Per anni, specie in quelli Sessanta e Settanta, la RST è stata considerata erroneamente marginale,elitaria, incapace di fornirci elementi applicativi utili. E la identificazione della RST con la ricerca pura non applicata ha portato alla marginalizzazione di risorse e mezzi tenuti in scarsa considerazione. Ed adesso il dibattito politico sulla RST si concentra solo sulla quantità di taglio ai finanziamenti dimenticando che il problema della RST è esclusivamente di impostazione culturale e di inscrizione in un panorama più ampio come quello dello sviluppo economico. Il fatto di dedicare alla RST solo lo 0,6% del PIL è solo l’epifenomeno di un problema in tutti i sensi “iceberg”.
Il processo di progressiva ridefinizione dello sviluppo, affidato alla produzione industriale sin dall’epoca della ricostruzione, la riconversione industriale stessa degli anni Settanta e l’avvento di nuove forme di produzione extraterritoriale, ed ancora la proiezione del mercato italiano nel processo di globalizzazione, sono tutti passaggi obbligati che abbiamo subìto, e neanche metabolizzato, e che in parte scontiamo in termini di proiezione delle nostre imprese nel mercato.
La stessa prevalente composizione dell’impresa italiana, basata sulle complesse strutture mega-aziendali, alcune divenute Holding, dinastiche sia nella proprietà sia nella gestione, ha imposto un processo di sviluppo facilmente saturabile e privo di nuovi impulsi nel mercato. Da queste siamo poi passati ad una sempre più larga stratificazione nel territorio di piccole e medie imprese, talora piccolissime, con 1-2 componenti, ahimè lontane dalla ricerca. Del resto la tassazione del reddito d’impresa, alta in Italia, induce l’impresa stessa a contabilizzare gli investimenti per ricerca come spesa anziché come capitalizzazione immateriale e ciò non aiuta a evidenziare l’attività di ricerca e rendere manifesti i risultati.
Il progetto innovativo esclude dunque questa realtà perché la PMI non riesce in linea di massima ad inserirsi nel mercato globale, sia per limiti di investimento finanziario sia per limiti di aggancio del mercato.
Ma il processo innovativo esclude anche le grandi imprese per quei limiti non solo finanziari ma strutturali che costituiscono da sempre il freno allo sviluppo aziendale.
Se a ciò si aggiunge che il santuario della RST è stato sempre l’ambito universitario, geloso custode di forme ormai ancestrali di cultura, identificata in una forma di potere e non di potenzialità, si capisce perché il nostro Paese ha sempre stentato nella progressione innovativa, considerata ai fini economici poco utile ed, ai fini culturali, un pericoloso assalto alla diligenza universitaria.
Dunque poiché la stessa autonomia universitaria non è bastata a rendere l’Università una casa di vetro e ad aprire il mondo accademico alle risorse del territorio, occorre vengano ridefinite le prerogative e le reciproche sfere di influenza tra Università, Area di produzione e sfera della Ricerca. Cosa deriva da questo? Deriva una condizione di ritardo gravissimo che impone, in un circuito vizioso, che la RST richieda sempre minori investimenti perché, fatta eccezione per alcuni settori in cui è prevalsa l’integrazione europea, come quello aero-spaziale, il gap è talmente dilatato che non conviene ridurlo.
Per non tediare il lettore, cosa possiamo fare noi? Il Progetto è quello di aprire un Tavolo Aperto di Concertazione con tutte le parti politiche della opposizione e della maggioranza, delle forze sindacali, sociali, produttive e del mondo accademico. Fare cioè della Ricerca un oggetto di trattazione e di elaborazione a tutto campo, essendo un problema talmente grave e di importanza globale da divenire problematica orizzontale da cui nessuno può tirarsi fuori.
Inoltre, punto secondo, occorre riaprire la discussione con un progetto integrato ove l’Accademia si confronti con il Mondo Imprenditoriale e quello Sindacale, essendo la problematica appunto di interesse totale.

