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r.e.d.s. rinnovamento evoluzione della sinistra

POLITICA, CULTURA, AMBIENTE, SANITA',
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QUANTO SEGUE E’ RIPRESO DAL GIORNALE CAMPANO “La Voce delle Voci- primo numero, giugno 2007. Tale foglio è l’edizione nazionale dello storico periodico La Voce della Campania, fondato nel 1975 e fino al 1980 quindicinale del PCI. Alla sua redazione si è formata in quegli anni un’intera leva di giornalisti che oggi occupa posizioni di rilievo nel panorama nazionale, a cominciare da Michele Santoro, che è stato l’ultimo direttore della prima edizione. Nel 1984 Andrea Cinquegrani, che era stato tra quei giovani collaboratori, riprende e rilancia la testata, che assume cadenza mensile.

Ecco un articolo di Giulio Sansevero pubblicato il 14 settembre 2008 su questo Giornale. Ma….allora non siamo i soli a dire la verità sul Don Tonino nazionale?

IDV Di Pietro ADDIO (G.S.) -L’ultimo ad andarsene, sia pur senza rancori, è stato il deputato Leonard Touadì. Ma di sicuro ultimo non resterà a lungo. Perchè la porta del partito di Di Pietro è sempre stata girevole come quella di un Grand Hotel, gente che va, gente che viene. Capita infatti che chi vede da vicino l’ex pm di Mani Pulite lo abbandoni spesso e volentieri. Il leader dell’Italia dei Valori è descritto come un uomo irascibile, intollerante, umorale, un padroncino che umilia tutti con modi sgarbati e autoritari, un capetto che degrada i collaboratori a dipendenti personali, spesso scelti non in base alle capacità ma per come sanno chinare il capo. Simile ad un tiranno capriccioso, Di Pietro sui suoi adepti cambia idea repentinamente e in modo opportunistico. Si rimangia promesse di candidature e impegni presi con attivisti che da anni si spezzano la schiena per il partito, preferendo regalare seggi agli ultimi arrivati solo perchè hanno nomi altisonanti o pacchetti di voti in dote. Franca Rame fu uno di questi casi. Un flirt politico durato lo spazio di un mattino. L’attrice annunciò le dimissioni già nel 2007 disgustata dalle sbandate a destra dell’ex pm, che al Senato votò contro le modifiche della legge Fini-Giovanardi sulle droghe o contro lo scioglimento della società “Stretto di Sicilia”.

Clamorosa resta la vicenda De Gregorio ma solo per l’opinione pubblica, perchè in realtà Di Pietro aveva previsto tutto. L’allora ministro delle Infrastrutture sapeva benissimo che prima o poi l’ex giornalista napoletano sarebbe tornato da Berlusconi. A lui interessavano solo i circa 10.000 suffragi di Sergio De Gregorio e quelli alla fine ha portato a casa. Stessa storia con Federica Rossi Gasparrini. Prima berlusconiana, poi prodiana, la leader delle casalinghe nel 2006 è stata candidata accantonando militanti storiche dell’IdV e questo non certo per la sua fedeltà ai presunti valori del partito, tanto è vero che adesso la supercasalinga sta di nuovo con Berlusconi. Di Pietro è un “anaffettivo” ha detto di lui Beniamino Donnici, ex responsabile IdV in Calabria, tra i primi a contestarlo. Un giudizio benevolo se solo si pensa alle terribili sfuriate cui l’ex poliziotto sottopone le persone che gli stanno vicine, compresa la fedelissima tesoriera del partito, Silvana Mura. Fra i tanti nomi noti che hanno lasciato Di Pietro si ricordano Federico Orlando, Rino Piscitello, Milly Moratti, Pietro Mennea. Emblematica la vicenda di uno sconosciuto come Valerio Carrara, l’unico parlamentare che l’IdV riuscì ad eleggere nelle disastrose politiche del 2001. Bergamasco, da sempre uomo di centrodestra e messo in lista da Di Pietro solo perchè presidente di un’associazione di cacciatori, Carrara nel giro di una settimana passò con Forza Italia dopo che, convocato dall’ex pm, gli fu fatta fare anticamera per circa un’ora e gli fu fatto capire che da quel momento in poi avrebbe dovuto eseguire tutto quanto gli avrebbe ordinato il partito, cioè Di Pietro. Ma il leit motiv di tanti conflitti con il padre-padrone dell’IdV, è quello dei soldi. Vedi il caso di Giulietto Chiesa, Achille Occhetto ed Elio Veltri, big dell’Associazione “Il Cantiere” che in occasione delle Europee 2004 fecero liste comuni con l’IdV. Chiesa, primo dei non eletti, ebbe un seggio a Strasburgo, ma quando si trattò di dare al “Cantiere” la parte dei rimborsi elettorali che gli spettava, 1.250.000 euro, l’ex magistrato si rifiutò. «Vi bastino i 25.000 euro a testa che vi ho dato», disse loro Di Pietro. L’ex pm aveva ottenuto dalla Bnl un prestito di 1.800.000 euro proprio per la campagna elettorale e a se stesso, pur essendo spesato dal partito, assegnò ben 400.000 euro. Quando poi “Il Cantiere” fece causa a Di Pietro, questi mostrò un passaggio dell’accordo elettorale in cui aveva furbescamente inserito una clausola secondo cui i soldi spettavano solo a lui. Chiesa, Occhetto e Veltri avevano firmato senza poter leggere gli accordi, confidando sulla sua buona fede. L’ex contadino di Montenero di Bisaccia è fatto così e spesso in privato si compiace della sua abilità di mettere la gente nel sacco. Perchè, oltre che ingeneroso, Di Pietro è descritto come estremamente diffidente e sospettoso. Questo è quanto dicono tutti i suoi ex responsabili regionali che, dopo anni di militanza, hanno deciso di lasciare un partito che non ha mai celebrato un Congresso Nazionale, ma solo qualche festa in cui poter acclamare il tribunizio ex poliziotto.L’elenco è lunghissimo e comprende quasi tutti i cosiddetti “sansepolcristi”, quelli che nel marzo 1998 fondarono a San Sepolcro l’IdV in un hotel di proprietà dell’allora inquisito titolare della Cepu, il controverso istituto scolastico dove Di Pietro insegnava. In quell’occasione i militanti dovettero pagarsi il soggiorno di tasca propria, 300 mila lire, soldi che il futuro ministro dei Lavori Pubblici, come un capoclasse in gita scolastica, raccolse personalmente. A San Sepolcro c’era anche Salvatore Procacci, fondatore e anima dell’IdV in Umbria. Molto stimato da Di Pietro, diventò improvvisamente insopportabile non appena cominciò a chiedere che gli venissero almeno restituiti i soldi che aveva speso per il partito, circa 20.000 euro. Tutte le sedi regionali infatti, nonostante gli oltre 22 milioni di euro incamerati con i rimborsi elettorali, non ricevono un soldo dalla Mura e vanno avanti da oltre dieci anni a spese proprie. Incassato un secco rifiuto, Procacci ha lasciato Di Pietro nel 2005 e adesso a Perugia il partito è in mano ad un facoltoso odontoiatra, il dentista di Monica Bellucci. Tra i divorzi di peso c’è anche quello da Adriano Ciccioni, coordinatore regionale della Lombardia ed ex consigliere comunale dell’Idv a Milano. Ciccioni, ambientalista e uomo di sinistra, si “invaghì” del Di Pietro magistrato alla fine degli anni ottanta, quando raccolse le sue denunce contro le speculazioni edilizie della Milano da bere. Poi per Ciccioni la lunga militanza nell’IdV e la progressiva rivelazione del vero Di Pietro, un uomo incapace di avere amici, «allergico alle persone per bene» come lo definirà Veltri, spietato con coloro che hanno affetto per lui e invece molto comprensivo con chi lo tratta male. E ingiusto, profondamente ingiusto. Capace di dire dopo l’elezione del Mugello, ad una donna anziana che gli aveva fatto per anni da segretaria gratuitamente insieme a suo marito, «voglio essere chiamato senatore»; capace di negare aiuti economici ad un’altra strettissima collaboratrice in difficoltà, dopo che questa aveva lavorato per anni a meno di 500 euro al mese; capace di azzerare i vertici IdV in Puglia per far posto ad una bella fanciulla ultima arrivata.
Di Pietro, si sa, considera le donne al massimo angeli del focolare e non esita a spremerle come limoni senza mostrare un minimo di riconoscenza. Come ha fatto per anni con Maria Rosa Mobrici, sua segretaria particolare, mai pagata e accantonata senza nemmeno un grazie.«Questa collana è il primo regalo che Tonino mi fa dopo vent’anni di amicizia» ha rivelato Silvana Mura quando, ad una cena per il suo cinquantesimo compleanno, il 22 luglio scorso, alcuni deputati le chiedevano del bel gioiello che sfoggiava. A contestare Di Pietro, oltre a Wanda Montanelli, la responsabile della Consulta Donne dell’IdV, sono state Rosanna Beccari in Emilia Romagna, Anna Maria Panarello in Liguria, Alessandra Battellino in Friuli e Antonietta Brancati, attuale consigliere regionale del Lazio che ha lasciato l’IdV insieme a Roberto Petrassi, medico ed ex coordinatore regionale del partito. La Battellino, eletta consigliere regionale nel 2003, firmò un accordo in base al quale tutti i partiti della coalizione vincente si impegnavano a dare al presidente Illy e al gruppo una parte dei soldi del rimborso elettorale. Di Pietro naturalmente si rifiutò di dare i soldi e Illy si infuriò con la povera consigliera, poi cestinata da Di Pietro che le preferì un ex colonnello della Finanza. La Panarello, defenestrata da assessore provinciale in un batter di ciglia, racconta una storia simile. Nel 2002, una volta eletta in consiglio provinciale a Genova, si è sentita chiedere dal neo presidente Repetto (Margherita) un rimborso delle spese elettorali da lui sostenute. E la Panarello, come tutti gli altri consiglieri della coalizione di centrosinistra, ha elargito 2000 euro, ottenendo persino una ricevuta. Soldi che Di Pietro naturalmente non le ha mai rimborsato, unitamente alle spese della campagna elettorale sostenute dalla Panarello. Tra i leader regionali che hanno abbandonato Di Pietro c’è anche Aldo Ferrara, docente universitario a Siena. Ferrara racconta che nel 2000 persino quello che adesso è uno dei colonnelli di Di Pietro, Massimo Donadi, capogruppo alla Camera, voleva abbandonare il leader dell’IdV che considerava un “pazzo”. Ferrara aveva di fatto creato il partito in Toscana e anche lui ha dovuto ingaggiare una battaglia legale per farsi coprire la fideiussione che aveva firmato. D’altra parte anche una delle persone più vicine al leader dell’Idv, Giorgio Calò, l’ex proprietario della “Directa” e già sottosegretario del Governo Prodi, nel gennaio del 2001 si era dimesso dal partito perchè non aveva avuto indietro i 5 miliardi di lire prestati a Di Pietro, poi riavuti. A Catanzaro è accaduto che tutti gli iscritti dell’Udeur passati con l’IdV dopo la catastrofe mastelliana dello scorso gennaio, hanno subito abbandonato Di Pietro per tornare con il sindaco di Ceppaloni. In Sicilia uno dei fondatori del partito, il catanese Salvatore Raiti, deputato nel 2006, ha lasciato l’IdV per il Pd e di fatto anche il leader molisano dell’IdV che dal 2003 ha ricostruito il partito dal nulla, il senatore Giuseppe Astore, se ne andrà con il Pd dopo essere stato pubblicamente sconfessato da Cristiano Di Pietro, il figlio poliziotto di Tonino. «Arriverà il giorno che me ne tornerò a Montenero e il partito scomparirà con me», ha confessato una volta Di Pietro. Dopo Tonino il diluvio.

PROFUMO DI DESTRA

C’è maretta nel gruppo dell’Italia dei Valori alla Camera dei Deputati. Aurelio Misiti ha raccolto 11 deputati per contestare a Di Pietro la strategia politica troppo girotondina e il suo metodo dittatoriale di gestione del partito. A pesare sicuramente gli strascichi di Piazza Navona (il capogruppo Donadi per una settimana non ha rivolto la parola a Tonino) ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione dell’ex magistrato di vietare ai suoi deputati l’utilizzo dell’ufficio legislativo del gruppo senza la sua autorizzazione. Inoltre il lider maximo dell’Idv ha centralizzato il controllo su ogni dichiarazione dei parlamentari, i quali potranno esternare solo i testi elaborati dalla società che gestisce il blog di Di Pietro. Intanto mentre a Roma l’ex pm attacca la Destra, in Molise ci va a braccetto. Insieme al Pd. Il partito di Veltroni e l’Idv, oltre a Venafro, governano insieme al Pdl anche il Consorzio industriale di Termoli e la deputata dipietrista Anita Di Giuseppe ha assunto come suo assistente parlamentare Cloridano Bellocchio, membro dell’assemblea regionale del Pd. Bellocchio, che fa parte del direttivo del Consorzio, ha deliberato insieme ai berlusconiani una maxiliquidazione di 273.000 euro ad un assessore regionale al bilancio di Forza Italia, Gianfranco Vitagliano, dirigente, ma solo per sei mesi, del Consorzio.

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