Le dimissioni in Italia sono per definizione clamorose, e rare. Ancor più se si tratta di Ministri della Repubblica. Lattanzio, Ministro della Difesa, nell’agosto del 1977 inciampò sulla valigia in cui era raggomitolato Herbert Kappler, boia delle Fosse Ardeatine, ricoverato al Celio e che, con quel sistema, raggiunse la frontiera, mercè la complicità non solo della moglie. Franco Evangelisti dovette lasciare la Marina Mercantile perché era solo mercantile come il suo rapporto con noti imprenditori romani. Molte sono legate a vicende penali oppure più semplicemente per incidenti come le considerazioni su Biagi (Marco) dettate ai giornali dall’incauto Scajola (Interno). Non mancano le dimissioni dettate da motivi politici, di cui ha il record il Governo Berlusconi, Ruggero, prima, Tremonti dopo, per motivi clinici Bossi, per motivi islamici Calderoli.
Quelle di Mastella si inseriscono in un contesto politico più embricato. Al di là delle considerazioni giuridico-politiche che spettano ai giuristi, nell’immaginario collettivo si fa strada alcune ipotesi: 1)Mastella si è dovuto dimettere perché, per incastrare lui, hanno aggirato l’ostacolo e attaccato un familiare, la consorte. Accerterà la magistratura la solidità delle accuse alla Signora Lonardo. 2) a questo si è arrivati dopo un lungo contenzioso aperto tra lui e Di Pietro.
Come si è giunti a questo epilogo? Ritorniamo all’inizio. Cioè alle fasi in cui si progettava sulla possibile vittoria del centrotrattinosinistra. Nel febbraio 2006, all’annuale convegno dell’ANM, circolavano già i nomi dei possibili Ministri della Giustizia. Vi posso assicurare che tra gli addetti ai lavori il nome del capo dell’UDEUR non era neanche tra i papabili. Si sapeva che mire nutriva Di Pietro ma era già dato alle Infrastrutture. La nomina era caldeggiata dalle industrie di costruzioni, calcestruzzi et affini. Mastella la spunta su via Arenula. Prima domanda: perché? Che interessi poteva avere un capo partito regionalizzato (150mila voti in Campania, 9000 soltanto in Toscana, Europee 2005)? Peraltro privo di grandi scheletri nell’armadio. I cugini dell’UDC hanno sì loro più gatte siciliane, da pelare. Il perché viene fuori dopo molto tempo e forse è solo la punta dell’iceberg. Sapeva in anticipo Mastella delle indagini a suo carico da De Magistris? Anche questo lo accerterà anche la magistratura. Ma quel che appare evidente è che il conflitto tra Di Pietro e Mastella non origina, come diceva Prodi, solo dalla sopravvivenza politica tra due forze al 2%. E’ vero che esse potrebbero uscire stritolate da una riforma elettorale che sia indirizzata verso il consolidamento dei partiti più consistenti, e non più coalizioni, ma questa interpretazione da sola non fornisce molti indizi utili a capire il quadro nel suo complesso. In realtà la tenzone nasce da interessi di conservazione corporativa, contrapposti tra il Ministro deciso ad attuare e consolidare la “pax mastelliana” tra poteri diversi da un lato e magistratura e l’ex PM assurto a difensore d’ufficio della “casta delle caste”. Ecco l’interpretazione dell’uomo comune. In piena onestà vi assicuro che fino a giorno 20 gennaio poteva essere azzardato dare questa interpretazione. Ma ecco il colpo di scena: entra in campo a gamba tesa il Presidente Cossiga. Ecco cosa scrive sul Corriere del 21 gennaio, all’indirizzo del Presidente Giorgio Napolitano
Signor PresidenteMi permetto di scriverLe questa lettera aperta con il rispetto dovuto al Capo dello Stato e con l’amicizia di lunga data che ci lega, da ex Capo dello Stato e da amico, dopo aver letto la richiesta di porre all’ordine del giorno del plenum del Consiglio superiore della Magistratura, che sarà da Lei presieduto, da parte di 19 membri del Consiglio stesso,una condanna delle dichiarazioni rese alla Camera dei Deputati dal Senatore Clemente Mastella, ancora Ministro della giustizia in carica quando, a motivo dell’arresto della sua consorte e di suo suocero ( consuocero ndr) e praticamente di gran parte della dirigenza del suo partito, annunciava le sue dimissioni:dichiarazioni salutate da una ovazione non solo da parte dell’opposizione ma anche da parte della maggioranza.E’ la ripetizione di una storia già accaduta quando io, per disgrazia mia e dell’Italia!sedevo al Quirinale. La maggioranza del Csm, con la complicità dell’allora suo vice presidente, voleva porre all’ordine del giorno una sorta di mozione di sfiducia nei confronti del Presidente del Consiglio ei Ministri che criticava la in accuratezza delle indagini condotte dai pubblici ministeri per l’uccisione del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi. Io inviai un messaggio al Consiglio, inibendo l’iscrizione all’ordine del giorno di una siffatta mozione, ma il vile vice presidente del Csm di allora mi disse che egli non si sarebbe potuto opporre alla decisione di iscrivere l’argomento all’ordine del giorno “in via d’urgenza”. Feci sapere al vice presidente, con il mandato di darne comunicazione ai membri del Consiglio, che se ciò fosse avvenuto, io mi sarei immantinente recato al Palazzo dei Marescialli, avrei cancellato d’autorità l’argomento dall’ordine del giorno del Consiglio,e in caso di reazioni scomposte avrei tolto la seduta e se la maggioranza dei membri del Consiglio avesse occupato l’aula Vittorio Bachelet, l’avrei con i poteri di polizia propri del presidente del collegio fatta sgomberare dalla forza pubblica, espellendo i membri riottosi e se necessario facendo sgomberare con la forza il Palazzo dei Marescialli. A tal fine,disposi che i carabinieri del Consiglio Superiore che normalmente prestavano servizio in borghese indossassero il giorno seguente la divisa d’ordinanza e che il Battaglione Mobile dell’Arma dei Carabinieri,in assetto anti-sommossa, si schierasse autocarrato davanti al Palazzo dei Marescialli, pronti ad intervenire per sgomberare se necessario l’Aula ed anche il Palazzo. Le unità precettate dell’Arma dei Carabinieri presero regolarmente posizione di fronte al Palazzo dei Marescialli dalle sei del mattino. L’argomento non fu iscritto all’ordine del giorno.Vedo che la storia si ripete, ma aggravata. Ora si vuole censurare il discorso di un membro del Parlamento Nazionale, ministro della giustizia,pronunciato alla Camera dei Deputati. Ho letto anche la condanna del direttivo della più potente lobby politico-sindacale d’Italia, l’Associazione Nazionale Magistrati, da me definita a metà strada tra l’associazione sovversiva e l’associazione di stampo mafioso; condanna che molto mi onora come ex capo dello Stato cittadino, come democratico e come sostenitore di uno stato di diritto e del primato della “ rule of law . Per rompere l’accerchiamento da cui si sente minacciata,dal centrosinistra e dal centrodestra,la lobby più potente d’Italia, ha ordinato ai membri del Consiglio da essa dipendenti,di condannare pesantemente il pm De Magistris; e poi sarà la volta del gip di Milano Forleo. Ed indi il “pacchetto di mischia “ capitanato dal pm Paolo Mancuso, ha incriminato per cercare di ingraziarsi il centrosinistra il leader di Forza Italia on. Silvio Berlusconi.Il Paolo Mancuso è il fratello del più tristemente noto magistrato Libero Mancuso, già PM a Bologna, e le cui oscure iniziative contro il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, subito contrastate con onestà e rigore da Giovanni Falcone, furono all’origine della caduta in disgrazia e dell’abbandono del probo magistrato che io ricevetti piangente al Quirinale, subito dopo esser uscito da un mortificante interrogatorio da parte del Csm, poco prima che venisse assassinato. Io non Le chiedo, signor Presidente,di fare ciò che io feci. Ormai il Csm si è appropriato di poteri che non gli sono mai stati attribuiti dalla Costituzione e dalla legge. E poi io ero appoggiato dalla stragrande maggioranza del Parlamento. Ricordo che, dopo che la maggioranza dei membri el Consiglio si erano dimessi per protesta per la mia iniziativa, il Giudice Costituzionale di designazione e militante del Pci Alberto Malagugini e il Presidente del Gruppo dei Senatori Comunisti, inviatimi dalla segreteria del Pci, mi invitarono a cercare di far rientrare le dimissioni della maggioranza del Consiglio,che non era ancora totalmente asservito all’Anm, ma che mi manifestarono altresì la solidarietà del Pci:e l’amico senatore Perna, singolare figura di comunista “liberal“ napoletano, mi disse:“Francesco, per carità! Resisti, altrimenti questi (intendeva dire i magistrati ) ci travolgono! “ Quello,che rispettosamente Le chiedo, signor Presidente, è che Lei con la sua presenza non avalli così scandalosa e incostituzionale iniziativa. Lasci, La prego, che se la sbrighi il vice presidente, che seguirà, come sempre ha fatto,per convinzione o per paura non lo so, le istruzioni dell’Associazione Nazionale Magistrati. Con rispetto, cordialità e amicizia.Francesco Cossiga Senatore della Repubblica
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