perché mi firmi Rodighiero. Alcuni, che hanno capito, mi chiedono anzi perché non Roderigo di Castiglia. Ma quest’ultimo era lo pseudonimo con cui firmava i suoi editoriali Palmiro Togliatti su l’Unità dal 1947 al 1953. Celebre quello del 1948 quando affermò che “ avrebbe indossato le scarpe da montagna con i chiodi per dare un calcio al Signor De Gasperi” tornato in quel periodo dagli USA con il famoso assegno di 100 milioni sbandierato a Ciampino. Alla DC bastò quel foglio di carta per vincere il 18 aprile. Sarà stato mica falso?
Non potrei, data la mia incultura politica, appropriarmi dello pseudonimo di Togliatti ma posso comunque adottare quello del cugino meno noto Rodighiero di Castiglia. Nessuno, nemmeno il governo spagnolo, me ne vorrà o mi querelerà ( Di Pietro forse sì ma poi gli spieghiamo che Togliatti non era parente di Bersani).
Il tempo passa, la storia diventa più facile se è letta o capita come cronistoria e molti fanno finta di dimenticare. Nel 1944 un certo signore italiano che viveva a Mosca, Ercole Ercoli, lascia l’Unione Sovietica e torna in Italia. Ercoli era Palmiro Togliatti e ritornando si riappropria del ruolo di leader del Partito Comunista. Finisce l’era Gramsci, della riflessione politica verso il comunismo, in chiave tutta italiana, approda in Italia con Ercoli il processo internazionalista del Comintern. Il suo primo discorso, definito poi della svolta di Salerno, aprile 1944, rende evidente a tutti che la politica del Partito prende una piega sorprendente. Togliatti mostra la palese volontà di rendere istituzionale il rapporto con le altre forze politiche italiane, ivi compresa la parte monarchica, per dare luogo ad un Governo di salute nazionale e pubblica, in attesa della fine della guerra. A tale governo poi parteciparono tutte le forze politiche esprimibili in quei terribili mesi, i mesi di Cassino, di Roma città aperta etc.. Nasce un Governo in cui sono presenti le forze del Comitato di Liberazione Nazionale ed inizia, con esso, la fase cruciale della Resistenza. Il Governo, affidato a Badoglio, si insediò proprio a Salerno e rimase in carica fino al 4 giugno 1944, liberazione di Roma.
Mi sembra che la città di Salerno debba essere ricordata più per questo che per le esternazioni di qualche Presidente di Provincia che ritiene che la lotta di liberazione dal nazifascismo sia tutta in chiave americana. Ma questo è un altro file e ci sono di mezzo figure non proprio paragonabili a quelle di cui parliamo.
Togliatti-Ercoli ebbe questo coraggio, di andare controcorrente ed allearsi con quelli che erano i nemici di classe, ivi comprese alcune componenti cristiane, popolari e liberali del CLN. La svolta parte da lontano, nasce da accordi precisi con Stalin, reduce dalle conferenze di Teheran, Yalta e nel 1945 Potsdam. Già il 23 novembre 1943, nella sala delle Colonne della Casa dei Sindacati di Mosca egli afferma: “ Sarebbe assurdo in un paese il quale ha fatto la tragica esperienza del fascismo, che esce da questa tappa dolorosa sfinito,devastato, e lacerato … pensare al governo di un solo partito o di una sola classe. L’unità e la stretta collaborazione di tutte le forze democratiche popolari dovranno essere l’asse della politica italiana, la base su cui verrà costruito un vero regime democratico”, (Paolo Spriano, Togliatti pagg.179-180).
In realtà Josip Jughashvili Stalin ed Ercoli sanno che il partito comunista esce massacrato dal fascismo, decimato nei suoi ranghi e soprattutto ancora poco popolare ancora tra le masse del ceto medio dove si fa strada il colore bianco del partito ex popolare poi democrazia cristiana. Il nostro è il Paese del papato verso cui lo stesso Togliatti aprirà credito in sede di Costituente con l’Art. 7. La sua approvazione con il concorso dei comunisti sancirà il ruolo ineludibile, anche politico, del papato nella vita italiana, malgrado il dettato costituzionale reciti in una formulazione anodina.
Ed in nuce, sempre nello stesso discorso tenuto a Mosca, rappresenta anche tutte le preoccupazioni derivanti dai rapporti con questo mondo che non mancherà di fare sentire la sua influenza. Ercoli sa di avere a che fare con una realtà embricata, una matassa complessa che nessuna rivoluzione potrà sbrogliare.
Togliatti- non più Ercoli sa anche di avere un problema: il CLN e la sua influenza sul territorio del Nord e difatti si chiamava Comitato di Liberazione Alta Italia (CLNAI). L’influenza di Secchia e Scoccimarro in quei territori, il ruolo delle Brigate Partigiane, e soprattutto il loro ecumenismo perché in esse combattevano forze comuniste (Moscatelli, Pompeo Colajanni-Barbato, Longo) socialiste (Aniasi, Basso), azioniste (Lussu), cattoliche ( Marcora, Cefis, Mattei) – sono motivazioni forti che impediscono di accettano la svolta di Salerno. Il primo incontro con Secchia avviene il 17 maggio 1945, all’epoca del Governo Bonomi, in territorio neutro (Bologna) con molte preoccupazioni tanto che entrambi sono accompagnati da scorte armate. Piegare queste resistenze interne non fu facile e gli costò molto. Più tardi Secchia gli facilitò il compito con l’affare Seniga , uomo dello stesso Secchia (e di Mosca) che scappò con la cassa del partito nel 1954. Guarda caso il 25 luglio!
Il ruolo e la funzione militare del CLNAI si chiusero nel 1947 quando il ministro degli Interni Mario Scelba, d’intesa con De Gasperi, decise che era giunto il momento di sostituire il prefetto socialista di Milano, Troilo, con un funzionario dello Stato. Giancarlo Pajetta, responsabile comunista per la Lombardia, decise che era giunto il momento di agire. Mobilitò il «parapartito», come lo definisce Giorgio Bocca nella sua biografia di Togliatti, e sbarcò in prefettura alla testa di uomini «apparentemente disarmati, ma con mitra e rivoltelle pronti nei camion o tenuti sotto i pastrani e le giacche a vento». Informato, Togliatti telefona a Giancarlo Pajetta ed algido, come sempre, gli chiede con toni sarcastici: “Complimenti, ed adesso della prefettura che ne fate?” E per alcuni anni, successivamente, incrociandolo a Botteghe Oscure od alla Camera, gli chiedeva:” Allora come va questa rivoluzione?”. Questo la dice lunga non tanto sulla capacità compromissoria con lo stesso De Gasperi, che pure voleva prendere a calci, quanto soprattutto per la sua capacità d’analisi, molto più tempestiva e precoce rispetto ad altri politici, anche del suo stesso partito.
Negli ultimi tempi, e precisamente per le elezioni della IV Legislatura (1963-1968), un anno cioè prima di morire, aprì in Sicilia al mondo della proprietà ex feudale, ma capace di attirare i voti del contado (non erano ancora arrivati i corleonesi). Sorprese tutti per avere immesso nelle liste del PCI, due esponenti della nobiltà feudale, a Messina e Catania. Qualche anno prima aveva dato il via all’operazione Milazzo ed all’Unione Siciliana Cristiano Sociale (alleanza con il MSI), fattore politico ibrido ma efficace e l’unico possibile per interrompere la lunga serie di Presidenti della Regione di estrazione democristiana ( Restivo, la Loggia, Stagno d’Alcontres) legati a lobbies petrolifere, ivi compreso l’ENI di Mattei.
Anche nelle fasi più cruente della lotta con la DC ed i suoi alleati, la preoccupazione di Togliatti derivava dalla sua perfetta analisi della società italiana: borghese, cattolica, legata alla tradizione contadina ma con un alveo cittadino resistente e di fatto ceto medio borghesizzante. Le isole industriali ed operaie non assicuravano il pieno pendant con una classe padronale dominante. Anche nel proletariato non si sarebbero fatte sentire le resistenze verso una rivoluzione armata che lo stesso Togliatti considerava improponibile. La consegna delle armi dopo la guerra, l’amnistia ai fascisti da Ministro della Giustizia, la naturale disposizione verso il compromesso generarono una politica e rapporti ambivalenti, se non ambigui, con la maggioranza democristiana. Ma questo non impedì la lotta, che pure sapeva perdente, per il Patto Atlantico e l’ingresso nella NATO (1949) o la più vivace lotta per la Legge Elettorale Truffa del 1953. Lì era in giuoco l’esistenza stessa del PCI e c’era poco compromesso da tessere.
Togliatti sapeva che il comunismo era minoritario nel Paese e, pur alleandosi con i socialisti, non avrebbe mai raggiunto la maggioranza numerica ma soprattutto quella qualificata che derivava dal rapporto con il cuore economico-finanziario-industriale del paese. Aggiungasi che gli accordi di Yalta non potevano essere messi in discussione e tanto meno in Italia. Alcuni momenti di contrasto con Maurice Thorez, segretario del PCF, nacquero proprio da diverse interpretazioni dei medesimi dati storici, ora accennati. Comunque sapeva cogliere del momento politico il tratto essenziale che non gli mancò mai e seppe sfruttarlo a suo vantaggio, sempre. Politica pragmatica, dunque, senza le cui premesse, Enrico Berlinguer non avrebbe mai potuto sviluppare il percorso del compromesso storico nè aprire la questione morale. Ecco perché, a dispetto del tempo che passa e dell’Hotel Luxor su cui bisognerebbe aprire un altro capitolo, Roderigo di Castiglia è e resta il Politico per eccellenza. Ed allora Rodighiero ne segue le mosse!
